GERUSALEMME. Fondi a scuole palestinesi se accettano programma israeliano

di Rosa Schiano su nena-news.it

La proposta del ministero dell’istruzione israeliano e modifiche ai libri di testo hanno sollevato critiche da parte degli insegnanti palestinesi

Gerusalemme, 6 settembre 2016, Nena News – Il ministero dell’istruzione israeliano ha deciso di destinare fondi – oltre 20 milioni di shekels (circa 4.7 milioni di euro) – alle scuole palestinesi di Gerusalemme est a condizione che esse adottino il programma di studi israeliano, una scelta che ha generato un coro di proteste da parte di insegnanti, genitori, gruppi per i diritti umani.

Si tratta di una proposta a cui il ministro dell’istruzione Naftali Bennett aveva iniziato a lavorare già dal mese di gennaio quando preparò un piano attraverso cui destinare ulteriori risorse per l’insegnamento ed altri servizi come assistenza psicologica, attività ricreative, corsi di musica ed arte, nonché ore scolastiche aggiuntive alle scuole che avrebbero scelto di offrire il proprio programma. Insegnanti ebrei e arabi hanno considerato inaccettabile la richiesta alle scuole di adottare programmi israeliani come condizione per ottenere fondi, essa va infatti a minare l’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche. Per attivisti locali, si tratta di un programma politico – più che un programma di studi – che mira a colpire l’identità palestinese.

Gruppi per i diritti civili hanno posto dubbi sulla legalità del piano di Bennett sotto il diritto internazionale ed israeliano. Il nuovo anno scolastico è stato soprannominato “l’anno di Gerusalemme unita” dal ministro, per celebrare i 50 anni da quando le truppe israeliane hanno occupato Gerusalemme est durante la guerra dei sei giorni. Il parlamentare Yousef Jabareen della lista araba unita ha criticato il piano ricordando che Gerusalemme est è un territorio occupato e nessun paese al mondo riconosce la sua annessione ad Israele, accusando anche il ministro di voler diffondere l’ideologia colonialista all’interno del sistema scolastico; il ministro, del resto, continua a parlare di Gerusalemme come “nostra capitale unita”.

La maggior parte delle scuole di Gerusalemme est – dove vivono la maggioranza dei palestinesi della città – offrono il programma di studi palestinese. Negli ultimi anni, però il numero di scuole che hanno iniziato ad adottare il programma di studi israeliano sembra salire.  Sono almeno 180 le scuole statali o private di Gerusalemme est che ricevono finanziamenti dal Ministero dell’Istruzione israeliano. Adottare il programma di studi israeliano ha un vantaggio: facilita l’ammissione degli studenti alle università israeliane poiché offre una preparazione specifica al test di ammissione alle università. Gli studenti arabi israeliani che frequentano i licei che offrono il programma di studi palestinese, svolto in lingua araba, si trovano così discriminati nel loro diritto allo studio in quanto per il superamento del test di ammissione alle università israeliane è indispensabile la conoscenza dell’ebraico e dell’inglese.

Bennet tenta così di potenziare le scuole che decidono di adottare i libri di testo israeliani ed incoraggia altre scuole a fare lo stesso, non nascondendo di voler “aiutare il processo di israelizzazione”. Per molti insegnanti ebrei e arabi ed attivisti, tale processo non può essere considerato una questione di libera scelta in quanto il divario e la diseguaglianza tra le scuole di Gerusalemme est e quelle di Gerusalemme ovest è molto forte. Le scuole di Gerusalemme est sono così spinte ad accettare questi fondi al fine di poter migliorare la qualità dell’insegnamento. Secondo alcune critiche, al fine di alzare il livello dell’istruzione a Gerusalemme est e lottare contro la discriminazione occupazionale, il governo israeliano avrebbe potuto aprire le università israeliane agli studenti che hanno sostenuto test di ammissione dell’Autorità Palestinese.

Il divario tra le scuole di Gerusalemme est e Gerusalemme ovest è molto forte in termini di strutture e c’è una discriminazione anche nella destinazione delle risorse.C’è una grave carenza di aule a Gerusalemme est, mentre alcuni degli edifici affittati dalla municipalità allo scopo di essere utilizzati come scuole non sono idonei: si tratta di edifici residenziali, dove le classi sono sovraffollate, senza riscaldamento o aria condizionata, senza laboratori o biblioteche, il che rende difficile le lezioni per insegnanti e studenti ed abbassa la qualità dell’istruzione. Molte scuole inoltre sono vecchie e dovrebbero essere ristrutturate. Secondo l’Ong israeliana per i diritti civili Ir Amim, la municipalità di Gerusalemme non ha costruito aule sufficienti in considerazione della crescita naturale della popolazione negli ultimi anni. Il nuovo anno scolastico è iniziato così in assenza di almeno 2.200 aule a Gerusalemme est.

