Basta guerra ai migranti. Utilizzare il Fondo Africa per sostenere le comunità

In attesa che il governo emani il decreto che disciplini l’implementazione del Fondo per l’Africa, istituito dal Bilancio di previsione dello Stato per l’anno 2017 per interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie, ARCS esprime alcune preoccupazioni e rilancia alcune raccomandazioni specifiche.

L’UE, attraverso l’ultima Comunicazione della Commissione Europea “Migrazione sulla rotta del Mediterraneo centrale”, in vista della riunione dei capi di Stato e di governo del 3 febbraio, ha ribadito nuovamente la volontà di utilizzare un approccio tutto legato al tema della ‘sicurezza’  nella gestione dei flussi migratori. “Aumentare il finanziamento del Fondo fiduciario dell’UE per l’Africa (istituito nel vertice de La Valletta) utilizzando 200 milioni di euro per formazione e equipaggiamento della guardia costiera libica, migliorare le condizioni per i migranti e intensificare i ritorni volontari assistiti”, vuol dire ancora una volta cercare di affidare a Paesi terzi, rispetto all’Ue, la gestione dei fenomeni migratori, inserendo il finanziamento delle attività di contenimento delle frontiere in un generico quadro di cooperazione internazionale.

Due livelli, cooperazione e gestione dei flussi, che dovrebbero, invece, essere ben distinti e mai confusi.

È molto elevato il rischio che il Fondo italiano per l’Africa diventi lo strumento per finanziare accordi con regimi e governi che mettano in atto politiche aggressive di controllo delle frontiere e contenimento dei flussi. Ce lo insegna quel che è successo con l’accordo UE-Turchia, che ha azzerato gli ingressi in Europa dai Balcani assumendo la scelta scellerata di lasciar spazio a violazioni dei diritti umani, violenza e razzismo e incentivando le migrazioni sulla rotta via mare, quella che da anni provoca morti e dispersi nelle acque del Mediterraneo. E arricchendo ancora una volta scafisti e trafficanti di vite umane.

Filippo Miraglia, presidente di ARCS dichiara: “Se si vogliono porre delle condizioni all’aiuto allo sviluppo, lo si faccia introducendo una clausola diritti umani: per chi non li rispetta nessun aiuto. Si prenda atto che l’emigrazione rappresenta da sempre, con le rimesse e con le relazioni che s’innescano, il principale strumento di sviluppo delle comunità locali nei Paesi di provenienza dei flussi migratori. Bisogna scegliere se promuovere quella legale o favorire quella irregolare”.

Chiediamo, al governo italiano che si impegni ad utilizzare questo Fondo per affrontare direttamente le cause che determinano i fenomeni migratori, sostenendo attivamente le comunità locali, incentivando le loro economie, producendo occupazione, difendendo i diritti umani fondamentali.

Chiediamo che si valorizzi il ruolo delle Organizzazioni non governative, da sempre in prima linea nelle politiche di cooperazione internazionale, attraverso il coinvolgimento diretto come soggetti attuatori delle azioni di solidarietà, aiuto umanitario e di sviluppo comunitario che il Fondo metterà in campo.

Chiediamo infine che venga ribadito e in ogni caso garantito l’accesso alla procedura d’asilo nel nostro Paese per chiunque ne faccia richiesta, così come prevede la legge e la nostra Costituzione.

Il Parlamento deve svolgere con determinazione il suo compito, chiedendo di essere informato sui contenuti del decreto d’implementazione del Fondo per l’Africa e di vigilare sugli aspetti che riguardano i diritti e le libertà delle persone.

Basta criminalizzare le organizzazioni umanitarie che operano al largo della Libia per mettere in salvo le persone in cerca di protezione: si cancelli qualsiasi forma di guerra ai migranti realizzata con azioni che impiegano le nostre forze armate e quelle degli altri Paesi dell’UE, cosi come con il sostegno alla guardia costiera libica” conclude Miraglia.

Solo attraverso l’istituzione di canali d’ingresso sicuri e legali e di corridoi umanitari specifici, si può salvaguardare la vita delle persone, contribuendo a combattere scafisti e trafficanti e arrivando a ridurre, se non azzerare, il tragico conto delle morti nel Mediterraneo.

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