Colombia o Locombia?

di Manfredi Lo Sauro da arcifirenze.it

La Colombia è la terra del realismo magico, il Paese in cui l’impossibile spesso diventa realtà. Purtroppo anche domenica scorsa le colombiane e i colombiani non hanno voluto smentire la loro fama ed è successo ciò che nessuno aveva osato immaginare: nel Plebiscito ha vinto il fronte che si opponeva alla fine della guerra con le FARC-EP. I cittadini hanno deciso di fare un salto nel vuoto.
Le ragioni della vittoria del No (o della sconfitta del Sì) sono molteplici. Prima di tutto bisogna sottolineare che ha partecipato al voto meno del 38% degli aventi diritto. Questo significa che la stragrande maggioranza dei cittadini non ha ritenuto importante esprimersi su una decisione vitale come il porre fine a una guerra che insanguina il Paese da 52 anni. Evidentemente gli spazi di informazione e partecipazione democratica sono veramente troppo deboli. Anche la capacità di mobilitazione del fronte per la Pace e dei movimenti sociali ha dimostrato tutta la sua fragilità. Se a questo fattore si aggiunge che la maggior parte dei votanti sono stati coloro che vivono nelle città, e che la guerra l’hanno vissuta solo in televisione o mediata dagli organi d’informazione ufficiali, si capisce il rifiuto totale e intransigente al reintegrare le FARC-EP all’interno della società. Al contrario, nelle zone rurali che hanno vissuto la guerra sulla propria pelle, la vittoria del Sì è stata schiacciante. Un altro elemento, poi, che ha contribuito alla vittoria del No è stata la leggerezza con cui è stata gestita la campagna per il Sì, sottovalutando colpevolmente le ferite e le lacerazioni che 52 anni di guerra hanno prodotto nella società. Infine, a rafforzare le posizioni del No, hanno contribuito i fondamentalisti cristiani che hanno sostenuto la tesi – assolutamente assurda e insensata ma che evidentemente ha avuto una certa presa nella società – ovvero che attraverso la ratifica degli Accordi di Pace si sarebbe introdotta nella Costituzione la fantomatica “ideologia Gender”. Alla luce di questa strumentalizzazione, sono apparse particolarmente infelici le parole pronunciate in Georgia da Papa Bergoglio, che pure si era speso molto per sostenere la soluzione politica del conflitto colombiano.
Una volta passato lo shock del risultato elettorale, le forze politiche stanno cercando di tracciare una strategia per uscire dell’impasse. Il governo Santos ha chiamato a raccolta tutti i partiti politici e ha chiesto di sancire un Patto Nazionale per salvare almeno una parte degli Accordi di Pace. Le FARC-EP hanno ribadito di non voler tornare a combattere e che “la parola sarà la loro unica arma”, ma al contempo sostengono che rimarranno fedeli a quanto già firmato negli Accordi. I grandi vincitori, ovvero la destra di Uribe ed Ordoñez, per il momento prendono tempo, rilanciando proposte confuse come il carcere per i dirigenti della guerriglia, così da impedir loro qualsiasi spazio democratico e partecipazione in politica.
Su queste basi il dialogo sarà difficile, ma forse non tutto è perduto. Dopo il torpore iniziale anche la società civile colombiana comincia a riprendersi dallo shock e il movimento che chiede la convocazione di un’Assemblea Nazionale Costituente acquista maggiore forza ora dopo ora. L’Assemblea Costituente era stata più volte proposta sia dalle FARC-EP che da Uribe, ma era sempre stata scartata dal Governo in quanto ritenuta troppo pericolosa. Visti i rapporti di forza in campo dopo il Plebiscito, favorevoli alla destra reazionaria, la Costituente rimane un’opzione molto rischiosa ma forse sarebbe l’unica che permetterebbe di includere nel dialogo anche l’Ejercito de Liberaciòn Nacional, l’altra guerriglia colombiana che non ha ancora cominciato i negoziati con il Governo. Se tutto ciò si verificasse, significherebbe che una sconfitta cocente come quella di domenica scorsa potrebbe essere la base per costruire una Pace completa e inclusiva in Colombia.

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