Ritiro russo dalla Siria: anche una questione di petrolio? – @nenanewsagency

da nenanews.it

Di Robert Berke* – OilPrice

(Traduzione a cura di Giorgia Grifoni)

Roma, 17 marzo 2016, Nena News – Come riportato in tutto il mondo, la decisione della Russia di ridurre notevolmente la sua presenza militare in Siria – sopraggiunta con così poco preavviso – ha lasciato il mondo incredulo a tentare di trovare delle spiegazioni. Dopo aver salvato la posizione del governo siriano da una sconfitta certa e dopo aver garantito una tregua parziale, con l’arrivo di una conferenza di pace imminente, il ritiro parziale è visto da molti come un messaggio al governo di Assad di non prendere l’aiuto militare della Russia per scontato, ed essere più flessibile nei prossimi negoziati di pace.

Se assumiamo che tutte le guerre sono essenzialmente guerre commerciali in larga scala, e che in Medio Oriente coinvolgono quasi sempre l’energia, la mossa russa in Siria può essere quindi vista da una prospettiva diversa. L’economia russa è attualmente in fase di recessione, in parte come risultato delle sanzioni occidentali, ma molto più seriamente colpita dal crollo dei prezzi del petrolio.

Le relazioni di riscaldamento della Russia con l’Arabia Saudita hanno contribuito a determinare un congelamento della produzione di petrolio targato OPEC-Russia che l’Iran rifiuta di rispettare. Con il ritiro dalla Siria, la Russia ha mitigato un’importante faida politica con i sauditi sul sostegno russo ad Assad, una mossa che aumenta al tempo stesso le prospettive di un accordo russo-saudita sui tagli alla produzione di petrolio.

Inoltre, molti pensano che la Russia stia aumentando la pressione sui suoi alleati perché siano più flessibili non solo nei colloqui di pace, ma anche nei tagli alla produzione di petrolio. Con il ritiro dello scudo aereo protettivo russo, le forze di terra di Iran e Hezbollah in Siria sono improvvisamente esposte alla minaccia di attacchi aerei sauditi e turchi. Sarà la minaccia di un’incombente catastrofe militare in Siria a costringere l’Iran a rispettare i tagli di produzione?

Molti addetti ai lavori del greggio ritengono che dopo decenni di sanzioni punitive occidentali, l’industria petrolifera iraniana non sia in condizione di soddisfare la sua quota dichiarata per la produzione: per questo un accordo sui tagli potrebbe causare solo un piccolo sacrificio.

Le azioni della Russia potrebbero aver scongiurato altre minacce per le sue attività. Ricordiamo che Robert Kennedy Jr., nipote del presidente ucciso degli Stati Uniti, ha recentemente pubblicato un articolo sul portale Sputnik, sostenendo che il motivo principale per il tentativo dell’Occidente di rovesciare il governo di Assad era quello di costruire una conduttura di gas naturale dal Qatar che attraversasse la Siria – inglobando la sua recente scoperta di riserve off-shore – e proseguisse attraverso la Turchia verso l’Unione Europea. Insomma, un importante concorrente per la russa Gazprom.

Ristabilendo il governo di Assad in Siria, e in modo permanente mettendo le sue forze nelle basi siriane, i russi hanno collocato un ostacolo impenetrabile allo sviluppo del gasdotto del Qatar. La Russia si è anche piazzata nel punto focale di altre nuove scoperte di giacimenti off-shore di gas nel Mediterraneo orientale, tra Israele, Cipro e la Grecia.

Non è difficile immaginare un nuovo gasdotto russo verso l’Europa che serva questi nuovi partner. Un allentamento delle sanzioni potrebbe anche portare alla realizzazione dei piani a lungo termine in stallo di Gazprom per un secondo gasdotto sotto il Mar Baltico in Germania per la Russia e i suoi partner, Royal Dutch Shell, la tedesca E.ON e la OMV austriaca?

Se è così, possiamo essere certi che gli Stati Uniti si opporranno fermamente a tali piani. Come ha dichiarato George Friedman, fondatore del think tank Stratfor, il peggior incubo europeo per l’America è un’alleanza tra la Germania e la Russia.

I tempi del ritiro russo non potrebbe essere più casuali, dal momento che avviene al culmine della crisi europea per i rifugiati, una crisi che è stata causato dall’appoggio dell’Europa al tentativo saudita-turco di rovesciare Assad. Per la prima volta in quattro anni, la tregua in Siria offre una tregua anche per i rifugiati siriani, in fuga dai bombardamenti e dagli attacchi costanti, e aumenta le prospettive di implementare la sicurezza all’interno della loro terra d’origine.

Tutto questo fa parte dello stratagemma siriano della Russia? Mosca sta rischiando per ricevere qualche briciola di gratitudine europea, aiutando ad arginare la fuga di rifugiati ai suoi confini, con il pay-off in termini di alleggerimento delle sanzioni e il via libera al completamento dei propri progetti di gasdotti in lunga fase di stallo?

No, Putin non potrebbe aver calcolato tutto a questo livelli. Oppure sì?

*Robert Berke è un analista finanziario di energia con esperienza come consulente del governo per lo Stato dell’Alaska

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