Tunisia: sicurezza, terrorismo e crisi economica

di Alberto Sciortino, cooperante ARCS in Tunisia

E’ difficile dare un giudizio netto sulla situazione attuale della Tunisia in relazione al “rischio terrorismo”.

Il mese di agosto è stato segnato da diversi avvenimenti di gravità diversa, ma tutti all’insegna di uno scontro strisciante tra le forze di sicurezza e presunti terroristi imboscati nelle zone di montagna, soprattutto nei governatorati di El Kef e Kasserine (ma alla fine di luglio una presunta cellula terrorista che preparava attentati è stata smantellata a Kalaa Saghira, nei pressi di Sousse, città teatro del massacro di turisti in spiaggia di poco più di un anno fa).

L’episodio più grave di questi ultimi giorni è stata la morte di tre militari e il ferimento di altri sette in un attacco effettuato il 29 agosto dai terroristi nella regione del Mont Sammema, orami da anni al centro di avvenimenti simili. Gli assalitori hanno utilizzato lanciamissili, mine anticarro, mitra e granate. Episodi minori si sono succeduti però per tutto il mese: dai militari feriti durante l’assalto a un “campo terrorista” nella zona di El Kef il 24, all’uccisione di due uomini, presumibilmente terroristi, il 31 a Cité El Karma, presso Kasserine, in quella che è apparsa una sorta di rappresaglia per la morte di quei militari. In quest’ultima occasione è deceduto anche un civile e sono stati sequestrati kalashnikov, munizioni, una cintura esplosiva, granate, cellulari e … una bicicletta. Le operazioni nella zona sono proseguite fino a questi primi giorni di settembre, con l’interrogatorio di numerosi sospetti, un ulteriore scontro con due militari feriti il 5 settembre e altri quattro feriti nello scoppio di una mina lo stesso giorno.

Sembra, appunto, un bollettino di guerra, che non risparmia la popolazione civile di queste zone, vittima di assalti alle case isolate in campagna (a volte, i “terroristi” hanno preso di mira abitazioni per rubare cellulari e coperte di lana, finendo con il destare in molti il sospetto di essere di fronte più a un fenomeno di banditismo che a veri e propri gruppi organizzati su base ideologica), oppure minacciata dalla presenza di mine nelle aree rurali (come se non bastasse, il caso ha voluto che il 16 agosto due bambini siano morti, sempre in zona El Kef, nell’esplosione di un obice risalente, a quanto pare, alla seconda guerra mondiale).

D’altra parte, però, volendo guardare agli stessi avvenimenti con altra ottica, non si può fare a meno di constatare che anche in Tunisia oggi il terrorismo sia per la maggioranza della popolazione e ad esclusione di zone limitate più un fenomeno mediaticamente percepito che un rischio concreto. Il 31 agosto, sempre a Kasserine, un incidente di circolazione ha causato sedici morti e oltre ottanta feriti, quasi a indicare che i rischi quotidianamente “normali” per l’incolumità superano ancora quelli derivanti dalla situazione di sicurezza.

Lo scontro strisciante nel paese prosegue anche sul piano ideologico. Mentre si insedia il nuovo governo “di unione nazionale”, votato proprio in agosto dal Parlamento sulla base di un accordo tra i due maggiori partiti centristi (Nida Tunes e gli islamisti moderati di En-Nahda) e mentre a questo governo, guidato dal “giovane” Youssef Chahed, 41 anni, i tunisini affidano le proprie speranze di uscire da una crisi economica che desta ben più preoccupazioni del terrorismo, la magistratura ha annullato per illegittimità un provvedimento di sospensione temporanea delle attività che aveva colpito Ettahir, il partito islamista che propugna l’instaurazione della sharia nel paese. Se pochi mesi fa il ministero degli affari religiosi aveva proclamato che tutte le moschee tunisine erano state ormai ricondotte all’ortodossia ufficiale, rimuovendo gli imam troppo inclini a discorsi politicizzati, in alcune moschee di Kasserine vengono ancora sequestrati materiali di propaganda takfirista, tendenza religiosa ultraviolenta, e una cellula takfirista a quanto pare in procinto di partire per la Siria, è stata smantellata il dieci agosto.

C’è poi un altro fronte che sul piano della “sicurezza”, rischia di incrinare il generalmente saldo rapporto tra la popolazione e le forze di difesa del paese. Nei giorni successivi all’attacco dello scorso marzo operato da milizie “libiche” (composte quasi esclusivamente di fuoriusciti tunisini) sulla città di frontiera di Ben Garden, che causò oltre sessanta morti ma si risolse in un buon successo per l’esercito tunisino, tanto da avere indotto finora gli assalitori a non ripetere il tentativo, si è parlato molto della necessità di “sigillare” la frontiera con la Libia. E’ già stata realizzata, con l’appoggio logistico di Stati Uniti e paesi europei, una barriera fisica militarizzata, a ridosso della quale è stata stabilita una “zona cuscinetto”, costituita da buona parte del territorio dei governatorati del sud, nella quale valgono speciali regole di movimento e speciali controlli. Tuttavia, chiudere davvero quella frontiera è un problema non da poco. Sul contrabbando da e per la Libia, dalla quale proviene soprattutto carburante a poco prezzo e verso la quale si dirigono diversi prodotti, compresi ultimamente i farmaci, vive parte importante della popolazione di quei governatorati. I rivenditori di benzina “libica” sono sparsi per tutto il paese e nel sud si trovano a ogni angolo di strada. I cambiavalute a servizio di questa economia di contrabbando sono numerosi e ben visibili. Interrompere questi traffici, se da un lato sarebbe salutato con favore da una parte delle imprese tunisine (la federazione dei distributori di carburante ha di recente annunciato la chiusura di altre stazioni di servizio a causa della concorrenza illegale “libica”), dall’altro metterebbe in crisi l’economia di molte famiglie che di quei traffici vivono, specie nel già depresso sud del paese.

Il conflitto latente rischia proprio in questi giorni di esplodere. Per tutto il mese di agosto, i militari sono stati impegnati in operazioni di attacco a convogli di contrabbandieri, con il sequestro dei veicoli e del materiale o la distruzione sul posto (specie nel caso di quelli che trasportano benzina, spesso bruciati negli scontri). Da parte loro, i contrabbandieri pare abbiano iniziato ad assoldare miliziani armati libici per coprire i rischi dell’attraversamento di quella “zona cuscinetto”. Come prevedibile risultato, il tre settembre c’è scappato il morto (un trafficante) e come altrettanto prevedibile conseguenza di questo rafforzato tentativo statale di controllare una frontiera a rischio di infiltrazione terrorista, è esplosa la rivolta degli abitanti che, dopo questo morto, hanno bloccato le strade e danneggiato per protesta i cantieri della nuova autostrada in costruzione al sud. Il governo si trova quindi di fronte a un non facile dilemma: affrontare la rabbia della popolazione che vive dei traffici illeciti, rischiando di perdere quel consenso che a marzo ebbe un ruolo importante nella sconfitta dell’attacco “libico” a Ben Garden, oppure lasciar correre (come del resto fa in tutto il paese, dove la benzina illegale è venduta alla luce del sole) e accrescere così il rischio insito nella “porosità” di quella frontiera, un rischio che tutti sostengono stia crescendo in concomitanza con gli arretramenti che le forze “islamiste” stanno subendo in Libia e in Siria, con il conseguente sbandamento di miliziani di origine tunisina, che potrebbero tentare il rientro in patria.

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