YEMEN. Nuova strage nell’indifferenza della comunità internazionale

di Roberto Prinzi su nena-news.it

140 persone uccise sabato in un attacco aereo della coalizione saudita (che promette l’apertura di un’inchiesta). Oltre 500 i feriti. Le vittime partecipavano ad un funerale del padre di un ministro houthi. Immediata la reazione: tre missili lanciati dal territorio controllato dai ribelli contro una base vicino alla Mecca e un cacciatorpediniere Usa. Nessun danno

Roma, 10 ottobre 2016, Nena News – I bombardamenti sui civili non suscitano la stessa empatia e indignazione. E così, mentre i mezzi d’informazione occidentali e le cancellerie europee e statunitense sono solerti a denunciare ad alta voce i crimini del presidente siriano Bashar al-Asad, ecco che il silenzio e l’indifferenza tornano a regnare quando a massacrare le popolazioni sono i nostri alleati. La notizia di oltre 140 persone uccise in un raid della coalizione a guida saudita in Yemen sabato – erano “colpevoli” di partecipare ad un funerale – non ha suscitato alcun clamore da noi riportando di nuovo al centro del dibattito l’annosa questione dell’esistenza di bombardamenti di serie A e quelli di serie B e, come corollario, dell’utilizzo tutto politico che si fa della sofferenza dei civili intrappolati nelle zone di conflitto.

Se è giusto condannare gli attacchi nella parte orientale di Aleppo su abitazioni e ospedali compiuti dal governo siriano (qualcuno ricorderà però che anche i civili dell’area occidentale della città sono uccisi dai razzi e colpi di mortaio dei ribelli tutt’altro che “moderati”?), bisognerebbe essere altrettanto fermi e risoluti nel condannare il massacro quotidiano in corso da un anno e mezzo nello Yemen il cui principale responsabile è la coalizione a guida saudita. Eppure i target civili colpiti dai nostri alleati in Yemen sono gli stessi di quelli denunciati con veemenza in Siria: funerali, quartieri densamente popolati, donne, bambini, mercati affollati e, sorpresa delle sorprese, perfino ospedali.

L’attacco di sabato – il cui bilancio di morte potrebbe salire ancora dato che i feriti sono 525 – è stato definito ieri “genocidio” dal portavoce del governo dei ribelli houthi Mohammed Abdul Salam. Abdul Salam ha sottolineato come “il silenzio delle Nazioni Unite e della comunità internazionale costituisce le munizioni degli assassini”. Un’accusa dura che è del tutto comprensibile se si pensa che attacchi simili si ripetono con drammatica cadenza in Yemen da oltre un anno.

Ieri la coalizione ha provato a tranquillizzare la comunità internazionale promettendo l’avvio di un’inchiesta “sull’increscioso e doloroso bombardamento” avvenuto a Sana’a. La difesa dell’immagine di Riyad e dei suoi alleati sta avvenendo sue due piani: a quello politico affidato all’inchiesta, si aggiunge quello non meno importante in campo mediatico con i potenti mezzi di informazione a sua disposizione (al-Arabiyya in particolare) che hanno prontamente negato le responsabilità degli anti-houthi per quanto accaduto sabato. Nell’attesa che questa inchiesta darà i suoi risultati (ne siamo certi conoscendo la professionalità saudita quando si intaccano i diritti umani), va registrata per ora la reazione americana che ha detto che “rivedrà” il suo sostegno alla coalizione.

Le parole sono quelle che si sentono spesso ogni qual volta la politica deve giustificare un suo grave errore o crimine. Come da copione, infatti, il portavoce della Casa Bianca Ned Price, ha detto di essere “profondamente disturbato” dall’attacco e che il sostegno Usa al blocco sunnita “non è un assegno in bianco”. Da qui l’annuncio: “abbiamo iniziato un immediato controllo della nostra già significativa riduzione di aiuti alla coalizione saudita e siamo pronti ad modificare il nostro sostegno affinché questo sia più consono ai principi, ai valori e agli interessi statunitensi. Tra questi, quello di raggiungere un’immediata e durevole fine del tragico conflitto yemenita”. Una dichiarazione che suscita più di una perplessità presso molti yemeniti che da oltre un decennio hanno sperimentato i “valori USA” sul loro territorio con indiscriminati bombardamenti di droni giustificati “come attacchi contro i terroristi di al-Qa’eda”.

