Workshop Libano – E con tutti si anche riso tanto

di Giulia Lampignano
E’ notte, e nel corso della mia ricerca di un progetto di volontariato internazionale, mi imbatto nella pagina web dell’ARCS. Le parole lampeggiano sullo schermo nel buio della camera. L’insoddisfazione che fino a quel momento mi pizzicava silenziosamente dietro la nuca, scompare. Sento una ventata di euforia, si riaccende la curiosità, una spinta in avanti. Un programma pieno, ricco, strutturato, offerto da persone che mi paiono subito competenti, preparate: da una parte l’aspetto conoscitivo – culturale, politico e sociale – di un contesto così complesso come quello mediorientale (inevitabilmente la storia del Libano si interseca con quella di Palestina, Israele, Siria…); e dall’altra l’aspetto creativo, lo strumento audiovisivo come approccio, come lente di mediazione e di interpretazione, come punto di vista. Mi sembra una combinazione perfetta, che riaccende tanto il mio fascino nei confronti di quella complicatissima parte di mondo, quanto la mia passione e i miei studi di videomaking. Ho capito che partirò, decisione repentina, senza esitazione.

Il viaggio comincia all’alba ed è lungo, ma già c’è familiarità nell’aria, sento che saremo un bel gruppo. L’arrivo a Beirut colpisce noi novizi con lo stesso spaesamento ed intensità: caos, traffico, inquinamento, palazzi degradati – alcuni mezzi distrutti, altri ancora sorti da un’evidente e sconsiderata speculazione edilizia. A un primo colpo d’occhio nulla sembra essere rimasto delle antiche e ricche civiltà che nei millenni hanno abitato questo territorio. Le uniche tracce di storia evidenti sembrano essere quelle degli ultimi quaranta-cinquant’anni: le distruzioni della guerra civile, i militari nelle strade, il filo spinato, la speculazione edilizia, la caccia al lusso sull’onda dell’influenza occidentale, le disuguaglianze sociali.

Lo sfacelo dei luoghi è compensato dal fermento politico e sociale dei suoi abitanti, che fin da subito si fa sentire. I beirutini ci accolgono il giorno stesso in cui arriviamo con manifestazioni e proteste, così lontane dalle pigre e sfiduciate “lamentele” di noi italiani. Se il pretesto è di tipo pratico, concreto e immediato – la raccolta dell’immondizia, i servizi di base come elettricità e acqua potabile -, le rivendicazioni investono anche questioni più ampie e profonde – la matrice confessionale della stessa democrazia libanese, la corruzione della classe politica, il malgoverno, le spaccature sociali e religiose. Si respira cambiamento nell’aria, coraggio e voglia di cambiare veramente le cose.
L’atmosfera è contagiosa, ci sentiamo subito coinvolti. Ci accorgiamo di essere arrivati in un momento storico d’eccezione – erano quattro anni, dalla lontana primavera araba, che i libanesi non scendevano più in piazza: inevitabilmente e presto anche il nostro percorso video ne viene influenzato.

Gli incontri con gli attivisti delle associazioni e delle NGO libanesi sono intensi e arricchenti: persone di grande umanità, generose nel raccontarsi, energiche nel portare avanti la loro battaglia – movimenti anticonfessionali, movimenti per la tutela degli spazi pubblici, per fare luce sulla guerra civile e sugli innumerevoli scomparsi, per la difesa socio-psicologica delle donne vittime di violenza…
In particolare è emozionante ritrovarsi a Shatila. La sua storia, presente e passata, vibra nell’aria e nelle persone – donne, uomini, bambini – che abitano quegli edifici, dentro, sopra, intorno; le attività che animano il campo dei rifugiati sono insieme quotidiane e fondamentali. La nostra esplorazione è accompagnata dai canti del muezzin…Sembra un’altra dimensione.

Guardando attraverso la macchina da presa, i miei occhi si riabituano a vedere. La città non mi sembra più un blocco di caos indistinto, ma comincio a cogliere le differenze peculiari di ogni quartiere, il fascino delle contraddizioni. A poco a poco scopro angoli di bellezza, stralci di un paesaggio, balconi in ferro battuto, colonne scrostate di un vecchio palazzo, archi bizantini, tende colorate alle finestre, le strabordanti panetterie arabe, il cibo meraviglioso, l’affabilità dei tassisti, i localini, la simpatia e la cordialità dei giovani beirutini…
Le gite a Tripoli e Byblos poi ci offrono dei picchi di magia e bellezza – ecco il medioriente senza la patina appiccicaticcia che scimmiotta lo pseudo-lusso occidentale. I souk, le antiche medine, gli hammam, le antiche architetture e i vecchi mestieri, il mare selvatico…rigenerano tutti noi.

Se i primi giorni sono trascorsi lenti, in quanto stracolmi di tutte le nuove esperienze e della miriade di “input”, quelli successivi sono volati in un baleno. Siamo stati tutti unanimi nel riconoscere che, umanamente, dieci giorni per così tante esperienze sono veramente troppo pochi.

Al termine di questo viaggio, di occhi e di anima, di odori e di sudore, mi viene da ringraziare profondamente chi l’ha reso possibile: Paolo per la sua energia, per il suo intuito, per averci messo a parte e arricchito con il suo percorso personale – di vita, di viaggio, di conoscenza socio-politica, di videomaking e di documentario – , per averci guidato, dandoci fiducia e autonomia. Matteo per la sua presenza attenta e discreta, per la sua sensibilità e per lo sguardo preciso di montatore, per le chiacchiere cinematografiche. Elisa e Micol per l’organizzazione impeccabile, ricca e poliedrica, per averci accompagnato, accolto e orientato nella vita di tutti i giorni di una città così complessa come Beirut. Ci hanno permesso di ambientarci in fretta e di farci sentire a casa. E infine, le mie compagne di viaggio, Sefora, Ilary e Nicole, compagne di esperienza, di emozioni, di confidenze.
E con tutti si è anche riso tanto. Cosa che rende tutto questo popò di roba ancora più prezioso.

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