A Bankondji interviene anche il MAE


di Federica D’Amico

Lo scrosciare della piaggia sulla veranda mi distoglie dai documenti che sto leggendo. Alzo lo sguardo e vedo la terra rossa che a contatto con l’acqua acquista un colore più scuro. I rivoli creano abbondanti canali a ridosso delle abitazioni. Intorno la vegetazione è lussureggiante. Le foglie appaiono indifferenti, come se l’appuntamento annuale con la stagione delle piogge non le condizioni. Eppure sono sferzate da raffiche di gocce insistenti. I frutti esotici si alimentano di nuova linfa. Mostrano tutta la loro bellezza, a dispetto del temporale che si sta abbattendo con violenza. In contrasto con il cielo plumbeo che tinge di scuro ogni cosa. Una nebbia densa sale ad avvolgere il villaggio di Bankondji, donandogli un’aria immobile. Sembra addormentato. Ognuno a riparo, nella propria casa, sotto la tettoia di lamiera, attende la fine dell’acquazzone.  La giornata volge ormai al termine per decretare la fine delle attività quotidiane.

A deviare dalla solita routine, i lavori avviati un anno e mezzo fa da ARCS, in partenariato con l’associazione locale Codebank 2000 (Comitato di sviluppo di Bankondji). La costruzione di un nuovo pozzo, che alimenterà il sistema di approvvigionamento dell’acqua potabile, è conclusa; mentre la torre piezometrica è in fase di ristrutturazione. Nel frattempo si sta preparando il terreno per impiantare i pannelli fotovoltaici, che alimenteranno tutti i componenti del sistema idrico.

In lontananza un tuono scuote l’aria, seguito da alcuni lampi. Ancora una volta va via la corrente e gli ultimi scampoli di luce non sono sufficienti per farmi continuare a scorrere le carte che ho di fronte a me. Penso a quanto è stato fatto e a quanto ancora c’è da fare, confortata dalle novità che stanno arricchendo il progetto finanziato dalla Delegazione dell’Unione Europea a Yaoundé.

L’obiettivo di fornire alla popolazione del villaggio un sistema di approvvigionamento di acqua potabile è stato impreziosito, infatti, dalla collaborazione con l’Università “La Sapienza” di Roma – Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo Sostenibile (CIRPS). Gli ingegneri del Centro hanno ideato e stanno sperimentando in diversi paesi del mondo un impianto per l’autoproduzione di cloro, elemento fondamentale alla potabilizzazione dell’acqua. Si tratta di un impianto chiamato OSEC (On Site Electrolytic Chlorinator) a impatto ambientale zero: il cloro prodotto decade entro dieci giorni e la produzione può essere fatta direttamente in loco dal personale locale a partire da una soluzione di acqua e sale marino). Questo nuovo brevetto sarà utilizzato anche qui, in questo villaggio del Camerun. La popolazione ne è già entusiasta.

Dallo scorso maggio, a dare un supporto ancora più forte  all’azione è intervenuto il MAE che attraverso il progetto RECAP ha deciso di cofinanziare e di contribuire all’ampliamento delle attività in corso.  Un valore aggiunto, questo, che  permetterà, tra l’altro,  di sostenere la gestione partecipata di un bene comune fondamentale e vitale come l’acqua.  Una volta completate le attività tecniche e quelle di formazione e sensibilizzazione, un comitato locale sarà responsabile della gestione del sistema idrico e della distribuzione dell’acqua presso il villaggio.

Improvvisamente odo un ronzio e la lampadina che pende dal soffitto, dopo alcuni istanti di intermittenza, illumina i fogli di fronte a me. La corrente è tornata. Come a volermi ricordare la sfida che si rinnova. Soddisfatta per le buone pratiche intraprese e fiduciosa per il futuro, mi rimetto a lavoro, accompagnata dallo scrosciare persistente.

 

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