In Colombia un’altra vittima del conflitto armato

Dalla Colombia Manfredi Lo Sauro, cooperante Arcs.

Il 12 agosto 1995 i paramilitari del Bloque Bananero de las Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) uccidono Dalmiro Ospina e Carlos Mario, rispettivamente marito e figlio di Ana Fabricia Còrdoba nella strage della discoteca El Aracatacazo, in Chigorodó. Nel 2001 Ana Fabricia è costretta a trasferirsi a Medellìn a cuasa delle continue minacce dei paramilitari. A Medellin fonda Líderes Adelante por un Tejido Humano de Paz (Latepaz), ONG per la difesa dei diritti dei desplazados (vittime di sfollamento armato interno). Con gli anni diventa un punto di riferimento delle vittime antioqueñas e partecipa, in qualità di leader desplazada, alla Mesa de Victimas, gruppo della società civile che propone modifiche alla Ley de Victimas. Per il suo impegno viene più volte minacciata di morte fino a quando, il 7 luglio del 2010, membri della Polizia Nazionale portano via suo figlio Jonatan Arley Ospina, 19 anni, e un suo amico di 16 anni. La sera stessa li trovano morti ammazzati in una stazione di autobus.

Negli ultimi 11 mesi Ana Fabricia ha denunciato in varie occasioni gli assassini di suo figlio. Nel novembre dello scorso anno ha detto i nomi e cognomi in diretta televisiva, consapevole che per questo l’avrebbero uccisa. Martedì 7 giugno 2011 alle 10:30 Ana Fabricia è stata ammazzata a Medellìn con un colpo di pistola alla nuca su un autobus.

L’ennesima morte annunciata, l’ennesimo omicidio che le istituzioni colombiane non hanno saputo o voluto fermare. Il Ministro degli Interni, German Vargas Lleras, dà la colpa ad Ana Fabricia per aver rifiutato una scorta che le era stata offerta. Il Ministro non riesce a capire perché la leader desplazada non abbia accettato la protezione di coloro che avevano ammazzato suo figlio.

Ana Fabricia è la decima leader di organizzazioni delle vittime del conflitto armato che viene uccisa nella democratica Colombia nel corso del 2011, nel pressoché totale silenzio della comunità internazionale. Un silenzio che si fa di giorno in giorno sempre più assordante e complice.

4 febbraio: Ana M. Hernández. Assassinata con suo figlio di 10 anni. Faceva parte della giunta del paese El Chupadero en Frontino (Antioquia). È morta davanti a tre figli.

6 marzo: Zoraida Acevedo. Leader di Familias en Acción in Tibú (Norte de Santander). È stata uccisa davanti a suo marito e ai suoi 4 figli.

19 marzo: Hernán Pinto. Leader delle vittime di Cundinamarca, lo hanno legato con una garrota e lapidato.

22 marzo: Bernardo Ríos Londoño. Membro della Comunidad de Paz de San José de Apartadó.

23 marzo: David Góez e Éver Verbel. Il primo ucciso vicino ad un centro commerciale di Medellín. L’altro, in San Onofre (Sucre).

7 aprile: Andrés Álvarez Orozco. Leader contadino di Antioquia che aveva denunciato azioni illecite della Forza Pubblica nella regione.

15 aprile: Hugo Ulcué. Leader indigeno del Cauca che chiedave giustizia e riparazione per la strage del Naya, almeno 32 indigeni torturati e uccisi.

27 aprile: Martha Gaibao. Leader per la restituzione delle terre di sei paesi nel sud di Córdoba. Assassinata davanti casa.

Manfredi Lo Sauro

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