Nel febbraio 2011 la Corte Suprema israeliana – a seguito di una petizione presentata dai genitori di Gerusalemme est con l’Associazione per i diritti civili in Israele – dichiarò che la carenza di aule costituiva una violazione del diritto costituzionale all’istruzione per i minori di Gerusalemme est. La Corte chiese quindi alla municipalità di Gerusalemme ed al Ministero dell’Istruzione di creare le necessarie infrastrutture nell’arco di cinque anni, entro il 2016, al fine di permettere agli studenti palestinesi il trasferimento dalla scuola privata o da altra scuola riconosciuta non statale ad una scuola statale. Attualmente circa il 40% degli studenti palestinesi di Gerusalemme est studiano nel sistema scolastico della città, un altro 40% in scuole “riconosciute ma non ufficiali”, e circa il 20% in scuole private. Alcune migliaia di minori non sono registrati in alcuna scuola.

Nonostante la decisione della Corte, la municipalità di Gerusalemme ha costruito solo una minima parte delle almeno 2.000 aule allora necessarie. Secondo il rapporto di Ir Amin, una delle conseguenze più gravi della carenza delle aule a Gerusalemme est è il tasso allarmante di dispersione scolastica. C’è inoltre un forte divario tra il numero di programmi di prevenzione dell’abbandono scolastico destinati alla popolazione palestinese di Gerusalemme est – solo otto – rispetto ai 21 destinati agli studenti di Gerusalemme ovest.Divari che evidenziano una discriminazione istituzionale che ha un impatto negativo sul diritto all’istruzione di decine di migliaia di ragazzi palestinesi. La municipalità di Gerusalemme e il Ministero dell’Istruzione israeliano attribuiscono la carenza di aule all’assenza di terreni disponibili per la costruzione di scuole a Gerusalemme est.

Tuttavia, quest’ultima è la conseguenza diretta di politiche di gestione del territorio discriminatorie: le aree destinate agli edifici pubblici palestinesi coprono soltanto il 2.6% dell’area di Gerusalemme est. Per risolvere il problema della carenza di aule, l’assegnazione dei terreni per la costruzione degli edifici pubblici dovrebbe essere modificata, considerando anche che l’area confiscata per la costruzione di insediamenti ebraici copre invece il 38.3%. La Corte aveva anche deciso che entro febbraio del 2017, lo stato avrebbe dovuto coprire le spese di iscrizione affrontate dai genitori dei ragazzi di Gerusalemme est impossibilitati a trovare posto all’interno del sistema scolastico statale ed obbligati a studiare negli istituti non ufficiali o privati.

Le scuole municipali di Gerusalemme est e Gerusalemme ovest ricevono fondi dalla municipalità e dal Ministero dell’istruzione, tuttavia un’analisi del quotidiano Hareetzrivela che il bilancio della municipalità di Gerusalemme indica che i fondi destinati alle scuole arabe di Gerusalemme est sono nettamente inferiori rispetto a quelli destinati alle scuole di Gerusalemme ovest, così come c’è un forte divario nel numero di cattedre approvato. Le scuole arabe hanno ricevuto otto milioni di shekels (circa 1.9 milioni di euro) all’anno per lavori di ristrutturazione e ammodernamento, mentre le scuole ultra-ortodosse 42 milioni di shekels (circa 10 milioni di euro) e scuole laiche e religiose nazionali 46 milioni di shekels (circa 10.9 milioni di euro).

Inoltre, una ulteriore verifica sui fondi trasferiti dal Ministero dell’istruzione indica che le scuole arabe non ricevono l’importo destinato ad esse dal ministero, al contrario a Gerusalemme ovest non solo la città spende tutti i soldi che riceve dallo stato, ma dispone finanziamenti aggiuntivi tratti dal bilancio della municipalità. Un divario che appare evidente nello stesso finanziamento del ministero che ha destinato alle 12.864 scuole di Gerusalemme est 106 milioni di shekels (circa 25 milioni di euro) mentre alle 7,009 scuole a Gerusalemme ovest 136 milioni di shekels (circa 32 milioni di euro).

