Resistere in Tunisia – @repubblicait

Da Repubblica.it

Un grido d’allarme che va raccolto. Una richiesta d’aiuto che deve essere sostenuta, perché viene da quelle associazioni, ong, della società civile che hanno dato corpo e sostanza alla “rivoluzione dei gelsomini”. La Tunisia rischia di implodere, travolta da una crisi economica e da un malessere sociale ancora più profondi e diffusi di quanto lo fossero cinque anni fa, quando tutto ebbe inizio. L’inizio di una “Primavera araba” che nel corso di questo drammatico quinquennio ha resistito e sviluppato istanze democratiche nella sola Tunisia. La Tunisia come modello, si è detto e ripetuto in ogni dove. Modello di possibile coabitazione tra un islam politico moderato e partiti e movimenti laici e progressisti che hanno puntato sulla modernizzazione del Paese senza per questo rinnegare le tradizioni religiose. Quello tunisino è un popolo giovane e i giovani avvertono oggi l’assenza di quelle condizioni materiali necessarie per credere nel futuro. Condizioni che una Europa più attenta alla cooperazione e meno impegnata a erigere muri di filo spinato o a blindare le proprie frontiere, avrebbe potuto e dovuto contribuire a realizzare. In Tunisia, anzitutto, e più in generale in tutti i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Così non è stato.

E la giovane democrazia tunisina ne paga il prezzo. Pesantissimo. Trentaquattro organizzazioni della società civile tunisina hanno messo per iscritto disagio e inquietudine, volontà di non mollare e richiesta di sostegno. Dobbiamo ascoltarle. E mobilitarci perché l’appello non venga lasciato cadere nel vuoto dai leader europei, in particolare quelli dei Paesi euro-mediterranei. Il loro è anche un j’accuse alla classe dirigente che “ha mostrato la sua inerzia rispetto alle aspirazioni legittime alla dignità e alla giustizia sociale. Divisa al suo interno, questa classe politica, così come le istituzioni dello Stato, hanno lasciato che la corruzione si diffondesse ai danni di una economia sana in grado di prendere in carico l’equilibrio e la pace sociale”. Sullo sfondo di una rivolta sociale che non trova risposte positive, agiscono i gruppi jihadisti e le filiere locali dello Stato islamico, che reclutano tra i giovani senza speranze e agiscono, a colpi di attentati, per mettere definitivamente in ginocchio l’industria che ancora reggeva: quella del turismo. Lo status quo è indifendibile.

Se implode la Tunisia le conseguenze saranno drammatiche per tutto il Mediterraneo, in termini di sicurezza e di un ulteriore aggravamento dell’emergenza umanitaria.  La forza della Tunisia è nell’esistenza dei corpi intermedi, di una società civile organizzata, di un movimento sindacale radicato e responsabile, di associazioni di categoria che non hanno fatto mai venir meno il loro impegno sociale e civile. Scrivono le 34 organizzazioni: “In quanto difensori dei diritti umani, inclusi i diritti sociali ed economici, offriamo tutto il nostro sostegno alle persone senza lavoro e ai giovani che vivono nella precarietà e che esprimono in queste ore il loro malessere sociale attraverso manifestazioni pubbliche e pacifiche. Quella indicata è una feconda “terza via” tra rassegnazione e deriva violenta della protesta. Sostenere la Tunisia che si batte per “un modello economico il cui obiettivo sia la riduzione delle disparità regionali e delle disuguaglianze sociali”, è un dovere a cui non venir meno. Oxfam è dalla loro parte.

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