Il lavoro che non c’è: profilo e cause della crisi socio-economica in Tunisia – @ispionline

da ispionline.it

Lunedì, 25 Gennaio, 2016 Clara Capelli

Kasserine, Jendouba, Béja, Redeyef, Sfax, Jendouba, Kram, Hay Ettadhamen. Questi nomi probabilmente non vi diranno nulla, ma negli ultimi giorni diverse città dell’interno della Tunisia e i quartieri più popolari di Tunisi sono stati teatro di animate proteste e scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

A riaccendere la scintilla dell’indignazione è stata la morte a Kasserine di Ridha Yahyaoui, un giovane disoccupato rimasto folgorato dopo essere salito su un palo della luce durante una protesta contro la cancellazione di alcuni nomi, tra cui il suo, da una lista di assunzioni nell’amministrazione del governatorato. A seguito del decesso del ragazzo molti sono scesi in strada, in un montare di rivendicazioni che ha finito per interessare buona parte del Paese, ricordando ancora una volta quanto cruciali siano le questioni della disoccupazione e delle disparità sociali e regionali, in Tunisia come altrove nella regione.

La Tunisia tra disoccupazione, informalità e compressione salariale

I dati sulla mancanza di impiego vengono ora snocciolati da tutti i media. 800.000 disoccupati in un Paese di circa 11 milioni di abitanti (approssimativamente il 15% della forza lavoro), oltre il 30% sia il tasso di disoccupazione giovanile sia quello di disoccupazione fra i laureati. I giovani tunisini, infatti, possono vantare in media un livello di istruzione piuttosto elevato, fenomeno per altro osservabile sostanzialmente in tutta la regione del Nord Africa e del Medio Oriente.

Tuttavia, adottando un approccio comparativo, la situazione della Tunisia non sembra sulla carta differenziarsi particolarmente da molti Paesi europei, dall’Italia alla Grecia e al Portogallo, che rispetto ad alcuni indicatori occupano posizioni ben più basse in classifica. Alcune chiarificazioni si rendono dunque necessarie. Innanzitutto, il tasso di partecipazione alla forza lavoro in Tunisia (ma lo stesso si potrebbe dire di altre economie della regione) è da considerarsi basso rispetto al suo profilo demografico, qualche punto sotto il 50% laddove quasi metà della popolazione ha meno di 30 anni. Dall’altra parte, il tasso di inattività – ossia la percentuale della popolazione né (ufficialmente) occupata o disoccupata – supera il 50% La motivazione tradizionalmente addotta è la limitata inclusione femminile nel mondo del lavoro (27%), a sua volta conseguenza di una cultura patriarcale che scoraggia la partecipazione attiva delle donne nelle attività economiche.

Sebbene qualche elemento di ragionevolezza possa essere trovato in tale spiegazione, essa non prende in considerazione che il settore informale rurale e urbano in Tunisia (e, di nuovo, in tutta la regione) viene raramente catturato dalle indagini statistiche ufficiali. Difficilmente si riescono a raggiungere certe zone rurali, così come sfuggono alla mappatura economica sia le attività illegali (lavoro nero, spaccio, ricettazione, contrabbando, etc.), sia le piccole attività di commercio individuali o a conduzione familiare. Eppure questi settori, anche in modo causale e discontinuo, permettono a molti tunisini di guadagnarsi qualche soldo per garantirsi la sopravvivenza fuori dai contesti regolamentati dallo Stato e oggetto di analisi della statistica, la quale può solo compensare – quando può – con stime e approssimazioni.

Per citare un esempio tristemente noto, Mohammed Bouazizi è indubbiamente da considerarsi uno di quei tanti invisibili – come molti fra i ragazzi protagonisti delle proteste attualmente in corso – che non fanno ufficialmente parte della forza lavoro (né quindi vengono registrati come disoccupati), ma che vivono di espedienti nelle “informalità”. In conclusione, per quanto i dati sopracitati siano già preoccupanti e segnale di una condizione economica critica, è ragionevole pensare che essi sottostimino in maniera non trascurabile la portata della disoccupazione in Tunisia, fenomeno da intendersi in senso “ampio”, ossia di mancanza di un impiego disciplinato da un contratto, continuato e possibilmente associato a condizioni salariali e lavorative chiare e garantite.

Avvicinando la lente di ingrandimento a questi dati, la questione della mancanza di decent jobs – per utilizzare un termine ricorrente nella letteratura sulla materia – risulta essere ancora più preoccupante, perché nascosti dietro una manciata di cifre si nascondono non solo i sommersi del settore informale, ma anche lavoratori di quello formale. Come bene hanno spiegato sia il macroeconomista Ali Kadri sia uno studio microeconomico condotto nel 2012 dalla Banca Mondiale, la regolamentazione del mercato di lavoro nella regione si applica pienamente solto al settore pubblico (che, contrariamente da quanto predicato dalla vulgata in materia, da ormai 30 anni contribuisce sempre meno alla creazione di nuovi posti di lavoro) e a una parte relativamente contenuta del settore privato. Il resto dell’economia a, anche formale, è di fatto caratterizzato da una significativa flessibilità, da intendersi nel senso di una forte mobilità in entrata e uscita, volatilità salariale, precarietà e sostanziale mancanza di tutele.

