PALESTINA. “Siamo tutti Gaza”: il popolo palestinese ricostruisce se stesso

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Una galassia di nuove campagne di base partono da Cisgiordania e Gerusalemme in solidarietà con la Striscia. Nonostante le divisioni politiche, il popolo si sente uno.

Betlemme, 4 agosto 2014, Nena News – Siamo tutti Gaza. Lo slogan, coniato nei Territori Occupati, stampato sulle magliette che i giovani, gli shebab, indossano in manifestazioni ormai giornaliere, è il simbolo della nuova unità di base a cui l’offensiva israeliana ha indirettamente dato origine. Distruzione di tunnel o meno, sradicamento di Hamas o no, Israele è stato sconfitto sul terreno dell’unità del popolo palestinese. La base ha fatto quello che i partiti politici, Hamas e Fatah in testa, non sanno archiviare, nemmeno dopo la nascita del governo di unità, oggi ostaggio della differenza di vedute tra Ramallah e Gaza City sul concetto stesso di resistenza. 

Dietro quelle magliette sta una galassia di campagne spontanee, nate in Cisgiordania e Gerusalemme, portate avanti da amici, studenti, ragazzi che vedono nell’attacco contro Gaza una guerra contro l’intero popolo palestinese: «In tanti si mobilitano, soprattutto a Gerusalemme – spiega al manifesto Hussam, 24 anni – Stampano volantini, poster, adesivi dove chiedono il boicottaggio dei prodotti israeliani in Cisgiordania e dei negozi israeliani a Gerusalemme. Vanno nei supermarket e convincono i proprietari a disfarsi dei prodotti israeliani che affollano gli scaffali. La risposta è molto buona, i massacri in atto hanno cementato l’unità palestinese e generato la voglia di dare un contributo, anche soltanto sbarazzandosi di un prodotto che sostiene l’occupazione».

A Gerusalemme sono tante le famiglie palestinesi che non acquistano più prodotti israeliani o evitano i centri commerciali, preferendo il negozio palestinese sotto casa. Tanti quelli che non salgono più sui mezzi pubblici israeliani.

In Cisgiordania, alcuni negozianti hanno deciso di liberarsi dei prodotti israeliani, dandogli fuoco in piazza. Un atto che se portato avanti con costanza creerebbe problemi all’economia dell’occupante. Qualche anno fa un boicottaggio di alcuni mesi nei Territori provocò un crollo delle vendite che spaventò le aziende israeliane, costrette a modificare le etichettature dei propri prodotti per continuare a vendere. Milioni di dollari in fumo, in un mercato composto da oltre tre milioni di consumatori, il primo per grandezza per l’economia israeliana.

Ma a muoversi sono intere comunità. Il senso di separazione, che sembrava radicato tra le due enclavi, è spazzato via. In ogni città sono partite campagne di sottoscrizione, raccolte fondi, cene di beneficienza, donazioni di medicinali. La più grande, lanciata dal Palestinian Medical Relief Society e sostenuta dalle Ong italiane, “Medicine per Gaza”, ha raccolto ad oggi oltre 94mila euro, oltre 400mila quelli raccolti nel villaggio di Umm al Fahem; sono stati organizzati autobus per portare i palestinesi residenti in Israele a Tulkarem a donare il sangue; tanti fanno la spola tra supermercati e farmacie per raccogliere medicinali e beni di prima necessità.

A fare da sottofondo la voce di tv e le radio, impegnate in lunghe dirette per raccontare l’offensiva, intramezzate dal passaggio delle canzoni patriottiche più note e amate dal popolo palestinese. Dalle poesie di Mahmoud Darwish alla musica di Marcel Khalife, ogni attimo della vita nei Territori è dominato dal sentimento di ritrovata unità. Quella vera, di base.

«Ci troviamo oggi in una particolare congiuntura storica, profondi cambiamenti sono in atto – ci spiega l’analista palestinese Ahmad Jaradat – Il fallimento degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione, la divisione in Libia e Iraq. E la crescita dei movimenti di resistenza nella regione. Da noi il fallimento dei negoziati di pace tra Israele e Autorità Palestinese hanno reso la resistenza popolare la sola scelta rilevante per la liberazione».

«Netanyahu pensa che la divisione tra Hamas e Fatah, nonostante il governo di unità, frenerà i movimenti di base, vuole far passare l’operazione come una guerra contro il movimento islamista. Ma sbaglia. I palestinesi la sentono come un’offensiva verso un intero popolo, contro tutti i movimenti di resistenza all’occupazione. Per questo assistiamo allo sviluppo di gruppi nuovi e alla sollevazione delle città in Cisgiordania. I palestinesi inviano un messaggio a Israele: uniti, combatteranno ancora l’occupazione, con o senza il sostegno dei loro leader».

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