Sudan: prove dell’uso di armi chimiche contro i civili in Darfur

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COMUNICATO STAMPA

29 settembre 2016

In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato di aver raccolto prove credibili sull’uso, da parte delle forze sudanesi, di armi chimiche contro i civili – compresi bambini molto piccoli – in una delle zone più isolate del Darfur.

Attraverso riprese satellitari, oltre 200 approfondite interviste con sopravvissuti e l’analisi da parte di esperti di decine di immagini agghiaccianti di bambini e neonati con terribili ferite, Amnesty International ha potuto concludere che da gennaio al 9 settembre 2016 sono stati condotti almeno 30 probabili attacchi con armi chimiche nella zona del Jebel Marra.

“È difficile trovare le parole per descrivere la dimensione e la brutalità di questi attacchi. Le immagini e i video che abbiamo esaminato nel corso delle nostre ricerche sono sconvolgenti: un bambino che piange dal dolore prima di morire; altri pieni di ferite e vesciche; altri ancora che non riescono a respirare o che vomitano sangue” – ha affermato Tirana Hassan, direttrice della Ricerca sulle crisi di Amnesty International.

“Non c’è modo di ingigantire la crudeltà dell’effetto che producono gli agenti chimici quando entrano in contatto col corpo umano: sostanze vietate da decenni proprio perché la sofferenza che procurano non può mai essere giustificata. Il fatto che il governo sudanese le stia usando ripetutamente contro la sua popolazione non può essere in alcun modo ignorato e richiede un’azione” – ha dichiarato Hassan.

Sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e di coloro che si sono presi cura delle vittime, Amnesty International ha potuto concludere che dalle 200 alle 250 persone possano essere morte a causa dell’esposizione ad armi chimiche. Molte, se non la maggior parte di loro, erano bambini vittime.

Centinaia di altre persone sono inizialmente sopravvissute agli attacchi ma nelle ore e nei giorni successivi hanno sviluppato gravi disturbi gastrointestinali, tra cui diarrea e vomito di sangue; la loro pelle si è riempita di vesciche, hanno cambiato colorito, sono svenute, hanno perso completamente la vista e hanno sviluppato problemi respiratori che sono descritti come la principale causa di morte.

Una donna di una ventina d’anni è stata ferita da una scheggia quando una bomba è caduta sul suo villaggio, facendo fuoriuscire una nube tossica. Sei mesi dopo, lei e il suo bambino soffrono ancora per le conseguenze dell’intossicamento.

“Quando la bomba è caduta, abbiamo visto alcune fiammate e poi un fumo scuro. Abbiamo subito iniziato a vomitare e ad avere capogiri. La mia pelle non è ancora tornata normale. Ho ancora emicranie, anche dopo che prendo le medicine. Mio figlio non sta guarendo: è ancora gonfio, ha vesciche e ferite sul corpo. Dicono che migliorerà ma al momento non è così”.

Un’altra donna di una trentina d’anni era a casa coi suoi bambini nel villaggio di Burro quando dal cielo sono arrivate numerose bombe che hanno sprigionato un fumo prima nero e poi blu.

“Sono cadute molte bombe, intorno al villaggio e sulle colline. La maggior parte dei miei figli si è ammalata subito dopo aver inalato il fumo: vomito, diarrea, tosse. La loro pelle è diventata nera, come se fosse stata bruciata”.

Molte delle vittime hanno dichiarato ad Amnesty International di non aver potuto accedere alle medicine e di essere state curate con sale, frutti ed erbe.
Un uomo che ha aiutato molte persone del suo villaggio e di quelli circostanti e che si prendeva cura delle vittime del conflitto nel Jebel Marra sin dal 2003, ha detto di non aver mai assistito a niente del genere: nel giro di un mese 19 delle persone che aveva curato, compresi dei bambini, sono morte. Tutte avevano sviluppato profondi cambiamenti sulla pelle: la metà delle ferite era diventata di colore verde e sull’altra metà si erano composte vesciche purulente.

Gli agenti chimici erano contenuti in bombe aeree e in razzi. La maggior parte dei sopravvissuti ha raccontato che il fumo rilasciato a seguito dell’esplosione cambiava colore nel giro di cinque, al massimo 20 minuti. Inizialmente era scuro, poi tendeva a diventare più chiaro. Tutti i sopravvissuti hanno descritto la puzza del fumo come estremamente nociva.

Amnesty International ha sottoposto le sue conclusioni adue esperti indipendenti in materia di armi chimiche. Secondo entrambi, vi è il forte sospetto che siano stati usati agenti chimici vescicanti, come mostarda solforosa, mostarda al nitrogeno o lewisite.

“Questo sospetto uso di agenti chimici non solo rappresenta un nuovo picco nel catalogo dei crimini di diritto internazionale da parte delle forze armate sudanesi contro i civili in Darfur ma costituisce anche una nuova arrogante sfida del governo alla comunità internazionale”– ha commentato Hassan.