A questo quadro già di per sé sconfortante si aggiunge infine il forte contenimento salariale della forza lavoro. I dati ILO mostrano un modesto aumento dei salari medi reali dell’1% annuo negli ultimi anni, ma occorre inoltre tenere in considerazione che queste rilevazioni riguardano solo una ristretta porzione del mondo salariato.  In relazione con la diffusa informalità del lavoro e con la mancanza di tutele, il profilo salariale della forza lavoro si caratterizza per basse retribuzioni, sia nel settore privato sia nel settore pubblico. Tale questione è stata analizzata e denunciata da diversi economisti tunisini già a partire dagli anni Ottanta, spesso in contraddizione con la narrazione che vuole il Paese contraddistinguersi per una importante classe media. Le difficoltà della popolazione nel fare fronte al crescente costo della vita si sono acuite negli ultimi quindici-vent’anni, accompagnandosi a una sostenuta crescita dell’indebitamento privato.

Alla luce di quanto illustrato dovrebbe essere chiaro come la questione socio-economica della Tunisia sia ancora più seria e complessa di quanto descritto dai dati solitamente menzionati, risultato di un modello economico le cui basi sono state gettate addirittura prima dell’indipendenza e della presidenza Bourguiba e che, oltre ad avere creato un’economia insufficientemente produttiva e inclusiva, ha inasprito le disparità tra le regioni dell’interno e le città della costa.

Un modello socio-economico di esclusione

Per comprendere le cause profonde delle proteste attualmente in corso, e in particolare a Kasserine, è necessario allargare l’analisi, guardando nello specifico i dati regionali. Le condizioni delle regioni dell’interno sono addirittura più gravi rispetto alla fosca situazione appena discussa. Riprendendo un dato diffusamente citato in questi giorni, il tasso di disoccupazione nel governatorato di Kasserine si attesta intorno al 30% (quindi il doppio rispetto alla media nazionale), percentuale da leggere tenendo in considerazione le osservazioni sopra fatte sull’incapacità di questo indicatore di stimare in modo appropriato la portata delle criticità nel mercato del lavoro.

La regione di Kasserine, ma lo stesso si potrebbe dire di altre, si caratterizza per un’economia diffusamente informale e prevalentemente agricola (oltre che scarsamente produttiva), con piccole attività nel settore dei servizi, prevalentemente commercio al dettaglio. In questo quadro, il caso di corruzione che ha portato alla tragica morte di Yahyaoui assume un significato più ampio: la problematica va al di là della corruzione e delle pratiche clientelari del sistema amministrativo tunisino, ma riguarda un tessuto socio-economico completamente incapace di offrire possibilità di lavoro ai propri abitanti, tanto che l’impiego pubblico diventa una delle pochissime alternative a una forza lavoro, magari qualificata e con un livello di istruzione di tutto rispetto.

Lo stesso principio si potrebbe applicare alla rivolta nel bacino minerario di Gafsa, esplosa a seguito di irregolarità nell’assegnazione di un’ottantina di posti presso la Compagnie des phosphates de Gafsa (CPG) a fronte di oltre 1000 candidati; anche in questo caso, la radice del problema risiede nella povertà della struttura produttiva, dominata in buona sostanza dalla sola attività estrattiva dei fosfati, la quale a sua volta non è mai stata gestita in modo da generare risorse che potessero fare da volano di sviluppo per la regione.

La questione del lavoro a Kasserine – e, di nuovo, lo stesso si potrebbe dire di altre zone – si intreccia a una emarginazione regionale a più dimensioni che passa per la situazione dei trasporti ai servizi di acqua potabile ed elettricità a quelli legati a sanità e istruzione fino agli spazi per attività culturali e di aggregazione. Valutazioni analoghe si potrebbero per altro fare per diverse zone del Grand Tunis, quali Ettadhamen e Douar Hisher, emersi in modo assolutamente informale intorno agli anni Settanta a seguito dei flussi migratori dalle zone rurali alla capitale proprio a partire da diversi governatorati dell’interno.

Come per altro spiegato da un articolo apparso nel numero di gennaio di Le Monde Diplomatique, le tensioni tra Kasserine e Tunisi si perdono nella storia di questa terra, tradizionalmente dominata dalle élite delle città della costa (Monastir, Sousse, Sfax) e la capitale. Questo sbilanciamento si traduce in una ripartizione fortemente iniqua delle attività economiche, in particolare del turismo (concentrato sui resort costieri) e delle industrie. Un dettagliato studio di UNU-WIDER del 2014 ha mostrato come l’80% delle industrie sia localizzato nelle zone costiere, il 40% di queste solo fra i governatorati di Tunisi e Sfax. Le altre regioni si caratterizzano per qualche impresa, spesso di taglia medio-piccola, sparsa qua e là sul territorio.

