LIBANO. Sui rifugiati palestinesi il peso delle promesse mancate – @nenanewsagency

da nenanews.it

di Valentino Armando Casalicchio

Beirut, 16 marzo 2016, Nena News – L’11 gennaio 2016 Omar Khudeir, talassemico, per protestare contro i tagli alle spese sanitarie dell’Unrwa – l’agenzia che si occupa dei rifugiati palestinesi – si diede fuoco fuori dalla clinica del campo profughi di Burj al-Shemali, nella periferia di Tiro (Sour), in Libano. Il gesto estremo provocò manifestazioni dei palestinesi da Gaza a Tripoli (Libano), passando per la Siria e la Cisgiordania.

L’Unrwa, l’agenzia Onu per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi, fornisce i servizi minimi: istruzione, sanità, micro finanziamenti e infrastrutture gratuite per i campi profughi. Il suo supporto è fondamentale per la sopravvivenza di chi non ha un paese, un passaporto e dei diritti in Libano. Ogni anno sono più di un milione le visite mediche effettuate dall’agenzia Onu ai palestinesi nel Paese dei Cedri, persone che formalmente non vengono considerate cittadini – né libanesi, né stranieri -, quindi senza diritti sociali e politici.

“Molti rifugiati possono fare affidamento solo sui servizi offerti da Unrwa nel settore educazione, salute e assistenza di base”, comunica l’agenzia sul suo sito web. Nonostante ciò, hanno deciso di tagliare parte dei servizi sanitari a causa della mancanza di fondi. A 5 anni dall’inizio della guerra civile siriana, l’Unrwa ha fatto appello decine di volte ai donatori per aumentare il sostegno attraverso la sua richiesta di finanziamento, ma non c’è stata una risposta consistente. La situazione è sempre più grave: i profughi aumentano e le risorse sono sempre più insufficienti.

Il sottofinanziamento cronico sta minando la capacità dell’Agenzia di effettuare interventi di emergenza salvavita: all’inizio dell’anno è stato lanciato un appello per oltre 800 milioni di dollari per Siria e Territori Palestinesi, dove verrà promosso uno dei più vasti programmi di assistenza economica in una zona di conflitto.

E in Libano? Jamila, una signora di 40 anni che lavora per Beit Atfal Assoumoud – ONG presente in tutti i campi palestinesi in Libano da dopo il massacro del campo di Tal Al Zaatar del 1976 – racconta cosa significano i tagli dell’Unrwa. “Senza le loro risorse, come faranno a vivere le migliaia di persone malate che vivono nei campi? – chiede Jamila, spiegando come sarà impossibile sopravvivere senza i medicinali dell’agenzia Onu – Viste le precarie condizioni igieniche del campo, i malati si moltiplicano. Ci sono oltre 70% di bambini con problemi d’asma”, probabilmente causati dai fumi tossici prodotti dai generatori di corrente elettrica che inquinano l’aria dal primo al quarto piano degli edifici. Ed è proprio l’Unrwa che definì “estremamente cattive” le condizioni sanitarie del campo.

Passeggiando per il campo, facciamo tappa nell’ospedale dell’agenzia Onu per prendere delle medicine per Ahmad, 35enne palestinese padre di famiglia, con metà corpo paralizzato a causa di un ictus. Ahmad racconta come è difficile la vita dentro il campo, soprattutto per lui che, a causa di questo handicap, non può lavorare. Quel poco che riesce a fare è solo grazie alle medicine che gli vengono fornite dall’ospedale. “Ci vogliono condannare a morte! Senza lavoro, è impossibile avere denaro sufficiente a sfamare una famiglia e comprare i medicinali” afferma Ahmad, raccontando la tragica situazione dei rifugiati palestinesi in Libano.

“Nel peggior momento della storia dei campi, l’Unrwa ci vuole lasciar soli. Siamo più di 20mila solo dentro il campo di Shatila, come facciamo a sopravvivere senza nemmeno quel poco che ci forniscono?”, Jamila si riferisce all’afflusso di massa di rifugiati provenienti dalla Siria, anche loro in fuga dalla guerra. L’agenzia Onu garantisce l’assistenza medica di base, ma non è in grado di coprire le spese per cure più specifiche. Siccome questi costi sono al di sopra delle possibilità della maggioranza dei rifugiati, molti si trovano davanti a due opzioni: rinunciare alle cure o indebitarsi per sostenerle.

C’è anche l’ipotesi del complotto politico dietro al taglio degli aiuti: creare un’emergenza umanitaria (l’ennesima in Libano) per far ottenere la cittadinanza libanese ai rifugiati palestinesi. Ma ciò non è possibile nel Paese dei Cedri, che ospita 450mila rifugiati palestinesi, a cui non è mai stata data l’opportunità di integrarsi all’interno della comunità libanese. Niente passaporto libanese, niente cittadinanza, niente lavoro – più di 70 professioni sono negate ai palestinesi -.

L’Unrwa risponde alle accuse: i Paesi donatori promettono fondi ma ne versano solo una parte. Basta guardare alla situazione della Striscia di Gaza: dei 724 milioni di dollari destinati alla ricostruzione e promessi all’agenzia Onu alla Conferenza dei Donatori del Cairo, ne sono stati versati solo 250. Con un buco di bilancio che supera i 100 milioni di dollari a causa dei fondi mai versati dai donatori internazionali, l’Unrwa ha mosso un nuovo appello per uncall4funds (chiamata per fondi) di 80 milioni di dollari, per gestire l’afflusso di palestinesi siriani che arrivano in Libano. 

Appello accolto la scorsa settimana da parte del Governo giapponese, che ha stanziato 38,21 milioni di dollari per il supporto ai progetti dell’Agenzia delle Nazioni Unite in tutti i Paesi interessati (Giordania, Cisgiordania, Striscia di Gaza, Siria e Libano). Ma ciò non basta a soddisfare le necessità di una situazione drammatica: la guerra in Siria e Iraq sta erodendo generazioni di persone che non hanno casa, lavoro, famiglia, educazione e sanità. Il clima è teso e le speranze di vita di queste persone sono legate a pochi fili, e fra questi ci sono le agenzie Onu finanziate dagli stati nazionali.

Il gesto disperato di protesta di Omar è sintomo di un malessere che non desiste; una disperazione figlia di un problema che si prolunga dal 1948, quando la chiamavano “condizione temporanea”.

 

 

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