La voce dei volontari di ARCS a Gerusalemme

Il contributo scritto dai ragazzi e dalle ragazze impegnate come volontari per ARCS a Gerusalemme nell’ambito di un progetto di Servizio Volontario Europeo

Il quesito che tutti si pongono a Gerusalemme e in West Bank in questi giorni è se stia per scoppiare la terza Intifada – o se di fatto sia già iniziata – o se invece si tratti di episodi diffusi ma ciclici, che si smorzeranno nel giro di qualche settimana e si andranno ad aggiungere all’archivio storico della vita dei palestinesi. Ad oggi, sembra che la mobilitazione non abbia ancora quell’organizzazione e coordinamento necessari per poter parlare di una vera e propria Intifada, ma con certezza il susseguirsi degli eventi può essere interpretato come la risposta esasperata di una popolazione oppressa nei confronti della potenza occupante

A partire da quest’estate, l’inasprirsi del conflitto a Gerusalemme ha assunto i drammatici tratti dello scontro religioso. La pressione di Israele ha rinvigorito le file dei coloni e delle fazioni squadriste che si prefiggono, attraverso l’azione quotidiana di una vita in trincea, di spingere i palestinesi fuori dalle loro case e dalla loro città. Le restrizioni imposte ai fedeli musulmani di Gerusalemme nelle ultime settimane, in puntuale concomitanza con le festività ebraiche, non lasciavano presagire nulla di buono. Il divieto di entrare ad al-Aqsa, non solo terzo luogo più importante per l’Islam, ma anche vitale luogo di incontro e simbolo identitario per i palestinesi di Gerusalemme, hanno rappresentato il superamento di una linea rossa generando una reazione radicale, che non aspettava altro che manifestarsi. In un contesto di tensione – più o meno latente – si è infine inserita perfettamente un’escalation di morti capace di infiammare definitivamente il clima inevitabilmente condiviso da israeliani e palestinesi.

L’inizio di ottobre segna il cambio di passo nel livello di scontro delle ultime settimane, con l’uccisione, vicino al villaggio palestinese di Beit Furik (fra Ramallah e Nablus), di due coloni israeliani in auto con i quattro figli e la conseguente scelta da parte dell’IDF di dispiegare quattro battaglioni di fanteria nell’area sud-est di Nablus.
Di fronte al progressivo polarizzarsi delle posizioni in gioco e l’approvazione da parte del governo israeliano di misure di sicurezza sempre più restrittive nei confronti della popolazione palestinese, un punto di svolta può essere identificato negli eventi accaduti fra il 3 e il 4 ottobre, quando sono stati uccisi nella città vecchia di Gerusalemme due ebrei ultraortodossi e feriti la moglie e il figlio in fasce di uno dei due, prima che l’attentatore venisse freddato dai colpi della polizia israeliana. Da quel momento la parola che più di tutte è in grado di cogliere il succo di ciò che sta succedendo pare essere “rappresaglia”.

La mattina di domenica, Fadi Alloun, palestinese di 19 anni viene colpito a morte dalla polizia nei pressi della città vecchia, in un contesto controverso che coinvolge la mobilitazione squadrista del gruppo di estrema destra israeliana Lehava nel tentativo di fare vendetta delle morti israeliane. Alla risposta estremista di strada si è inoltre affiancata quella reazionaria dell’autorità, con il divieto di accesso in città vecchia per tutti i palestinesi non residenti per i due giorni successivi agli attentati e la convocazione di misure straordinarie di sicurezza a Gerusalemme come in West Bank.

Gli ultimi tre giorni hanno riesumato numeri che non si registravano da tempo, con più di 500 feriti e 4 palestinesi uccisi, una città – Nablus – messa letteralmente sotto assedio, e una rappresaglia massiva israeliana che non ha risparmiato nemmeno la Mezzaluna Rossa, attaccata direttamente da IDF e coloni durante lo svolgimento delle sue attività di assistenza medica. Continui scontri sia in West Bank che a Gerusalemme, con il governo Netanyahu che minaccia un’operazione militare paragonabile a Defensive Shield, e pallottole vere che sostituiscono lacrimogeni e granate stordenti.

A Gerusalemme la città vecchia è messa in quarantena. In via Dolorosa, dove il 3 Ottobre sono stati uccisi i due ebrei ultraortodossi, è stato organizzato un presidio permanente di ebrei che, protetti dalla massiccia presenza dall’esercito, protestano contro i palestinesi e affermano la loro presenza nel quartiere musulmano della città vecchia di Gerusalemme.

Mentre scriviamo, ci giunge notizia di una nuova drammatica morte proprio in città vecchia. Una ragazza palestinese sarebbe stata uccisa a seguito di una colluttazione con un colono. Le fonti israeliane parlano di un tentato accoltellamento, mentre altre fonti sostengono che la ragazza avrebbe solo cercato di difendersi dall’attacco del colono, il quale le avrebbe poi sparato.

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