Link 2007: aiutare La Tunisia è aiutare l’Italia e l’Europa – @VITAnonprofit

Da vita.it

La Tunisia, il paese mediterraneo più vicino all’Italia, è oggi in bilico tra rafforzamento del processo democratico e destabilizzazione con prevedibili conseguenze su migrazioni e terrorismo. Investire sulla Tunisia e i paesi limitrofi è investire sul nostro futuro di stabilità e di pace. Un tracollo del paese maghrebino metterebbe infatti a rischio la stessa sicurezza dell’Italia e dell’Europa, e non sarà a costo zero.

Il processo di democratizzazione, pur con difficoltà, rimane un modello per gli altri paesi arabi, tanto da far assegnare il premio Nobel per la pace al ‘Quartetto per il dialogo nazionale tunisino’, costituito da quattro organizzazioni della società civile che hanno saputo creare consenso e unità nell’evoluzione democratica. Il 2014 ha segnato la fine dei quattro anni di transizione politica con il completamento dei processi costituzionale ed elettorale.

La situazione socio-economica è però andata peggiorando, anche a causa della pesantezza opprimente della burocrazia e della dilagante corruzione. Gravi sono le ripercussioni sulla vita delle persone e continue le frustrazioni, talvolta sfruttate dal reclutamento terroristico che in esse ha trovato un fertile terreno.

Cinque anni fa è stata l’immolazione di Mohamed Bouazizi, venditore ambulante di Sidi Bouzid, ad innescare la scintilla della ribellione che portò alla fuga del presidente Ben Ali dopo 23 anni di potere. Si è dato fuoco a fine dicembre 2010 per protestare contro le estorsioni di denaro e gli abusi della polizia. Ora, è stato un altro evento traumatico ad innescare la protesta dello scorso gennaio. Il ventottenne Ridha Yahyaoui, vistosi cancellato dalla lista per un impiego pubblico, ha reagito all’arbitrarietà dei funzionari della regione interna di Kasserine salendo su un palo elettrico per manifestare la propria rabbia. Ne è rimasto fulminato e da Kasserine la rivolta ha raggiunto presto le diverse città dell’interno e i quartieri popolari di Tunisi, con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, presto sedati, anche per non lascare spazio ad infiltrazioni terroristiche.

Restano però vive e allarmanti le rivendicazioni: lavoro dignitoso e fine della precarietà, delle discriminazioni, delle smisurate disuguaglianze, dei privilegi e degli abusi. Sono le stesse di cinque anni fa. Il 15% della popolazione è disoccupata. La percentuale sale al 25% in regioni periferiche come quella di Kasserine e a tassi molto superiori per i giovani. Spesso il lavoro è legato ad intermediazioni corruttive. La situazione si è aggravata a causa degli attacchi terroristici del 2015 contro obiettivi turistici quali il museo del Bardo a Tunisi e il resort di Susa: l’industria turistica con i suoi 400 mila lavoratori è stata pesantemente colpita.

Mentre le regioni costiere sono le più sviluppate grazie agli investimenti che hanno favorito il turismo e lo sviluppo industriale, quelle centro meridionali lontane dalla costa risentono della mancanza di investimenti produttivi e di servizi, dai trasporti ai servizi essenziali come l’acqua, la salute, l’istruzione ed è forte il sentimento di abbandono da parte della gente.

Il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, ha detto di capire le ragioni e le proteste dei manifestanti: “Non c’è dignità senza lavoro. Non si può chiedere di essere paziente a qualcuno che non ha nulla da mangiare”. Cosciente delle potenzialità della Tunisia ma anche dei suoi molti limiti, il 4 febbraio, rivolgendosi al corpo diplomatico accreditato, ha chiesto un aiuto ‘appropriato’ a tutti i paesi amici.

La realtà è che lo Stato non ha i fondi necessari per potere impegnarsi in un piano di sviluppo finalizzato in particolare alle aree più depresse, all’occupazione giovanile, ai servizi e strutture essenziali, alla lotta alle disparità regionali e sociali. La mancanza di investitori, l’instabilità politica, il terrorismo stanno bloccando il paese costretto a contare, più che mai, sull’aiuto esterno. Servirebbe uno speciale ‘piano Marshall’ per lanciare quegli investimenti indispensabili e urgenti che il bilancio delle Stato non può garantire.

A cinque anni dalla rivoluzione, molti chiedono un nuovo patto sociale basato su criteri di giustizia e di efficacia con al centro la legalità, la riduzione delle disuguaglianze, l’occupazione, il corretto uso della spesa pubblica, la lotta alla corruzione. Il Pil nel 2014 è stato stimato pari a 45 miliardi di euro. Con il 13% assorbito dai salari, la Tunisia consacra una grande percentuale di Pil alle spese di gestione a scapito della spesa per gli investimenti che non supera il 10,5%, una percentuale tra le più basse al mondo. Il reddito medio annuo pro capite è stato nel 2014 di circa 4.000 euro. Ciò significa che esiste una buona parte della popolazione che sopravvive con redditi annui di 1.000 euro.

Gli attuali aiuti dell’UE e degli Stati membri possono essere stimati a circa 1 miliardo di euro all’anno. Una cifra che sembra consistente ma che corrisponde allo 0,007% del Pil europeo, 7 centomillesimi. L’Italia sta facendo la sua parte con un programma decennale, in scadenza, di circa 300 milioni di euro. Buona parte degli aiuti internazionali è destinata a sostenere il bilancio dello Stato pressato da un pesante debito. Complessivamente, gli aiuti non rappresentano certo quel piano straordinario che da più parti è stato sollecitato per rafforzare e rendere stabile il processo democratico.

La via che le Ong di ‘Link 2007’ propongono è quella della costituzione, in tempi rapidi, di uno speciale Trust Fund, un fondo fiduciario internazionale formato da contributi della Commissione europea, degli Stati membri, di tutti i paesi interessati, delle istituzioni finanziarie e di sviluppo europee e internazionali, comprese quelle arabe e islamiche, prendendo in considerazione la Tunisia insieme ai due paesi confinanti, Libia e Algeria.

In una lettera (vedi in fondo all’articolo) inviata al ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, Link 2007 propone che “l’Italia, il paese più vicino alla Tunisia, si faccia carico dell’iniziativa coinvolgendo l’UE, i paesi membri, altri paesi interessati e le istituzioni finanziarie e di sviluppo internazionali”.

Per la sola Tunisia serviranno almeno 20 miliardi di euro all’anno per i prossimi cinque anni, da gestire ‘fuori bilancio’ sotto il controllo internazionale e finalizzati ad investimenti capaci di restringere la forbice delle disuguaglianze che pesano in particolare sulle regioni interne e le periferie urbane degradate, di ridurre drasticamente la disoccupazione e di attrarre nuovi capitali e investitori esterni. Senza interventi significativi la Tunisia potrebbe vivere una serie di successive rivolte e forse una nuova rivoluzione: questa volta distruttiva e rischiosa per tutta l’area euro-mediterranea.

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