Nel frattempo che sauditi e americani riesaminano quanto accaduto (i primi) e rivedono il loro sostegno (i secondi), c’è la cronaca degli eventi che già mostra chiaramente come quanto successo due giorni fa non sia stato affatto un “tragico” errore, “effetto collaterale” della lotta contro il terrorismo. Il funerale di sabato era infatti del padre di Galal ar-Rawishan, il ministro degli interni dell’esecutivo houthi. Una figura politica importante che aveva portato alle esequie diverse figure dell’establishment militare dei ribelli. Dunque chi ha premuto il pulsante per sganciare la bomba sapeva che colpiva direttamente il movimento houthi insieme a tanti civili.

L’attacco ha suscitato la rabbia dell’Iran che ha chiesto ieri alle Nazioni Unite di mandare un aereo in Yemen per evacuare i feriti. Il ministro degli esteri iraniano Mohammed Javad Zarif ha espresso “schock e indignazione” per quanto accaduto in una lettera indirizzata al Segretario Onu Ban Ki-Moon. Nel comunicato ha poi criticato duramente Riyad e i suoi sostenitori: “non solo l’Arabia Saudita, ma anche coloro che hanno sostenuto l’aggressione della coalizione contro il popolo yemenita dovrebbero essere ritenuti responsabili per i crimini di guerra perpetrati in Yemen nell’ultimo anno e mezzo”

Il “lago di sangue” (così i testimoni hanno definito il massacro di sabato) ha suscitato la reazione da protocollo delle Nazioni Unite. Il coordinatore umanitario dell’Onu, Jamie McGoldrick, ha detto di essere rimasto “scioccato e indignato” per l’attacco “orrendo”. “La comunità internazionale dovrebbe fare pressioni e influenzare tutte le parti del conflitto a proteggere i civili – ha dichiarato McGoldrick che poi ha aggiunto – questa violenza contro di loro dovrebbe terminare immediatamente”. Forse l’alto diplomatico internazionale avrebbe fatto bene a ricordare anche le gravi responsabilità che ha il Palazzo di Vetro per quanto sta accadendo in Yemen.

Accanto ai suoi fallimenti politici, infatti, vanno ricordate anche le sue gravi colpe morali. Lo scorso giugno le Nazioni Unite pubblicarono e subito dopo ritirarono un loro rapporto molto critico nei confronti della coalizione sunnita. Il dietrofront, come affermò pubblicamente allora il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, fu dovuto alle pressioni saudite. La rabbia di Riyad nasceva dal fatto che il documento dell’organismo internazionale, dopo aver attaccato i ribelli, aveva osato denunciare l’allenza anti-houthi per aver causato il 60% delle morti e dei feriti tra i bambini dello Yemen (a quel tempo 510 vittime sulle 785 totali).

La coalizione si è sempre difesa dalle accuse di aver provocato morti civili affermando, come fatto anche ieri, che le sue truppe “hanno chiare istruzioni di non colpire aree civili”. Eppure due giorni fa oltre 140 persone sono morte in un raid aereo. Ed è difficile, per non dire impossibile, che a farlo siano stati gli houthi o i suoi alleati che, tra l’altro, non dispongono di jet militari (l’Iran, ufficialmente, non sta partecipando al conflitto in Yemen). E ammesso pure che avessero degli aerei da guerra, resterebbe di difficile comprensione il motivo che li avrebbe spinti a colpire propri sostenitori e rappresentanti. Ad ogni modo la risoluzione del mistero la darà il blocco sunnita che ha fatto sapere che investigherà sul caso “insieme ad esperti Usa” e fornirà “dati e informazioni relativi alle sue operazioni militari sul luogo dell’incidente e sulle aree circostanti”.

Per molti yemeniti, tuttavia, le indagini sono superflue perché i responsabili sono già noti. Migliaia di persone sono scese in piazza ieri a Sana’a per protestare contro la famiglia reale saudita. Secondo l’agenzia di stampa Ary News, nel corso del presidio – dal significativo nome “vulcano di rabbia” – un importante ufficiale ribelle Mohammed ali al-Houthi ha promesso che “dopo questo massacro [noi ribelli] saremo più determinati a confrontarci con gli aggressori”.

Una dichiarazione che sembrerebbe essersi già tradotta sul campo. Ieri due missili sparati dal territorio controllato dagli houthi sono caduti nei pressi di un cacciatorpediniere statunitense che transitava nel mar Rosso. Sabato notte, invece, forse in risposta al bagno di sangue causato dal raid sul funerale, i ribelli (presumibilmente) hanno lanciato un missile contro una base dell’aviazione saudita vicino alla città sacra di Mecca. I due attacchi non hanno causato alcun danno. Nena News

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