Belgrado, 12 mila persone bloccate al gelo dove la rotta balcanica s’è interrotta.

repubblica.it

BELGRADO – C’è un posto, nel cuore del continente europeo, in cui sono bloccati da mesi 12.000 profughi. Quel posto si chiama Serbia, un paese che dall’aprile scorso, dopo la chiusura delle frontiere da parte di Ungheria e Croazia, si è trasformato, da terra di transito, in punto di arrivo. Per mesi, infatti, Belgrado ha accolto il passaggio dell’ondata infinita che ha attraversato la cosiddetta “rotta balcanica”, 1 milione e 200 mila persone secondo le stime dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr).  Oggi, a restare nel limbo serbo sono gli ultimi arrivati della carovana, uomini e donne in arrivo principalmente da Afghanistan e Pakistan, il cui viaggio a tappe ha toccato Iran, Turchia, Grecia, Bulgaria e Macedonia prima della fermata definitiva nella Repubblica Srpska.

Fumo nei capannoni e i vestiti puzzano di cenere. Sono circa 1.200 i profughi che da mesi alloggiano in vecchi edifici abbandonati del centro di Belgrado, senza servizi igienici, senza acqua, senza elettricità e con un solo pasto al giorno, distribuito dai volontari delle Ong locali. I capannoni abbandonati sono pieni di fumo. L’aria è marcia, i vestiti puzzano di cenere, l’odore è insopportabile. Nelle ultime settimane, con l’arrivo deIl’inverno, la temperatura resta costantemente ben sotto lo zero nei vecchi depositi abbandonati della Glavna železni?ka stanica di Belgrado, la vecchia stazione ferroviaria centrale in cui l’unico modo per combattere il terribile gelo è quello di accendere ovunque piccoli fuochi da bivacco. Ce ne sono a decine, sparsi qua e là negli angoli di questi immensi e spaventosi fabbricati dismessi, pieni di terra e ferro e disperazione. Oggi questi edifici scalcinati, destinati ad essere abbattuti nel giro di poche settimane per fare spazio ad un grande complesso abitativo di lusso (il Belgrade Waterfront), sono divenuti l’ennesimo punto di approdo per un’infinita popolazione di rifugiati in viaggio da mesi verso l’Unione Europea.

Bruciano qualsiasi cosa si trovi a portata di mano. Le confezioni di polistirolo che sino a qualche ora prima hanno contenuto la razione giornaliera di zuppa, qualche vecchio straccio, uno dei cartoni consumati che per giorni hanno fatto finta di trasformarsi in materassi. Ovviamente non basta. Il gelo taglia in due e colpisce forte, fino allo stomaco: ci si può solo ammassare, gli uni accanto agli altri, avvolti in decine di vecchie coperte ormai sfibrate e luride, e provare a passare insieme la notte. “Pur di arrivare in Francia, in Germania, in Italia – dice Khaibar, un giovane di 22 anni, proveniente dal villaggio afgano di Awbeh, nella provincia di Herat – siamo disposti a tutto.

Settemila dollari per arrivare fin qui. Abbiamo fatto migliaia di chilometri a piedi, speso chi cinque, chi sei, chi settemila dollari per arrivare sino a qua, e per molti sono i soldi risparmiati in tutta una vita, denaro raccolto con collette popolari, vendendo le case e gli animali, impegnando in debiti spaventosi intere famiglie. Il freddo è il meno che ci possa capitare: noi vogliamo andare avanti” Khaibar, come gran parte dei profughi afghani e pakistani accampati dentro la stazione, ha attraversato mari e montagne in Iran e Turchia, sostato nei centri di accoglienza greci, bulgari, macedoni, prima di raggiungere Belgrado. Durante il viaggio si è spesso purtroppo imbattuto in spietati trafficanti di frontiera, criminali che per un tragitto in automobile dalla Grecia al villaggio serbo di Presevo, circa 200 chilometri, chiedono cifre che variano dai 1000 ai 2000 euro. Il punto più difficile di questa emergenza riguarda le età dei migranti bloccati in Serbia. In molti, infatti,  hanno meno di 14 anni, piccoli ragazzi di famiglie che non ce l’hanno fatta a pagare il viaggio per tutti e hanno allora deciso di mandare via, verso l’avventura di un mondo migliore, il figlio più grande.

Unici aiuti dalle Ong, zero sostegno dalle autorità. “Il problema più grande è che qui manca tutto e con queste temperature la situazione si fa sempre più difficile. I ragazzi non hanno nemmeno un bagno, elettricità, non hanno una doccia. Si lavano all’aria aperta, sciacquandosi con l’acqua raccolta in vecchie pentole prestate dalle famiglie qui intorno. Poi ci sono delle questioni più generali, come l’educazione di questi ragazzi, spesso bambini, che da mesi non vanno a scuola. Gli unici riferimenti, da questo punto di vista sono le organizzazioni non governative, per il resto, le autorità si preoccupano solo dei migranti all”interno delle strutture. Per quanti restano fuori, non ci sono indicazioni ufficiali di nessun genere”. È la grande dimostrazione di solidarietà e senso civico offerta da popolazione civile e ong locali l’unica buona notizia dell’emergenza profughi in Serbia. Nonostante gli scarsi risultati in termini di integrazione, la gente di Belgrado sta infatti provando a mettersi a disposizione, ovviamente nei limiti della possibilità di un paese che non brilla certo per forza economica.

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