Un reportage dell’Ansa sulla tragedia di Tripoli

ANSA-REPORTAGE/ LIBIA:IO FUGGITA,HO LASCIATO AMICI NELL’INFERNO  – COLLABORATRICE ANSA RIENTRA,IL RACCONTO DELLA TRAGEDIA A TRIPOLI 

(di Francesca Spinola)  

(ANSA) – ROMA, 23 FEB – ”Se entro domani a quest’ora non ti avro’ richiamato, ci rivedremo nella casa di Dio: questo e’ il sangue che dobbiamo versare per la nostra liberta”’.

Le ultime parole che mi dice al telefono. E’ pomeriggio inoltrato quando mi chiama A. (non faccio il suo nome perche’ non so se sia vivo o morto), un poliziotto, uno di quelli buoni, che mi ha preso in simpatia dal primo giorno che ci siamo conosciuti. Me lo hanno messo alle calcagna tanto tempo fa, per controllare quello che facevo, in un Paese dove i giornalisti sono merce rara e io ero l’unica straniera ad avere un accredito stampa permanente.      

“Hanno sparato a tre detenuti”, mi dice con la voce trafelata e il suo italiano stentato. Passano pochi minuti e mi richiama, “no sono sei, ne hanno uccisi sei”. Quasi certamente detenuti politici entrati in contatto con le famiglie di Bengasi che devono avergli detto della rivolta, della speranza di farcela. Si sono ribellati e la polizia non ha esitato: sei colpi per sei teste. Così si fa in Libia, da sempre. A. è terrorizzato. Mi dice che a Bengasi hanno appena ucciso un suo cugino di 23 anni. Non l’ho piu’ sentito. E quelle 24 ore sono passate. 

E una delle tante ‘istantanee’ che porto con me oggi, mentre l’aereo che mi sta riportando in Italia con la mia famiglia, stacca le ruote dal suolo libico. Mi tornano in mente tanti volti, immagini, momenti vissuti su quella terra che si allontana. E mi tornano in mente gli ultimi giorni, i piu’ difficili e drammatici. 

L’inferno vero a Tripoli inizia il 19 febbraio. Incontro Rhim dal macellaio della Gargaresh, una lunga arteria che porta dall’ovest della città verso il centro. Facciamo scorte di cibo perché l’aria che tira è tesa. Dentro, sul bancone di Abdhalla, è comparsa una foto di Muammar Gheddafi che campeggia sulla canna di una grande pistola esposta da tempo come trofeo. Non è chiaro se la canna sia solo un supporto per un fan del Leader o un sottile gioco dove la testa del colonnello è il bersaglio dell’arma. Questa è Tripoli da quando Bengasi e tutta la Cirenaica sono in guerra. Un posto dove ci si guarda con sospetto. Dove nessuno sa più da che parte stare. Dove il tuo vicino potrebbe trasformarsi nel tuo carnefice. Così si ascolta in silenzio la carneficina che insanguina la Cirenaica e la battaglia dei propri amici, compagni, cugini: In Libia sono una manciata di milioni e pare che tutti siano imparentati fra loro.

“Sono i più giovani quelli che stanno morendo”, mi dice Rhym. “Sono ragazzi nati negli anni 90, gente che non ha paura perché non ha già sofferto”. Poi con le lacrime che stenta a trattenere mi dice che a Bengasi sono morti due suoi conoscenti di 13 anni. Dal tardo pomeriggio del giorno prima Tripoli è attraversata dalle raffiche dei mitra che accompagnano le ore nel corso dell’intera notte, fino al mattino, quando tutto si placa. Mi muovo in una città dimezzata. Metà del traffico, di solito impossibile. Metà dei ragazzi per strada. Metà dei negozi aperti e su tutto un vento che non accenna a smettere e la stanchezza aggiunge stordimento. Ma anche paura. Chiamo amici, informatori, voglio sapere come stanno, cosa pensano che accadrà, quale sarà la prossima mossa di un capo che è in Libia da tutta la loro vita. Ma la risposta e’ sempre la stessa: “abbiamo paura”. Sono paralizzati. Stanno nelle loro case in attesa di qualcosa che solo loro sembrano conoscere già: la ferocia. Che non tarda. Perdo il conto dei morti perché nessuno che io conosca osa avventurarsi per la città durante la notte e non ci sono report o immagini. Noi giornalisti siamo controllati a vista. Io sono stata presa dalle forze di sicurezza in borghese solo qualche giorno prima che tutto avesse inizio a Tripoli: un avvertimento. Domenica 20 mi accorgo che mi hanno bloccato il cellulare. Scopro poi che lo hanno fatto anche ad altri tre colleghi. Il pomeriggio dello stesso giorno un impiegato della LTT, la compagnia telefonica, mi avverte che ci sarà un blocco totale delle comunicazioni. Faccio appena in tempo a chiamare il Vescovo di Tripoli, Monsignor Giovanni Martinelli. Mi racconta delle vicissitudini dei religiosi in Cirenaica. Chiese e case assaltate. Il blocco di tutte le comunicazioni è il campanello di allarme. Una notte di vera odissea: La città si svuota di cittadini e si riempie di ronde dei comitati rivoluzionari, la spina dorsale del regime libico. Armati di fucili controllano le strade e sono pronti a sparare ai manifestanti, circa 3.000 persone che si stanno riversando dalle cittadine circostanti verso il centro città.  Danno fuoco a cassonetti, macchine, a tre caserme della polizia. Le raffiche di mitra accompagnano le grida, i clacson, i cori. Una notte da incubo: Molti forzano i portoni delle case per entrare negli androni. Il discorso di Seif Al Islam, catalizza l’attenzione e subito delude i libici che credevano in lui. Il 21 febbraio è chiaro a tutti: Tripoli è nel caos. Fra supporter e manifestanti, polizia ed esercito, forze di sicurezza e mercenari, nessuno sa più a chi credere. La città è un fantasma di se stessa. Di giorno è terra di nessuno. Poi all’improvviso compaiono posti di blocco di gente in borghese e armata. E’ il momento della grande fuga. L’aeroporto è preso d’assalto. Lo spazio aereo è chiuso a tratti e attraversato da elicotteri per trasporto truppe. I mercenari di Gheddafi? Non c’è tempo nemmeno per darsi una risposta.  Tutti fanno fagotto. L’aeroporto di Tripoli è un girone dell’inferno. Migliaia di persone accalcate in attesa di un volo. Fra loro molti tunisini ed egiziani terrorizzati. Il regime li ha presi di mira: e’ anche colpa loro se la Libia è esplosa. Io impiego due giorni a raggiungere l’aeroporto. E’ il 22 quando un charter dall’Italia ci viene a prendere. L’aereo decolla e l’applauso è liberatorio.(ANSA).

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