Migrazioni: i rischi delle soluzioni nazionali

di Antonio Villafranca su ispionline.it

Gli attriti tra Italia e Austria sul Brennero rappresentano un ulteriore esempio dell’incapacità – o meglio, della mancanza di volontà – di affrontare il tema delle migrazioni a livello comunitario. La sensibilità politica del tema ha ormai convinto da tempo diversi leader europei che la risposta nazionale possa risultare più efficace di quella europea. Efficacia però valutata dal punto di vista dei singoli governi e del loro consenso interno, soprattutto per chi, come nel caso dell’Austria, è in prossimità discadenze elettorali. Logica vorrebbe, invece, che l’efficacia venisse misurata in relazione alla capacità di gestire al meglio, e con il minor costo possibile, il problema delle pressioni migratorie. Da questo punto di vista, le soluzioni ormai sono state identificate da tempo negli oltre 25 vertici tenuti nell’ultimo anno e mezzo: revisione del Regolamento di Dublino, creazione di una “guardia costiera europea”, coordinamento delle politiche di asilo, ricollocamenti tra i paesi Ue in ottica solidaristica ecc. D’altra parte, se è vero che i numeri del fenomeno sono importanti (circa un milione di profughi arrivati sulle coste europee nel 2015, e oltre 177 mila nei primi quattro mesi del 2016), è anche vero che questi numeri rischiano di impallidire se paragonati agli oltre 2,5 milioni di profughi presenti in Turchia e al fatto che in un paese piccolo come il Libano ci sia un profugo ogni quattro abitanti.

L’Unione europea è ancora una delle regioni più ricche al mondo e non le mancherebbero di certo le risorse umane e finanziarie per gestire i flussi migratori, per quanto ingenti questi siano. Di fronte però al rischio della perdita dei voti, l’opportunità dell’azione comunitaria svanisce e prevalgono “soluzioni nazionali” che, inevitabilmente, presentano tutti i loro limiti. Il primo limite riguarda gli “effetti collaterali” di un simile approccio. Schengen e la libera circolazione di persone, merci e capitali – veri capisaldi della costruzione europea – vacillano vistosamente. Ma c’è di più. Il clima di sfiducia emerso tra i paesi europei durante la maldestra gestione della crisi greca si sta ulteriormente deteriorando, mettendo a repentaglio altri dossier, anche molto lontani da quello legato alle migrazioni – come ad esempio il completamento dell’unione bancaria e, in particolare, la creazione di una garanzia europea sui depositi bancari. Un secondo limite dell’approccio nazionale riguarda la spasmodica ricerca di un soggetto terzo – stante l’assenza dell’Ue – cui affidare, a pagamento, la soluzione del problema. Costi quel che costi. E così è stato con l’accordo con la Turchia. Tre miliardi subito e altri tre, se i primi non basteranno, per rimandare in Turchia, dalla Grecia, i profughi che i paesi europei dovrebbero, forse, accogliere;  il condizionale è d’obbligo dato il carattere volontario delle ripartizioni intra-Ue. Oltre a questi costi, ce ne sono altri meno quantificabili, ma probabilmente ancora più pesanti: sorvolare sulle condizioni dei rifugiati presenti in Turchia, a partire da quelli non provenienti dalla Siria e che non godono delle stesse (limitate) garanzie dei siriani; aprire nuovi capitoli con Ankara nel processo di adesione all’Ue e velocizzare la liberalizzazione dei visti per i turchi che vogliono viaggiare in Europa. Tutto questo con buona pace delle preoccupanti iniziative in politica interna ed estera prese da Erdogan negli ultimi tempi. Si potrebbe obiettare che i capitoli aperti sono marginali – uno solo, dei trentacinque proposti nei negoziati, potrebbe essere effettivamente aperto entro l’estate – e che per i visti la Turchia deve rispettare circa 60 standard (al momento ne rispetta grosso modo la metà). Ma rimane comunque il segnale politico di estrema debolezza di una Ue che non riesce a trovare un accordo al suo interno e che ha bisogno di “comprare” l’appoggio di un paese terzo. È proprio questo il rischio maggiore che i paesi europei corrono sperando in soluzioni nazionali. Quello di mostrare al resto del mondo la loro fragilità, proprio nel momento in cui cercano di trovare oltre i loro confini qualcuno che possa risolvergli i problemi. Una strategia certamente né auspicabile né sostenibile perché, di fronte a un’Europa più debole, gli altri paesi continueranno ad alzare la posta e perché, prima o poi, la stessa Ue potrebbe trovarsi a corto di capitale (anche politico) per “convincere” gli altri ad aiutarla.

 

Antonio Villafranca è Reseach Coordinator e Head of the European Programme dell’ISPI

 

Il presente commentary è stato precedentemente pubblicato sulla rivista Formiche di maggio

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