“District zero”, il documentario sul campo di Zaatari visto attraverso i cellulari dei profughi siriani – @repubblicait

da repubblica.it 

“È questa la tua casa?”. Sullo schermo del computer, Maamun indica un cumulo di macerie distrutte da una bomba. “Immagina che tuo figlio chieda dell’acqua e tu non abbia da dargliene”, spiega un altro uomo. Sono le voci che arrivano da Zaatari, in Giordania, ovvero dal campo profughi più grande al mondo dopo quello di Dadaab, nel deserto del nord del Kenya. Allestito dall’Unhcr nel 2012, oggi Zaatari ospita 90mila profughi siriani in tende e prefabbricati su un terreno brullo e polveroso, dove non c’è neanche l’ombra di un albero o un prato.

Dalle sim dei cellulari. Qui Maamun al-Wadi ha iniziato una nuova attività: gestisce un piccolo negozio di telefonini all’interno del campo profughi, dove ripara cellulari, ricarica batterie e ripristina gli unici collegamenti che i vicini del campo hanno ancora con la Siria. È il protagonista di “District Zero”, il documentario che i registi spagnoli Pablo Iraburu, Jorge Fernandez Mayoral e Pablo Tosco hanno realizzato per Oxfam e per la Direzione per gli Aiuti Umanitari della Commissione Europea (Echo).

Vite ferme a un “punto zero”. Il titolo del documentario, girato a Zaatari nel marzo 2015, evoca l’idea delle vite dei profughi ferme a un “punto zero” a causa della guerra. Alcuni sono accampati da anni, altri hanno appena passato il confine, ma tutti non sanno quando potranno tornare in Siria. Il sottotitolo (“Che cosa si nasconde all’interno di uno smartphone di un rifugiato?”) allude invece a uno dei momenti più toccanti, quando Maamun decide di acquistare una stampante perché i rifugiati del campo possano dare vita ai loro momenti felici attraverso le fotografie. Grazie alle schede di memoria, scopriamo com’era la loro vita in Siria: felicità, routine, vita familiare, ma anche guerra, distruzione, conflitti e terrore.

Mai così tanti profughi dalla seconda guerra mondiale. Raccontano i registi: “Oggi, ovunque nel mondo, un rifugiato cerca di portare con sé il cellulare perché all’interno sono contenuti i contatti, le memorie e i legami con il mondo da cui è costretto a scappare”. A breve il documentario sarà disponibile in italiano, con la voce dell’ambasciatrice Oxfam Margherita Buy. Intanto, il conflitto in Siria a marzo entrerà nel sesto anno ed è la principale causa per cui il 2014 è stato l’anno con il maggior numero di rifugiati dalla Seconda guerra mondiale: 59,5 milioni in tutto il mondo (i dati per il 2015 saranno ancora più elevati).

Le condizioni di vita a Zaatari. Le telecamere di “District Zero” mostrano cosa vuol dire essere sradicati dalla propria casa. A Zaatari più della metà dei profughi sono bambini, ma per l’Unhcr uno su tre non va a scuola e i giovani che frequentavano l’università hanno dovuto abbandonare gli studi. Inoltre, anche se nel campo sono al sicuro dagli effetti diretti del conflitto, all’ordine del giorno ci sono numerosissimi casi di violenza sessuale, denunciati anche da Amnesty International. Particolarmente grave è poi la situazione dei palestinesi che abitavano in campi profughi in Siria (come Yarmouk, a 18 chilometri a sud di Damasco), dove erano arrivati dopo il conflitto del 1948: a Zaatari si ritrovano profughi per la seconda volta, spesso con problemi legati ai documenti.

La maggior parte dei profughi siriani è in Medio Oriente, non in Europa.La distesa infinita del campo giordano ricorda anche che la maggior parte dei profughi siriani non scappa in Europa, ma nei paesi limitrofi. Solo il 3,6% ha chiesto asilo nel Vecchio Continente, mentre il 96,4% è rimasto in Medio Oriente: quasi 2 milioni in Turchia, 630mila in Giordania e 1,2 milioni in Libano, che, con 4 milioni e mezzo di abitanti e un territorio grande quanto l’Abruzzo, è il paese con il più alto numero di profughi pro-capite al mondo. Le 400mila richieste di asilo politico depositate dai siriani in tutti i 28 Stati europei vanno infatti paragonate ai 350mila profughi accolti nella sola città di Istanbul.

Cinque anni di guerra in Siria: morti, rifugiati, sfollati, affamati, assediati. L’Onu dice da tempo di non essere più in grado di contare i cadaveri, mentre per l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong che ha sede a Londra, in Siria sono morte solo nel 2015 più di 55mila persone (2500 bambini), che porterebbero il totale delle vittime a 260mila dall’inizio del conflitto. 4.600.000 profughi hanno lasciato la Siria, mentre ulteriori 8 milioni sono sfollati, ovvero sono scappati dalla propria casa rifugiandosi in altre zone del paese. Vivono spesso in una tenda malandata, intorno fango e gelo, presto arriverà anche laneve. Secondo l’Unicef 13 milioni e mezzo di persone in Siria hanno bisogno di assistenza umanitaria, mentre per le Nazioni Unite sono 400mila gli assediati in 14 diverse “Madaya”, città in cui si muore di fame e si è costretti a mangiare erba e insetti.

Condivido sui social media!