Lontano dagli occhi, ma non dal cuore – La vita dei rifugiati palestinesi in Giordania

becchis_copertinaSono stata in Giordania per soli 10 giorni. Brevi ma intensi, quanto basta per aprire il cuore ad un mondo pressoché sconosciuto come quello mediorientale, ricco di sfumature e contraddizioni. Ho lavorato come volontaria inviata dall’Arcs al Summer Camp nel campo per rifugiati palestinesi di Jerash, a 50 km dalla capitale Amman. Il campo è stato fondato nel 1968 per accogliere i palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, da qui il nome ‘Gaza Refugee Camp’. Un campo nato come luogo d’emergenza e che oggi, 46 anni dopo, ancora ospita più di 24 mila rifugiati in nemmeno 1 km quadrato di spazio.

Sono stata laggiù quando a poche centinaia di km di distanza era in corso il conflitto armato ‘Margine Protettivo’ tra Israele e i Territori Palestinesi, tra la potenza ebraica e quella stessa Striscia di terra da cui provenivano i genitori e i nonni dei bambini con cui giocavo. E la loro appartenenza, la loro identità palestinese veniva fuori spesso, nei nomi delle squadre in cui i bimbi si dividevano (Gaza contro le Volpi, oppure Palestina Libera contro i Leoni), o nei disegni liberi delle bimbe, in cui con estrema naturalezza spuntava sempre una bandiera palestinese, rossa, bianca, nera e verde, così simile a quella Giordana. Le notizie degli scontri in corso arrivavano anche lì e filtravano ai bambini, ben consapevoli di appartenere ad una Terra diversa da quella in cui ora abitano.

La maggior parte dei rifugiati nutre ancora la speranza di poter tornare un giorno nella propria terra d’origine, ma la situazione non è semplice, come sappiamo il conflitto si protrae da troppi anni. Intanto le condizioni di vita in Giordania non sono per loro le migliori. Sono infatti tra i pochi rifugiati palestinesi a non aver ricevuto la cittadinanza giordana, per motivi politici diversi. Questo però rende difficile, se non impossibile, per molti di loro trovare lavoro al di fuori del campo, creando disoccupazione e conseguente povertà. La situazione del campo è per certi versi drammatica, poiché il sovraffollamento, la mancanza di risorse, la scarsità d’acqua e condizioni igieniche, rendono la vita dei rifugiati palestinesi difficile.

Sono partita dalla Giordania senza sapere come si sarebbe evoluta l’operazione militare Margine Protettivo, e ora che si è conclusa, con un elevato numero di vittime, la situazione al Gaza Camp rimane comunque la stessa e così sarà immagino ancora per molti anni. Qualcosa peró è cambiato dentro me, un nuovo interesse si è acceso e il mio pensiero è rivolto spesso ai bimbi laggiù che nel frattempo sono tornati tra i banchi di scuola.

E’ proprio vero, ogni tanto avvicinarsi per vedere più accuratamente può aiutare ad entrare in nuove realtà, iniziarle a capire meglio.

Silvia Becchis, volontaria work camp in Giordania – Arcs

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