In Libia l’estremismo cancella le donne anche dalle piazze

di Khalifa Abo Khraisse su internazionale.it

Stavo cercando di spiegare alla mia amica Jody un’abitudine particolare che abbiamo ereditato dai nostri antenati. I nostri bisnonni avevano questo geniale sistema di denominazione: davano ad alcune cose nomi che contraddicevano il loro significato e la loro natura (sì, come se la nostra cultura non fosse già abbastanza complicata).

Ecco un esempio di come funziona: la parola fuoco in arabo è nar. In dialetto libico usiamo la stessa parola, ma la parola nar (fuoco) significa anche inferno. I nostri nonni però non lo hanno chiamato nar, detestavano quella parola, lo hanno chiamato al afeya, che si può tradurre con “stare bene, in salute e al sicuro”. Evidentemente è il contrario di quanto sottinteso dalla parola inferno.

Ecco un altro esempio: nella vita di tutti i giorni non chiamiamo un cieco “cieco”: usiamo invece la parola bassier che significa “colui che vede”, “vedere”, “la persona con la vista”, e anche “chi ha una visione” (in senso letterale e metaforico).

Forse è proprio una “cosa da libici” chiamare le cose con nomi che ne contraddicono la natura. Ma credo che il gioco del capovolgimento delle parole che abbiamo creato al mondo piaccia parecchio. Come faccio a saperlo? Perché di tanto in tanto decide di farci fare quattro risate.

Un crudele umorismo
Guardate i nomi di chi fa parte delle nostre “élite” e troverete molte battute nascoste, come quella contenuta nel nome del nostro primo ministro Faiz Alasraj: faiz in arabo significa “vincitore”. Il nome del nostro gran mufti, Al Sadiq significa “onesto”, “colui che dice la verità”, “colui che non mente mai”.

A Tripoli abbiamo sviluppato il gioco in modo ancora più creativo includendo altri elementi: abbiamo distrutto molti luoghi ed edifici storici che davano il nome alle aree in cui si trovavano e abbiamo mantenuto quegli stessi nomi, che adesso indicano l’assenza di quei luoghi storici. È un senso dell’umorismo crudele: oggi a Tripoli abbiamo una Airport road senza aeroporto, e siamo fieri di avere una Gazelle square, la rotonda della gazzella, senza gazzella.

Cosa c’è nel corpo delle donne che induce tutte le società a stabilire come possono vestirsi?

La statua della gazzella, risalente al periodo dell’occupazione italiana in Libia, era una statua iconica in bronzo raffigurante una donna nuda e una gazzella in una fontana davanti al porto. Con il braccio proteso verso il collo della gazzella, “la donna rappresenta l’Italia e il ruolo vitale dell’acqua in un deserto reso fertile dagli acquedotti, mentre la gazzella simboleggia la Tripolitania e la Cirenaica”, due regioni unificate dall’Italia nel 1934 e che costituiscono gran parte della Libia di oggi.

La donna e la sua gazzella hanno assistito alla seconda guerra mondiale, alla monarchia libica, alla dittatura di Gheddafi e alla rivoluzione. La statua è sopravvissuta perfino a un missile che l’ha colpita alla fine dell’agosto 2014 e che le ha fatto un gran buco nella pancia. Pochi mesi dopo è scomparsa: l’hanno portata via, nessuno sa dove né chi possa essere stato. Le milizie di estremisti islamici avevano minacciato di distruggerla anni fa e dobbiamo presumere che alla fine abbiano mantenuto la loro promessa. Loro vedevano solo una donna nuda, un corpo di donna che non dovrebbe essere rivelato, che deve essere coperto, cosa che a un certo punto hanno anche cercato di fare ricoprendola in modo maldestro con teli di stoffa. Alla fine l’hanno distrutta.

Ho ritrovato lo stesso simbolismo, lo stesso atteggiamento ostile a un corpo di donna in una foto del 1957 in cui si vede una donna che indossa un bikini su una spiaggia di Rimini, sulla costa adriatica italiana: un poliziotto nella foto sta multando la donna per aver indossato un costume che la lasciava scoperta. All’epoca in cui la foto è stata scattata, quel bikini era troppo sfrontato per essere indossato in pubblico. La domanda nasce spontanea: cosa c’è nel corpo delle donne che induce tutte le società a stabilire come possono vestirsi?

La rimozione della statua della gazzella è stato un evento simbolico nell’ascesa al potere degli estremisti a Tripoli. Guardando la statua, non riuscivano a vedere altro che una donna nuda, un corpo di donna.

Lo sguardo maschile
E una donna nuda è anche ciò che ha visto il primo ministro Manuel Valls guardando la Marianna. Ha invocato il simbolo della repubblica francese, la Marianna appunto, nella querelle sul divieto di indossare il burkini in spiaggia, affermando: “Il suo seno è scoperto perché nutre il popolo. Non indossa un velo perché è libera”.

Credo che sia ipocrita scagliarsi contro il divieto di indossare il burkini e non condannare l’imposizione dell’hijab in altri paesi. Quando troppi libici si sono detti offesi dal bikini della nuotatrice libica, perché secondo loro le donne libiche non dovrebbero vestirsi così, io mi sono schierato a favore di quel bikini; e quando i poliziotti costringono una donna a togliersi il burkini su una spiaggia, io mi schiero a favore di quel burkini.

Il punto è che se guardo le due foto, quella del 1957 e quella scattata in Francia quest’anno, vedo la stessa cosa: una donna vittima di ingiustizia, umiliazione e discriminazione.

Tra la gazzella e la Marianna si dipana la storia dello sguardo maschile sui corpi delle donne. Dalla Francia alla Libia, tra l’estrema sinistra e l’estrema destra, i corpi delle donne continuano a essere il campo di battaglia di una guerra combattuta da uomini, uomini che stabiliscono in continuazione le regole sui corpi delle donne, dicendogli di vestirsi o di spogliarsi. Secondo loro lo fanno per il loro bene, perché sono più giudiziosi.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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