La mancanza di interesse per le aree dell’interno a favore delle regione costiere che hanno trainato l’economia tunisina si è tradotta in una perpetrazione delle disparità, con limitati investimenti infrastrutturali a favore delle prime. Proprio Kasserine si sia costituita “regione vittima” presso l’Instance de Verité et Dignité (JVD), commissione incaricata dopo la Rivoluzione di documentare e investigare sui crimini commessi durante le presidenze di Bourguiba e Ben Ali, una decisione che ha fatto discutere, ma che bene evidenzia come la politica tunisina abbia per anni trascurato diverse sue regioni, poco curandosi del loro sviluppo della loro economia e delle comunità locali.

Questo modello fortemente concentrato sulle aree costiere non solo non ha tenuto in scarsissima considerazione le regioni dell’interno, ma ha considerevolmente contributo a creare le profonde sperequazioni nel tessuto socio-economico del Paese e sul suo mercato del lavoro descritte poco sopra. I dati forniti dal Ministero dell’Industria mostrano come quasi la metà delle imprese con più di 10 impiegati operanti in Tunisia sia a vocazione esclusivamente esportatrice; circa il 60% di queste sono a partecipazione straniera (in prevalenza francese e italiana). Una parte importante del tessuto industriale tunisino è infatti composto da attività di mero assemblaggio di prodotti destinati al mercato europeo, attività che fanno leva sul basso costo dalla manodopera tunisina e che in realtà – anche in questo caso – non hanno generato risorse per lo sviluppo del Paese (la bilancia dei pagamenti tunisina mostra al contrario un forte flusso di profitti rimpatriati all’estero) né contributo a rafforzare, diversificare e rendere più produttiva la struttura economica tunisina, limitandosi alla mera creazione di posti di lavoro a bassi salari.

Lo stesso si potrebbe dire per il fiorente business dei centre d’appel francesi e italiani delocalizzati in Tunisia in virtù di una forza lavoro con ottime competenze linguistiche ma oneri salariali assai inferiori rispetto agli standard europei. Infine, anche le attività turistiche sono da inserire in questo quadro, essendo tale settore prevalentemente caratterizzato da servizi di turismo di massa che hanno nella convenienza delle offerte – e quindi sul contenimento dei costi, stipendi compresi – il loro punto di forza.

Che si tratti di investitori o turisti, il modello qui descritto è fondamentalmente dipendente dalla domanda estera, pressoché privo di alcuna strategia di sviluppo organica e di lungo periodo o di misure per la domanda e il mercato interni. Al di là degli ostacoli che un processo transizionale pone nell’elaborazione di politiche di ripresa e sviluppo, è necessario riconoscere per comprendere le proteste attualmente in corso che cinque anni dalla Rivoluzione, nulla è stato fatto per rispondere alle rivendicazioni di dignità, lavoro e giustizia sociale che hanno marcato le rivolte del 2010-2011 e che originano dalle numerose problematiche qui descritte.

La politica che non c’è

Il governo tecnico Jomaa ha riproposto, presentandolo con un linguaggio più moderno ma senza mutare la sostanza, lo stesso modello basato su turismo e investimenti esteri, senza alcuna riflessione sulle responsabilità di quest’ultimo rispetto alla situazione sociale del Paese. Un anno dopo il suo insediamento l’attuale governo di coalizione tra Nidaa Tunes ed Ennahda si è mostrato incapace di elaborare una strategia che indirizzi la Tunisia su un qualsivoglia sentiero di sviluppo capace di garantire migliori condizioni in termini di giustizia sociale e opportunità.

Anche di fronte alle proteste attualmente in corso, la risposta è stata di tipo estemporaneo e propagandistico, finalizzato a placare agli animi con promesse vaghe non accompagnate da alcun piano di attuazione preciso. L’altro escamotage è stato quello di agitare lo spauracchio della minaccia alla sicurezza del Paese, instaurando nuovamente il coprifuoco e insistendo sugli atti di violenza e vandalismo dei giorni passati. Sebbene nel suo discorso di venerdì 22 gennaio il Presidente della Repubblica Béji Caïd Essebsi abbia riconosciuto la crucialità della questione della disoccupazione, ha tenuto a sottolineare la presenza di “infiltrazioni” da parte di ladri e vandali fra i manifestanti, implicitamente delegittimando l’urgenza e l’importanza delle richieste di quest’ultimi. La stessa delegittimazione si può riscontrare anche fra una considerevole parte della popolazione tunisina, che poco o niente ha sostenuto le istanze portate avanti dalla popolazione di Kasserine, mostrando di fatto una limitata consapevolezza delle numerose e intricate problematiche socio-economiche del Paese.

Cinque anni dopo la Rivoluzione della Dignità la Tunisia si trova ad affrontare una fase estremamente delicata del suo processo transizionale, trovandosi chiamata a un profondo e radicale ripensamento dei rapporti socio-economici tra le diverse classi sociali e tra le regioni. Solo il tempo saprà dire se tale sfida sarà raccolta o lasciata cadere, con il rischio di una rivoluzione a metà se non addirittura riportata al punto di partenza.

Clara Capelli, Cooperation and Development Network, Pavia

 

Condivido sui social media!