Il Giorno della Terra, in Palestina e nel resto del mondo

Il 29 marzo 1976 il governo israeliano annunciava il suo piano di confiscare migliaia di dunum (un dunum equivale a 1000 mq) di terra palestinese nella regione di Galilea per la sicurezza dei coloni che vi si erano stanziati, oltre ad imporre un coprifuoco sui villaggi palestinesi in Israele. L’iniziativa ebbe una risonanza enorme e come conseguenza i palestinesi cittadini di Israele proclamarono lo sciopero generale il 30 marzo. Le proteste si diffusero velocemente nelle altre aree: a Gaza, in Ci sgio r – dania e nei campi profughi in Libano. La dura repressione da parte di Israele non si fece attendere: sei palestinesi furono uccisi e migliaia feriti o arrestati. Da allora il 30 marzo si celebra il Giorno della Terra, in Palestina e nel resto del mondo. Dopo 36 anni, anche la manifestazione di quest’anno ha visto i palestinesi impegnati in una grande mobilitazione. Questa volta gli organizzatori, oltre ad utilizzare lo slogan «end the occupation», hanno voluto dare alla celebrazione una simbologia particolare istruendo la Global March to Jerusalem (www.gm2j.com). Da tutti i Territori Occupati, dai paesi limitrofi e da altre parti del mondo, i manifestanti hanno cercato di raggiungere la città, fisicamente o idealmente. Si è voluto così riportare l’attenzione alla questione di Geru – salemme come nodo cruciale per istruire un qualsiasi percorso di pace credibile e contemporaneamente denunciare la discriminazione e la creazione di un sistema di apartheid nella città. Si è voluto anche sottolineare l’importanza di agire in maniera pacifica, ritenendo che il punto di forza dei movimenti nazionali palestinesi in questa fase sia proprio quello di riuscire a dare voce alla gente in modo univoco e attraverso metodi non violenti . Gli obiettivi della marcia sono stati raggiunti, sostengono gli organizzatori, ma ancora una volta ad un prezzo troppo alto. Di nuovo morti e feriti, attacchi da parte dell’esercito israeliano, manifestazioni re – pres se con la violenza. Dopo 36 anni, dobbiamo ancora parlare di negazione dei diritti, di detenzioni amministrative, di segregazione, annessione delle terre, colonizzazione, violenza e morte. Sembra che la storia si sia fermata per il popolo palestinese, sebbene, come hanno fatto in questa occasione, ci dimostrino come riescano a trovare comunque la forza e la determinazione per continuare la loro lotta. Lo hanno fatto i migliaia di dimostranti nella Giornata della terra, i molti che manifestano pacificamente ogni settimana nei villaggi di Bi’lin, Ni’lin, a Silwan e Sheih Jarrah e in altre località dei Territori Occupati. Lo fanno gli abitanti di Gaza, reinventandosi quotidianamente la loro reclusione per riuscire a sopravvivere e lo sta facendo in questi giorni la prigioniera politica Hana Shalabi. Hana è diventata un simbolo per la forza che ha dimostrato nel non accettare passivamente una detenzione ingiusta e non motivata, una detenzione amministrativa che non rispetta i canoni del diritto internazionale e che viene motivata da Israele in base ad ordinanze militari e a leggi in vigore durante il mandato britannico. Hana ha rischiato la propria vita stando in sciopero della fame per 44 giorni, prima di lei Khader Adnan, per poter denunciare le violenze e le umiliazioni subite durante l’imprigionamento. Ancora oggi sono molti i prigionieri palestinesi, detenuti in carceri israeliane, in sciopero della fame. Molti giovani che hanno deciso di non subire passivamente un’altra ingiustizia, sebbene al costo della propria vita.

Carla Cocilova

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