I tunisini cantano a squarciagola il loro inno nazionale contro il califfato – @repubblicait

da repubblica.it

TUNISI – Canti a squarciagola per le strade di una cittadina tunisina, in risposta ad un tentativo di invasione da parte dei miliziani tagliagole di Daesh. Infatti, subito dopo, anzi quasi in contemporanea, con gli scontri sanguinosi, avvenuti una decina di giorni fa, tra i miliziani dell’Is e i soldati dell’esercito tunisino a Ben Guardene –  città di 80.000 abitanti a circa 30 km in linea d’aria con il confine libico – la popolazione della città è scesa in strada e in migliaia si sono messi a cantare l’inno nazionale tunisino. Purtroppo il bilancio finale degli scontri è stato piuttosto pesante: 13 vittime e 14 feriti, tra agenti di polizia e civili; 49 morti e 8 prigionieri fra i terroristi, sebbene in un caso come questo potrebbe suonare improprio chiamarli terroristi.

Gli assalitori di Ben Guardene erano più di cento. Divisi in tre nuclei, procedevano simultaneamente. Avanzavano sparando lungo le strade, fiancheggiati da estremisti salafiti e soprattutto da contrabbandieri locali. I loro obiettivi erano il comando di polizia, la caserma dell’esercito, il municipio. Ciò che è accaduto a Ben Guardene non sembra rientrare nella casistica tipica del terrorismo. Ciò che è accaduto in quella vicina al confine libico, ha molto più a che fare con un autentico atto di guerra. Ha rappresentato – secondo diversi osservatori – un tentativo molto serio e concreto, da parte dei miliziani di Daech, di creare un avamposto del Califfato in Tunisia. Considerando che gli assalitori erano in buona parte di nazionalità tunisina e potevano contare sull’appoggio di tutti gli estremisti religiosi e i delinquenti comuni di Ben Guardene, l’ambizione di impadronirsi della città non era per niente campata in aria come poteva sembrare.

Quei canti a squarciagola lungo le strade. Ciò che è accaduto veramente il 7 marzo scorso a Ben Guardene, i giornali europei non lo hanno riferito e forse non se ne sono neanche resi conto. Ma quel giorno, mentre gli uomini del Califfato sciamavano nelle strade, armati fino ai denti e sparando all’impazzata, la popolazione di Ben Guardene ha fatto l’opposto di quello che chiunque avrebbe fatto in una situazione del genere. I cittadini sono usciti dalle case, dagli uffici e si sono precipitati per strada a cantare a squarciagola l’inno nazionale, tutti in coro, fino a coprire il rumore degli spari. Ed è stato a quel punto che gli assalitori si sono resi conto di essere caduti nella loro stessa trappola.

Resta un problema interno alla politica tunisina.  Ancora una volta, il popolo tunisino ha reagito spontaneamente, si è difeso istintivamente ed ha inviato un messaggio chiaro a chi vuole imporre “guerre sante”. Un episodio come quello di Ben Guardene, tuttavia, rende l’idea di cosa potrebbe accadere se l’Italia inviasse i propri soldati in Libia. Un intervento in Libia potrebbe provocare sfondamenti del confine libico-tunisino ancora più massicci e forse metterebbe anche a dura prova il patriottismo e i sussulti democratici del popolo tunisino. Resta però, e si allarga a dismisura, il problema politico. Tredici assalitori tunisini erano stati scarcerati dopo la rivoluzione del 2011, grazie all’amnistia voluta dal partito islamista Ennadha, che poi vinse le elezioni. Più di una volta, i telefoni cellulari dei jihadisti hanno rivelato che l’ultima telefonata era stata fatta a Walid Bennani, dirigente di Ennahda. Il partito di Rached Ghannouchi ora sta cercando frettolosamente di cambiare nome. Ma il popolo tunisino ormai li indica come “la setta delle tenebre”. L’altro ieri, l’ex ministro della giustizia di Ennahda, Noureddine Bhiri, ha dichiarato che chi accusa il suo partito e semina la discordia nel popolo tunisino finirà per spalancare le porte ai terroristi. Un consiglio o una minaccia?

Condivido sui social media!