L’attesa cubana

di Federico Mei – Rappresentante ARCS a Cuba

Attesa. Questa è l’atmosfera che già dalla fine del vecchio anno si vive all’Avana. L’attesa di capire se il nuovo governo Trump, oltre a minacciare di cancellare, o almeno stravolgere, il processo di dialogo e cooperazione avviato da Obama, lo faccia realmente. Oppure, come pensano molti, è semplicemente un modo per tenersi buoni i falchi del partito repubblicano che vorrebbero tornare a una politica aggressiva per far saltare l’isola. La forte lobby cubana degli esuli di Miami infatti, non ha mai abbandonato il sogno di “riconquistare” Cuba e l’elezione di Trump, dopo l’era Obama, gli ha ridato speranze.

Ma intanto, nel mezzo dell’attesa, un altro duro colpo alle mire revisioniste di Trump lo assesta lo stesso ex presidente Obama cancellando due “privilegi” che dagli anni ’80 caratterizzano la politica migratoria Usa verso il paese caraibico.

Il primo riguarda la cancellazione della norma del “piede asciutto, piede bagnato”. Nei giorni passati la notizia è stata ampiamente trattata anche dai maggiori quotidiani italiani che però, invece di descrivere le conseguenze nefaste di questa politica, si sono limitati a compiangere le poche centinaia di aspiranti esuli bloccati in vari paesi di transito (Messico, Nicaragua ecc.), oppure a tentare quasi una sua giustificazione.

Non vengono invece nemmeno nominati i danni di una legge che promuoveva apertamente l’immigrazione illegale (come se il mediterraneo non ce lo avessimo in casa!) e che ha spinto migliaia di cubani a passare per trafficanti di esseri umani, violenze, soprusi, sfruttamento e molti dei quali, ma il conto non è conosciuto, hanno perso la vita cercando di raggiungere la frontiera nordamericana risalendo, sempre illegalmente, quasi tutto il Centro America. Del resto la stessa norma era stata cambiata dopo l’esodo dei balseros del ’94 proprio per limitare la perdita di vite umane e riconoscendo quindi il diritto di visti solo a quelli che arrivavano via terra.

Val la pena ricordare ad alcuni giornalisti che la garanzia di residenza, almeno di un anno, ai cubani che entrano legalmente negli Stati Uniti, resta in vigore (Ley de Ajuste Cubano); quindi, quello che si cancella, è l’illegalità non certo il privilegio concesso ai cubani che vogliono emigrare negli USA.

Il secondo, nemmeno trattato dai media nostrani, ma in realtà molto più importante in termini diplomatici, è che è stato cancellato anche il programma CMPP (Programa Parole para Profisionales Medicos Cubanos). Il CMPP era un programma diretto a facilitare il rilascio di un visto per gli Usa, a quei medici cubani in missione umanitaria all’estero, semplicemente facendone richiesta presso le ambasciate americane in loco. Un “rapto dei medici” legalizzato, parafrasando uno storico evento della mia terra, la Sabina, che non veniva criticato solo da Cuba, ma anche da tutti quei paesi, sudamericani e africani, che grazie ad accordi di collaborazione, ricevono un servizio medico fondamentale che salva ogni anno centinaia di migliaia di vite oltre a garantire un importante sostegno alla crescita professionale dei medici locali.

Detto ciò, sono in molti quindi a pensare che quella di Trump è solo una strategia e che difficilmente si tornerà indietro nel processo di normalizzazione, anzi, non pochi scommettono su una accelerazione se non altro per il forte imprinting economista che il neo presidente sta dando al suo corso.

Si perché a parte i fiumi di parole, l’isola, per gli Usa e per i suoi imprenditori, rappresenta un mercato di tutto interesse soprattutto in un momento di crisi dell’economia statunitense e a fronte della promessa del neo presidente, che di fatto gli ha fatto vincere le elezioni, di risollevarla.

Come pensare quindi che grandi imprese come AT&T o Google, tra le più conosciute, ma ce ne sono almeno un altro centinaio, o le tante compagnie aeree che volano giornalmente sull’isola e registrano tassi di riempimento record, possano tornare sui loro passi dopo aver sottoscritto accordi di collaborazione con il paese caraibico che gli garantiscono importanti nuovi introiti? E che dire del settore agro-alimentare, sia come mercato di sbocco dei prodotti alimentari, sia come mercato delle attrezzature agricole e della collaborazione tecnica, che rappresenta un salvagente per tantissime piccole e medie imprese statunitensi che altrimenti rischiano il fallimento?

Non a caso i primi a chiedere a Trump di mantenere il processo di normalizzazione sono state proprio le associazioni del settore agricolo, che guarda caso sono concentrate proprio in quegli stati dell’America profonda che sono corsi in massa votare per lui.

Ecco quindi l’attesa, che si ripercuote anche su altri fronti: come verso la UE che a dicembre ha cancellato la “Posizione Comune” che dal ‘96 condizionava le relazione tra le due sponde dell’atlantico. Del resto tale posizione, dopo la mossa di Obama del 2014, non aveva più senso e rischiava di tagliare fuori la Ue dai “giochi” cubani. Da qui la corsa ad avviare trattative per la sottoscrizione di un accordo di cooperazione globale, sempre lo scorso dicembre, tentando in extremis di recuperare il terreno perso sugli USA.

Attesa perché visti anche gli attriti tra Trump e la UE, Cuba sa di poter giocare le sue carte in una sorta di partita al rilancio che se da un lato punta ad ottenere il massimo da entrambi, dall’altro non nasconde rischi di un tuffo nel vuoto.

Non ci si sbilancia quindi. Le esternazioni delle alte sfere politiche sono centellinate con attenzione e in uno dei più caldi inverni degli ultimi 20 anni, l’attesa, magari con un mojito per rinfrescarsi, segna il ritmo giornaliero di un paese abituato ad attendere, ma soprattutto a resistere.

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