Un racconto del campo di lavoro e conoscenza Arci in Swaziland

Da due anni l’Arci, in collaborazione con il Mais Onlus e il Mais Africa, organizza campi di lavoro e conoscenza in Swaziland. I campi sono esperienze di volontariato internazionale e scambio tra giovani italiani e le realtà in cui l’Arci è presente, con relazioni o con progetti di cooperazione attivati dalla sua ong, l’Arcs. In questo caso si tratta dello Swaziland, un paese piccolissimo accanto al Sudafrica, nel quale lavorano da anni i nostri partner attraverso il sostegno a distanza che ha visto la costruzione e apertura di una clinica, di una casa famiglia e la ristrutturazione della scuola nella zona di Mahamba. L’Arci, attraverso l’invio di volontari ha collaborato alla costruzione della biblioteca della scuola, che è stata utimata quest’estate! Progetto ambizioso pensato dalla comunità Mahamba, adesso, è quello di costruire una Casa delle donne, dove le donne della comunità, specialmente le ragazze, possano trovare un luogo di incontro, ma anche di formazione professionale, di scambio di idee e di promozione culturale.

(Di seguito la testimonianza di Flaviano, l’accompagnatore dei ragazzi/e in questa esperienza)

Mahamba: 30 luglio – 15 agosto

LA BIBLIOTECA DELLA TFOKOTANY PRIMARY SCHOOL

Dopo la bella esperienza dello scorso anno, anche per il 2008, l’Arci ha rinnovato la sua offerta per un campo lavoro nel progetto Mais in Swaziland.
A Marzo del 2008 mi è stato chiesto se avessi voluto far parte del gruppo in qualità di “Tutor”. L’idea di tornare in Swaziland a distanza di tre anni, la possibilità quindi di vedere tutto il lavoro svolto in questo periodo (la Clinica, le nuove aule, gli uffici per il personale, la biblioteca) mi affascinava. Quello che mi intimoriva era la qualifica di “Tutor”: che gruppo di volontari mi sarei trovato davanti? Cosa si sarebbero aspettati da me? Insomma, sono stato assalito da numerosi interrogativi che però non hanno avuto un peso tale da evitarmi la possibilità di rivisitare quella terra fantastica che è lo Swaziland.
Qualche settimana prima della partenza, in un circolo Arci di Milano, ho incontrato tutti i ragazzi che avrebbero preso parte al Campo lavoro: è lì che ho capito di aver fatto la scelta giusta.
Mi trovo davanti 8 ragazzi, provenienti tutti da zone diverse d’Italia, tutti con una luce particolare negli occhi, ognuno con la sua storia e la sua voglia di conoscere l’Africa, ma non quella del safari, non quella dei documentari, ma quella vera: fatta di gente, di balli, di canti e di calore umano.
Durante l’incontro le mie parole suonano dure, li avverto che la realtà in cui andremo è caratterizzata da un elevato tasso di povertà e soprattutto da un altrettanto elevato tasso di diffusione del virus HIV. Descrivo il più minuziosamente possibile le difficoltà che ci saranno: linguistiche, alimentari, climatiche…insomma cerco di provocare in loro una o più motivazioni per rinunciare, per capire che l’Africa dei canti, dei balli e del calore umano è anche l’Africa del dolore, della fame, della sofferenza.
Otto ragazzi di diversa estrazione sociale ed economica, ma tutti caratterizzati dalla voglia di partire, per cui le mie parole non li spaventano ma li spingono ad una maggiore curiosità per l’esperienza fantastica che di lì a pochi giorni avremmo vissuto tutti insieme.
Così dopo un paio di settimane, ci rivediamo tutti a Fiumicino, dove siamo colpiti dall’uragano Loredana, che approfitta della nostra partenza per consegnarci valigie extra contenenti vestiti e giocattoli per i bambini dei progetti del Mais Africa.
