YEMEN. Bambini tra povertà e morte: una generazione perduta

da nena-news.it

Delle 11mila vittime dirette del conflitto in corso in Yemen dal marzo 2015, oltre 1.200 sono minori. È il tragico bilancio stilato da Save the Children e pubblicato insieme al rapporto sul sistema sanitario yemenita a quasi due anni dall’inizio dell’operazione saudita “Tempesta Decisiva”.

Dei bambini vittime della guerra 1.219 hanno perso la vita in azioni armate ma non sono che una goccia nel mare: “La mancanza cronica di strumentazione medica e di staff sanitario sta causando altri 10mila morti per anno – si legge nel rapporto – Circa mille bambini muoiono ogni settimana per cause prevedibili come diarrea, malnutrizione e infezioni del tratto respiratorio”.

Pochi giorni fa era stata l’Unicef a dare i numeri del disastro di un paese: un bambino ogni 10 minuti muore per mancanza di cibo, muore di fame. Una strage silenziosa e per questo ancora più odiosa, a cui nessuno guarda più. Lo Yemen è ormai un paese collassato, privo di infrastrutture, carburante per far funzionare i sistemi elettrico e idrico, ospedali e cliniche (oltre 270 le strutture mediche danneggiate nel conflitto e 3.500 quelle chiuse o parzialmente funzionanti), ma soprattutto cibo e acqua potabile. Sono 20 milioni le persone con immediata necessità di aiuti, tra loro 8 milioni di minori.

“Con i genitori che perdono il lavoro e le fonti di sussistenza a causa del caos della guerra – dice il rapporto – molti ci hanno detto di essere stati costretti a vendere gioielli, auto, terre solo per riuscire a pagarsi il viaggio verso l’ospedale. Altri hanno chiesto prestiti. E una volta in ospedale non possono permettersi il costo delle medicine per i figli, medicine salva-vita”. Una generazione perduta, immersa nel dolore, la morte e la povertà e con in mano un paese massacrato.

Ma la guerra in Yemen interessa poco. L’unico contatto con l’Occidente disgustato dalla guerra siriana ma cieco di fronte a quella yemenita sono le armi. Perché l’Arabia Saudita continua impunita ad usare le armi comprate dalle compagnie belliche occidentali. Non a caso Riyadh è il terzo paese al mondo per spese militari, dopo Usa e Cina: con meno di 30 milioni di abitanti, la petromonarchia spende 87.2 miliardi di dollari all’anno in armi e tecnologie belliche.

Compra dagli Stati Uniti, dall’Italia – che da poco ha tributato una nuova visita a re Salman con la ministra della Difesa Pinotti – e dalla Gran Bretagna. Proprio Londra è tornata nel mirino nei giorni scorsi: un’inchiesta del governo britannico ha ammesso l’utilizzo di bombe grappolo prodotte in casa propria da parte dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, sebbene la Gran Bretagna abbia firmato nel 2010 il trattato che vieta l’uso di simili armi. Ma, dice il segretario alla Difesa Fallon, erano state inviate nel paese negli anni Ottanta. Però, dopo il 2010, Londra non ne ha chiesto conto all’alleato saudita.

Due giorni fa è stata Riyadh ad ammettere di averle usate, per la prima volta: “Sembra che ci sia stato un uso limitato da parte della coalizione delle munizioni a grappolo BL755 costruite in Gran Bretagna. Sono state usate contro target legittimi per difendere città e villaggi sauditi contro i continui attacchi delle milizie Houthi”, ha detto il portavoce della coalizione a guida saudita, Ahmed Asiri. Il portavoce ha poi promesso che non saranno più utilizzate. Ma non cesseranno né la guerra né gli abusi.

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