Un’ulteriore mossa del ministro dell’istruzione Bennett che aveva suscitato forti critiche riguarda la modifica dei libri di testo di educazione civica, parte fondamentale dell’esame di ammissione israeliano. L’educazione civica, materia di fondamentale importanza poiché determina i valori della generazione futura, tradizionalmente ha usato gli stessi testi nelle scuole ebraiche ed arabe. Gli attuali libri di testo israeliani pongono invece una maggiore enfasi al carattere ebraico di Israele piuttosto che ai valori democratici. La nuova edizione di un testo di educazione civica destinato alle scuole superiori laiche chiamato “Essere cittadini in Israele” ha fatto arrabbiare molti insegnanti della materia; il testo mette in risalto il ruolo di Dio nella creazione dello stato, ne fornisce una visione ebraica, sostiene il diritto del popolo ebraico a stabilire il proprio stato sulla terra “promessa da Dio” e minimizza l’importanza della cultura araba.

Nel nuovo testo si nota anzi un atteggiamento piuttosto negativo e sprezzante verso la società araba israeliana, soprattutto verso i musulmani. Il testo separa infatti le identità dei non ebrei nel paese in molte sub-identità tra cui gli arabi, i drusi, i circassi. Ad essi è dedicato il nono capitolo, nel quale si afferma che “la maggior parte dei drusi non si indentificano con gli arabi” e possono arruolarsi all’interno dell’esercito mentre “la maggior parte di coloro che parlano arabo si identificano come membri della nazione araba ed un gran numero di essi si identificano come palestinesi”.

Il testo afferma che i musulmani costituiscono l’83% delle minoranze israeliane, ma esso contiene soltanto due affermazioni sulla loro vita, con cui principalmente li si accusa di discriminare ed opprimere le donne. Il testo sembra anche minimizzare il ruolo degli arabi come lingua ufficiale di Israele. Esso afferma che “la posizione della lingua araba nella sfera pubblica, non diversamente dalla sua posizione nel diritto, è inconsistente”. Esso sottolinea ad esempio come alcuni uffici governativi non forniscano servizi in arabo, senza considerare questo aspetto come una mancanza o da un punto di vista critico, senza nemmeno mostrare che potrebbe costituire una violazione della legge.

Il testo non contiene quasi nulla invece sulla condizione della donna all’interno società ebraica, nessun riferimento alla discriminazione subita dalle donne tra gli ultra-ortodossi, o ai casi di esclusione delle donne dai posti pubblici per rispetto alle richieste dei rabbini, così come non cita lo scisma sociale che separa gli ortodossi dai non ortodossi o dagli ebrei laici.Gli insegnanti di educazione civica potranno scegliere uno dei tre libri di testo approvati dal Ministero, ma questo è l’unico tradotto in arabo. Gli insegnanti hanno lamentato di non essere stati coinvolti nella scelta delle modifiche, mentre molti sono stati gli appelli accademici a non utilizzare il testo. Secondo gli insegnanti, valori come il pluralismo sono definiti nel testo come una condizione non necessaria per l’esistenza di uno stato democratico ed il principio della maggioranza viene presentato senza alcuna considerazione dei diritti delle minoranze.

La questione degli errori linguistici contenuti nei libri di testo israeliani in lingua araba ed i contenuti – nello specifico il modo in cui essi trattano l’identità culturale palestinese – è stata ampiamente trattata nel corso degli anni da giornalisti, studiosi, accademici. Un lavoro di riferimento è quello pubblicato, nel 2011, daNurit Peled-Elhanan, docente di lingua e formazione linguistica presso l’Università ebraica di Gerusalemme che ha svolto uno studio basato sull’analisi linguistica e semiotica di oltre 20 testi di geografia e storia pubblicati tra il 1994 ed il 2010. Elhanan ha notato, ad esempio, che alcuni testi affermano che “ebrei e non ebrei” vivevano in Galilea, ma il termine “arabo” non viene mai utilizzato. Allo stesso modo, alcuni libri di storia ignorano la presenza degli arabi palestinesi in Israele e minimizzano la presenza della cultura araba. I libri di testo vengono approvati dal Ministero dell’Istruzione, ne condividono quindi la premessa fondamentale sull’identità ebraica che sostiene il diritto storico degli ebrei alla Palestina ed il bisogno di mantenere il carattere e la sicurezza dello stato, le motivazioni alla base dell’occupazione militare e dell’espansione coloniale risiedono all’interno dei versi biblici.

