Il dramma della Siria e l’impotenza dell’Onu

Editoriale tratto da Arcireport N_26 del 17 Luglio 2012

Sembra non avere mai fine il dramma del popolo siriano. Mentre in tutto il paese si susseguono scontri e decine di vittime, è di questi giorni la notizia del massacro di Tremseh con oltre 200 morti. Gli osservatori dell’Onu testimoniano di rastrellamenti, scuole e abitazioni bombardate dall’esercito siriano. La Croce Rossa internazionale parla ormai di guerra civile totale, i mezzi blindati hanno fatto il loro ingresso nelle vie di Damasco. Sono migliaia le persone uccise da quando un anno e mezzo fa esplose la rivolta contro il regime di Assad. Spesso sono civili indifesi, donne e bambini. Cos’altro deve accadere perché la comunità internazionale assuma le sue responsabilità di fronte a questa tragedia? Quanto scempio di vite umane deve ancora avvenire perché l’Onu intervenga con un’a­zione incisiva per imporre il cessate il fuoco, il rispetto dei diritti umani e l’avvio di un processo democratico? Non c’è alternativa al far tacere le armi, tutte le armi. Bisogna fermare la macchina repressiva del regime di Assad e imporre al governo si­riano di cessare l’impiego dell’artiglieria contro la popolazione civile; bisogna far cessare ogni violenza per evitare altri morti innocenti e fermare la spirale di una guerra civile di cui sono i cittadini a pagare il prezzo più alto. Non serve un intervento militare, l’esperienza della Libia dimostra che non è quella la soluzione. La comunità internazionale ha tutti gli strumenti politici e diplomatici per fermare Assad, consentire gli aiuti umanitari, assicurare il rispetto dei diritti umani e creare le condizioni per l’apertura di un processo democratico che consenta al popolo siriano di decidere del proprio futuro in un paese sovrano e indipendente. Eppure la diplomazia appare impotente a risolvere il problema. È una passività colpevole quella dell’Onu, che rischia di diventare alibi per nuovi spargimenti di sangue. Il popolo si­riano non può restare ostaggio dei veti incrociati fra le potenze del Consiglio di sicurezza e dei giochi di potere sui futuri equilibri medio­rien­tali. La politica deve uscire dall’inerzia e sostenere l’opera di mediazione affidata a Kofi Annan. Ma deve anche svegliarsi l’opinione pubblica democratica. Non basta esprimere sdegno e solidarietà di fronte ai massacri. Deve levarsi alta la voce dell’Europa pacifica, solidale e dei diritti umani. È una responsabilità di tutti non voltare le spalle di fronte alla domanda di pace, giustizia e democrazia del popolo siriano.

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