Betlemme – L’uso dei media per smontare stereotipi e costruire esperienze

Dal 21 al 29 luglio del 2005 quindici ragazze e ragazzi italiani sono stati a betlemme presso l’Italian palestinian cultural point per vivere un’esperienza di conoscenza e scambio con alcuni ragazzi palestinesi sul tema “L’uso dei media per smontare stereotipi e costruire esperienze”.

Testimonianza di Alessandro

Conoscere la Palestina aldilà delle distorsioni mediatiche, toccare con mano le difficoltà dell’occupazione militare e confrontarsi con chi le vive quotidianamente: è fondamentalmente in questo che mi sono impegnato lo scorso Luglio insieme a quindici ragazzi provenienti da varie parti d’Italia.
Ospite dell’Italian palestinian cultural point (IPCP) di Betlemme, per dieci giorni ho condiviso con dei ragazzi del luogo spazi, riflessioni, risate, provando a districarmi nell’eterogeneità del mondo palestinese e a capirlo un po’ meglio.
La struttura è un centro di aggregazione per una trentina di studenti, sia musulmani che cristiani. Ragazzi tra loro estremamente diversi, ognuno con le sue esperienze e con un modo diverso di vedere la realtà quotidiana: alcuni capaci di lucidissime analisi politiche nonostante la giovane età, altri disinteressati a ciò che succede loro intorno, anche questa può essere una forma di difesa dalle difficoltà; ragazzi cristiani che non vedono l’ora di tornare dalle università straniere in cui studiano, in modo da salvaguardare la componente cristiana di Betlemme, ragazze che al contrario non aspettano altro che lasciare il paese per vivere in società per loro più aperte.
“L’uso dei media per smontare stereotipi e costruire esperienze”: questo era il tema del campo. Insieme ai giovani del centro abbiamo provato a realizzare qualcosa che nascesse dalla reciproca collaborazione: fotografie, reportage e filmati che mostrassero la vita quotidiana, una biblioteca, cose così.
È stata una grande esperienza, ma non sempre facile. Forse gli obiettivi che ci muovevano erano differenti: se per noi era importante la realizzazione di qualcosa di concreto, spesso i ragazzi palestinesi erano più attratti dal lato divertente della nostra presenza, insomma dallo sconvolgimento della loro routine.
Ma il campo aveva un altro scopo ben preciso: farci raccontare la realtà palestinese da chi la vive, la descrive o cerca di migliorarla. Da qui la visita alla sede della rete televisiva locale, incontri con associazioni e movimenti che si occupano di controinformazione, difesa dei diritti umani, o che semplicemente propongono un confronto pacifico tra le due parti. Credo siano stati questi i momenti più intensi. La limpidezza di chi con passione opera in una realtà sempre più restia ai discorsi sulla tolleranza e il dialogo non può non essere contagiosa.
Ma l’esperienza del campo non si è esaurita in quei dieci giorni: nel frattempo si è aperto un canale con l’IPCP, con cui si cerca di collaborare anche a distanza. E ognuno cerca di realizzare nella propria città ciò che per un ragazzo di Betlemme sembrava essere la cosa più importante: fare da testimoni del loro dramma.

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