Così, afferma Elhanan, i testi di storia e di geografia escludono ed includono, le cartine geografiche rimuovono od aggiungono dettagli geografici o politici, omettono confini o annettono i territori occupati, utilizzando un metodo per cui la terra viene acquisita mentre i suoi abitanti e la loro esistenza viene ignorata ed esclusa, su di essa prevale il silenzio.  Il silenzio geografico viene espresso con il fatto che le città arabe non sono indicate e neppure le istituzioni palestinesi come le università. La rappresentazione degli arabi non viene fornita solo attraverso le parole ma anche attraverso le immagini che difficilmente hanno raffigurato palestinesi moderni, impiegati in attività produttive o professioni di prestigio, essi non sono dottori, insegnanti o ingegneri ma contadini primitivi. I rifugiati palestinesi sono rappresentati come individui che vogliono entrare in Israele e non come persone che vogliono far ritorno alla loro terra, nei libri di storia di loro viene data un’immagine arretrata, sono scalzi e vivono in tenda; i cittadini arabi israeliani sono spesso rappresentati come nemici interni, una minaccia demografica ed una minoranza che è inferiore alla maggioranza ebraica.

In poche parole, i palestinesi sostanzialmente appaiono per Israele un problema da risolvere. La colpa di questa situazione infatti è delle vittime, cioè i rifugiati che non si sono integrati nei paesi arabi e dei leader dei paesi arabi che hanno rifiutato di assorbirli. I testi ignorano gli storici non israeliani, ma pretendono di rappresentare molteplici punti di vista, mentre le osservazioni delle organizzazioni per i diritti umani e il diritto internazionale non sono nemmeno discussi. Elhanan ha notato che l’uccisione dei palestinesi viene raffigurata dall’inizio come qualcosa di necessario per la sopravvivenza dello stato; i massacri commessi dalle forze israeliane, dall’Haganah e dalle Irgun che hanno preceduto la fondazione dello stato sono diventate “azioni,” “campagne,” il massacro di Deir Yassin del 1948, il massacro di Kafr Qasem del 1956 sono presentati come azioni che hanno portato a risultati positivi. Le immagini che accompagnano questi fatti storici rappresentano soldati, non le atrocità che essi hanno commesso né le vittime: in questi testi la descrizione dei massacri non genera un sentimento di solidarietà umana per le vittime ed il loro dolore.

Alla luce di quanto emerso, Elhanan sostiene che i libri di testo tendono a favorire l’ostilità degli studenti e la mancanza di informazione sulla vita, la cultura e il potenziale contributo dei palestinesi alla loro società, essi non accennano infine ai benefici che la pace potrebbe portare. La docente conclude quindi che non solo non c’è in Israele un’educazione alla pace, ma i libri di testo utilizzati nelle scuole ebraiche stanno attivamente educando all’odio in un sistema che rende difficile lo sviluppo della capacità di pensiero critico o di discussione sull’accuratezza della narrazione. Una situazione che, secondo la docente, rende necessaria una formazione specifica per quegli insegnanti interessati a letture critiche della storia e della geografia o all’educazione alla pace. Secondo Elhanan, molte persone si domandano come spiegarsi il comportamento crudele dei soldati israeliani verso i palestinesi e l’indifferenza alla sofferenza umana, “come giovani ebrei diventino mostri una volta che indossano l’uniforme”. Elhanan, pessimista sul futuro del proprio paese, ritiene che la risposta principale risieda proprio nell’istruzione.

I libri di testo raggiungono finalmente Gaza

Nel frattempo, dopo un ritardo iniziale il governo israeliano ha dato finalmente l’approvazione all’ingresso di 300.000 libri di testo nella Striscia di Gaza assediata; in attesa, mezzo milione di studenti hanno così iniziato l’anno scolastico, il 28 agosto, senza i libri di matematica e di scienze stampati in Cisgiordania. Un funzionario israeliano aveva riferito ai media che il ritardo era dovuto alla necessità di esaminare e approvare i libri da parte di Israele prima di essere inviati a Gaza.  Non è la prima volta che i libri vengono trattenuti dalle autorità israeliane. Qui, gli studenti palestinesi vivono tutte le difficoltà dettate dal blocco che incide sullo studio attraverso le restrizioni alla libertà di movimento – che rendono arduo l’ottenimento di permessi per viaggiare e studiare all’estero o in Cisgiordania – la mancanza di energia elettrica che costringe spesso a studiare alla luce delle candele e la lentezza nell’ingresso di materiale da costruzione per riparare o rifare gli edifici, incluso le scuole, danneggiati o distrutti dagli ultimi bombardamenti. Nena News

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