Il viaggio è lungo e all’arrivo a Johannesburg non c’è possibilità di essere stanchi, lì ci aspetta un altro ciclone: Jackie. Con la sua solita carica di energia, ci travolge e ci ritempra dalle tante ore di aereo. Affittiamo le macchine e via, lungo le strade sudafricane per ben sei ore. Alla frontiera con lo Swaziland lo spettacolo che abbiamo davanti è fantastico: dietro le montagne che circondando la zona il sole ci saluta con un tramonto rosso che, in pochi minuti, farà spazio al cielo più stellato che abbiamo mai visto. Raggiungiamo il Mahamba Gorge, una struttura alberghiera immersa nel bush che, con le luci del mattino del giorno dopo, avremo modo di apprezzare in tutta la sua bellezza.
L’appuntamento con Jackie era alle otto davanti la Tfokotany Primary School; al nostro arrivo gli studenti della scuola sono tutti schierati per la cerimonia di benvenuto…eccoci finalmente nell’Africa fatta di canti, balli e calore umano. I ragazzi del Campo sono felici, c’è chi si commuove e chi scatta centinaia di foto.
Dopo la cerimonia iniziamo subito a lavorare alla biblioteca, in fondo siamo partiti per finire il lavoro iniziato lo scorso anno dal primo Campo lavoro Arci. Il nostro compito sarà quello di verniciare l’interno e l’esterno della struttura e verniciare anche tutta la scaffalatura.
Il lavoro sembra tanto ma siamo sicuri che ce la faremo nonostante i pochi giorni a disposizione.
Ci dividiamo i compiti e partiamo con l’entusiasmo trasmessoci dalle centinaia di bambini che ci circondano e accompagnano il nostro lavoro con tante domande. Tra le più frequenti c’è stata quella relativa alla famiglia: dopo averci chiesto la nostra età, si stupivano che nessuno di noi avesse ancora moglie/marito e figli. La nostra età media era 25, per cui niente di strano per noi, ma per un africano, vista la sua aspettativa di vita, è un’età molto avanzata.
In fase di progettazione del Campo, Jackie fece espressamente richiesta che durante l’orario scolastico, alcuni di noi visitassero le classi della scuola, con lo scopo di far svolgere ai bambini delle lezioni di educazione artistica.
Dall’Italia abbiamo portato con noi molto materiale, ma i numeri elevati degli studenti in ogni classe, di media 45, ci ha fatto capire che avremmo dovuto limitare il nostro intervento solo alle prime tre classi.
Così ogni mattina, per un’ora, i bambini hanno disegnato, colorato, pitturato, tagliato, incollato, tra le risate nostre e delle insegnanti, felici di vederli esprimersi in modo creativo e gioioso.
Alla fine tutti i lavori sono stati attaccati alle pareti delle rispettive classi, donando così loro un po’ di colore e allegria in classi alquanto spoglie.
I bambini a scuola hanno imparato velocemente i nostri nomi. I pomeriggi li abbiamo organizzati in modo tale che chi non abitasse troppo lontano dalla scuola, rimanesse con noi per svolgere attività ludiche: calcio, disegno, giochi tradizionali italiani, etc.
I due fine settimana li abbiamo trascorsi in giro per lo Swaziland, di parco in parco, circondati da animali che la maggior parte di noi aveva visto solo nei documentari.
In uno di questi viaggi, abbiamo avuto il piacere e l’onore di coinvolgere Vincent, uno dei ragazzi sostenuti a distanza dal Mais. L’incontro con Vincent è servito a tutti noi per capire che esiste anche una terza Africa, quella di chi ha un sogno ed è disposto a lavorare con fatica per raggiungere il suo obiettivo. Quello di Vincent è semplice, lui vuole solo studiare ed avere un lavoro ed una famiglia serena. Tra un anno finirà le superiori e visti i suoi voti eccellenti, avrà la possibilità di frequentare l’Università: se non riuscirà a passare il test di ingresso per medicina, farà l’avvocato.
La sua strada è ancora incerta, però noi abbiamo avvertito una certezza: tra qualche anno in Swaziland ci sarà un cittadino consapevole, che con la sua condotta aiuterà il suo paese.

di Flaviano Pinna

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