Un altro mondo è davvero possibile, nell’Africa in rivolta come nel resto del pianeta

«Oye, Africa!» L’11esima edizione del Forum Sociale Mondiale si è aperta a Dakar con una marcia di cinque chilometri in cui oltre ventimila persone sotto un sole cocente hanno danzato la lotta che serpeggia ormai lungo tutto il continente. Nessuno si nasconde che le rivolte popolari che incendiano
Egitto, Tunisia e Algeria potrebbero facilmente estendersi ad altri Paesi africani impoveriti, dove la democrazia è fittizia o non esiste proprio. Anche un Paese come il Senegal, con i piedi in una terra generosa con i contadini e un tessuto sociale ancora a maglie strette non è al sicuro: i prezzi dei cibi sono aumentati troppo e tra la gente c’è più consapevolezza dell’iniquità di un sistema  neocoloniale.
Questo undicesimo Forum, però, con 1.205 organizzazioni iscritte, 123 Paesi
rappresentati (di cui 45 africani) e tra i 40 e i 50mila partecipanti, è anche la testimonianza che resistere alla crisi è possibile, imboccando con decisione la strada delle alternative.

A Gorée, isola-simbolo della tratta degli schiavi africani che lì venivano smistati per partire in catene oltreoceano, un cartello di sindacati, associazioni ed Enti Locali italiani tra cui quali Arci, Cgil, Tavola della pace, ha depositato una targa a ricordo del loro sacrificio, lanciando un progetto per la costruzione
di un ostello che ospiti volontari dei campi di lavoro, seminari sindacali per non dimenticare il debito che tutti noi abbiamo nei confronti dell’Africa. La Via Campesina, presente con un’ampia delegazione della rete contadina
africana Roppa, anima un vero e proprio ‘Village Rurale’, dove l’agricoltura contadina, la sua lotta contro il land grabbing e le sue speculazioni sul cibo, sul diritto di tutti a vivere della propria terra, ha preso colori e sapori dei mercati locali, per farli conoscere, rafforzarli, metterli in rete.

Our world is not for sale, la rete internazionale sulla giustizia nel commercio, lancia l’allarme sulla ripresa dei negoziati per le liberalizzazioni commerciali dell’Organizzazione mondiale del commercio a Ginevra, dove Stati Uniti, Europa, ma anche molti Paesi emergenti del cosiddetto Sud cercano di chiudere il round lanciato a Doha all’indomani del crollo delle Torri Gemelle non tenendo in alcun conto la dura lezione della crisi e degli effetti nefasti della svendita di diritti umani come l’acqua, il cibo, l’istruzione, la sanità. Che la lezione non sia ancora chiara a tutti lo dimostra l’intervento dell’ex presidente brasiliano Lula Da Silva, che intervenendo ai lavori del forum ha evidenziato «il fallimento del liberalismo», invitando però a «non cedere alla tentazione di sostituirlo con
un nazionalismo primitivo, conservatore, autoritario».
Dall’altra parte il presidente del Senegal Abdoullah Wade, 84 anni, da dieci anni al potere, ha voluto spiegare «perché un liberale ha aperto le porte del suo Paese al Forum sociale», difendendo la sua posizione ed elencando una serie di successi contro la povertà, la fame, l’analfabetismo, non confortati dai dati di fatto.
Aundici anni dal primo Forum di Porto Alegre ci piace ancora pensare, insieme al presidente boliviano Evo Morales che ha marciato per le strade di Dakar, che un altro mondo è davvero possibile perché il cambiamento è già in atto, nell’Africa che brucia come nel resto del mondo.

Info: monica.disisto@gmail.com

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