L’uso di armi chimiche è un crimine di guerra. Le prove che abbiamo raccolto sono credibili e ci parlano di un regime intenzionato ad attaccare la sua popolazione civile in Darfur senza timore di ripercussioni a livello internazionale” – ha proseguito Hassan.

I sospetti attacchi con armi chimiche s’inquadrano nell’offensiva su vasta scala lanciata a gennaio dall’esercito sudanese nel Jebel Marra contro l’Esercito di liberazione del Sudan/Abdul Wahid (Sla/Aw), accusato di imboscate contro convogli militari e attacchi contro i civili.

Negli otto mesi successivi al lancio dell’operazione militare Amnesty International ha documentato numerosi attacchi contro i civili e le loro proprietà.

I sopravvissuti e gli osservatori locali sui diritti umani hanno fornito ad Amnesty International i nomi di 367 civili, tra cui 95 bambini, uccisi dalle forze sudanesi nel Jebel Marra nei primi sei mesi dell’anno. Molte altre persone, bambini inclusi, sono morte per denutrizione, disidratazione o mancanza di cure mediche dopo gli attacchi.

Attraverso le riprese satellitari, Amnesty International ha potuto confermare che nei primi otto mesi dell’anno sono stati distrutti o danneggiati 171 villaggi, nella maggior parte dei quali non vi era presenza formale di oppositori armati al momento dell’attacco.
Gli attacchi sono stati caratterizzati da ulteriori gravi violazioni dei diritti umani come il bombardamento sistematico di civili, l’uccisione di uomini donne e bambini, il rapimento e lo stupro di donne, lo sfollamento forzato e i saccheggi.

Le prove di questi attacchi sono state organizzate e pubblicate su una piattaforma digitale interattiva progettata da SITU Research in collaborazione con Amnesty International.

Terra bruciata, stupro di massa, uccisioni e bombardamenti: sono esattamente gli stessi crimini di guerra che vengono commessi in Darfur dal 2004, quando il mondo si accorse per la prima volta di quanto stava accadendo in quella regione del Sudan. Oltre 13 anni, il Darfur è sprofondato in un catastrofico ciclo di violenza: nulla è cambiato da allora, se non che il mondo ha cessato di occuparsene” – ha commentato Hassan.

Nessuna misura efficace è stata adottata per proteggere i civili, nonostante la presenza di una missione di peacekeeping congiunta delle Nazioni Unite e dell’Unione africana. I negoziati e gli accordi di pace non hanno dato né sollievo né sicurezza alla popolazione del Darfur. La risposta della comunità internazionale è stata finora deplorevole. Ora, di fronte a queste orribili e interminabili violazioni, non può continuare a chiudere gli occhi” – ha concluso Hassan.

Amnesty International chiede al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di:

– esercitare adeguate pressioni politiche sul governo del Sudan per ottenere che i peacekeeper e le agenzie umanitarie possano avere accesso alle popolazioni delle aree più remote del Darfur, come Jebel Marra;

– assicurare che l’embargo sulle armi, attualmente in vigore, sia applicato rigorosamente e sia esteso all’intero paese;

indagare con urgenza sull’uso delle armi chimiche e, nel caso vi siano prove sufficienti,processare tutti i presunti responsabili.

 Ulteriori informazioni

Ottenere informazioni attendibili sull’impatto della violenza sulla popolazione civile nel Jebel Marra è estremamente difficile. A causa delle limitazioni imposte dal governo, nel 2016 nessun giornalista, esperto sui diritti umani od operatore umanitario ha potuto svolgere ricerche in quell’area.

Amnesty International ha svolto le sue ricerche da remoto, intervistando 235 persone al telefono. Intermediari locali hanno aiutato a identificare e contattare i sopravvissuti. Le interviste sono state approfondite e sono durate da 30 a 120 minuti. Molte persone sono state intervistate più di una volta.

Alla fine del luglio 2016, secondo stime delle Nazioni Unite, 250.000 persone erano fuggite dal Jebel Marra a causa della violenza. Molte si sono dirette a nord, verso la base della missione di peacekeeping di Sortini.

La piattaforma digitale interattiva progettata da SITU Research consente di vedere in una singola interfaccia informazioni geo-spaziali, immagini satellitari, testimonianze oculari e fotografie. Lo strumento vuole fornire una narrazione spazio-temporale di violazioni mai documentate finora, sintetizzando vari contenuti in una singola interfaccia digitale. Lo scopo della collaborazione tra Amnesty International e SITU Research e della piattaforma stessa è di rendere visibili gli sviluppi e la dimensione delle violazioni dei diritti umani in una zona remota e inaccessibile del Sudan.

Il nuovo progetto Amnesty Decoders, che sarà lanciato la prossima settimana, chiederà agli esperti digitali di collaborare volontariamente ad analizzare le immagini satellitari del Darfur e a identificare i villaggi attaccati, danneggiati o distrutti.

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