Migrazioni, l’Italia torna di fronte alla Corte Europea per i Diritti Umani

di Giacomo Zandonini – repubblica.it

Cinque anni dopo essere stata condannata per i respingimenti in alto mare verso la Libia, l’Italia torna di fronte alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per il rimpatrio – nell’agosto 2016 – di 40 cittadini sudanesi. A firmare il documento sono stati cinque degli uomini forzatamente rimpatriati, assistiti dagli avvocati Salvatore Fachile e Dario Belluccio. Secondo il testo inviato alla cancelleria della Corte lo scorso 13 febbraio da uno dei ricorrenti, il governo italiano era “consapevole che lo stesso sarebbe stato sottoposto a trattamenti disumani e degradanti”.

La denuncia del Tavolo Asilo. Sarebbe insomma una violazione voluta, che si inserisce, denuncia l’avvocato Fachile, “in un piano preciso dell’Unione Europea, che chiede a Italia e Grecia di violare i trattati internazionali per fermare l’arrivo di persone via mare, trasformando il nostro paese in un’enorme frontiera, dotata di centri di espulsione”. Una prospettiva aspramente criticata dal Tavolo Nazionale Asilo, che riunisce diverse organizzazioni di tutela dei diritti umani, fra cui Centro Astalli, Caritas, Asgi, Arci, Amnesty International e Federazione delle Chiese Evangeliche.

Trumpismo all’italiana. “Quello del rimpatrio dei sudanesi è uno degli episodi di un dilagante ‘trumpismo’ all’italiana”, ha dichiarato Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci, durante la conferenza stampa indetta per pubblicizzare il ricorso. “Sono politiche di corto respiro”, ha proseguito, “confermate dal recente accordo con la Libia e dal cosiddetto piano Minniti per costruire nuovi centri di espulsione”. Se la Corte UE si esprimesse, ha spiegato però Fachile, “potrebbe mettere in discussione le basi di queste operazioni di rimpatrio collettivo, come il Memorandum di intesa fra Italia e Sudan dello scorso agosto”.

L’accordo segreto con il Sudan. La vicenda del rimpatrio nasce infatti da un accordo di cooperazione fra le polizie di Italia e Sudan, firmato il 3 agosto 2016 e mai reso pubblico (oggi disponibile sul sito dell’Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione), per la “gestione delle frontiere e dei flussi migratori e in materia di rimpatrio”. Il documento è applicato per la prima e – secondo gli estensori dei ricorsi – unica volta, nelle settimane successive, quando una sessantina di cittadini sudanesi è stata fermata nei pressi di Ventimiglia.

Quaranta rimpatriati. In uno dei ricorsi depositati, il firmatario – giunto il 29 luglio sulle coste italiane – racconta di essere stato “prima preso a schiaffi e poi forzato dito per dito a lasciare le proprie impronte” e quindi “detenuto per la durata di cinque giorni all’interno di una caserma di polizia o di altra struttura militare”. Altri concittadini, secondo le ricostruzioni degli avvocati, sarebbero stati condotti nell’hotspot di Taranto. In 40 sarebbero stati infine rimpatriati, come confermato da una lettera inviata al L’Espresso da Giovanni Pinto, direttore della Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere.

Rischio di trattamenti disumani. A differenza di quanto scritto da Pinto, il ricorso sostiene però che i cittadini sudanesi sarebbero stati privati “di fatto dell’informazione relativa al rimpatrio”. In sette sarebbero stati poi fatti scendere dall’aereo, in partenza da Torino per Khartoum, a seguito della “strenua resistenza fisica opposta”. Tutti e sette, ha spiegato Filippo Miraglia di Arci, hanno poi ottenuto lo status di rifugiato, “a riprova dei rischi che avrebbero corso tornando in Sudan”. Le carte invocano dunque gli art. 3 e 4-4 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo, che proibiscono l’esposizione a “tortura e trattamenti disumani e degradanti” e le espulsioni collettive.

Avvocati e parlamentari in Sudan. “Si tratta di un ricorso complicato”, ha sottolineato Fachile, “che ci ha costretto a lavorare in condizioni difficili per noi e pericolose per gli assistiti”. Le procure sono state infatti raccolte lo scorso dicembre durante una visita in Sudan di una delegazione di parlamentari UE, del gruppo della SUE/Sinistra Unitaria Europea. Le conversazioni fra avvocati e ricorrenti sarebbero state ascoltate dai servizi segreti del regime di Khartoum, che hanno poi interrogato a lungo i legali italiani. “Possiamo solo dire che i nostri assistiti hanno ricevuto un divieto di espatrio per cinque anni”, ha spiegato l’avvocato, “e vivono nascosti nei dintorni della capitale, non potendo tornare nella regione del Darfur, da cui sono partiti a causa delle persecuzioni”.

La partnership Bruxelles – Khartoum. L’operazione di rimpatrio è un tassello, segnalano le associazioni, di una rinnovata partnership tra UE e Sudan, avviata con il “processo di Khartoum” nel 2014, e rafforzata dall’Agenda Europea sulle Migrazioni e dal meeting UE-Africa de La Valletta, nel novembre 2015. “Ci sono in gioco fondi per centinaia di milioni di euro”, dice Sara Prestianni, che ha partecipato alla missione in Sudan per conto di Arci. E’ di 115 milioni il primo stanziamento all’interno del Fondo Fiduciario per l’Africa. E soprattutto, come segnala un rapporto preparato dai parlamentari SUE, “c’è il grosso nodo degli equipaggiamenti per il controllo delle frontiere”.

Equipaggiamenti per gruppi paramilitari. Il Sudan chiede infatti tecnologie, mezzi militari e fondi per centri di trattenimento alle frontiere, che l’UE potrebbe fornire all’interno di progetti come il Border Migration Management, e tramite il ROCK, acronimo per centro operativo regionale di Karthoum, da avviare nel 2017. Ma c’è il rischio che i materiali abbiano poi un altro impiego. Secondo gli europarlamentari, che citano attivisti e leader locali, la frontiera più “calda”, ovvero quella con la Libia, è infatti controllata dalle Rapid Response Forces. Un gruppo paramilitare legato al presidente Omar al-Bashir, con cui condivide un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, per crimini commessi nella regione del Darfur.

Sicurezza contro diritti umani? Per il parlamentare portoghese Pimenta Lopes, fra i membri della delegazione GUE, “l’UE sta supportando le forze armate di un governo repressivo, legate a milizie e trafficanti, contribuendo così a violazioni dei diritti umani su scala sempre più ampia”. Paese di origine e transito per migranti diretti in Libia ed Egitto, il Sudan di al-Bashir è dunque un partner importante per un’Unione Europea timorosa di nuovi arrivi via mare. Il ricorso di cinque cittadini sudanesi potrebbe aprire una crepa in una relazione che si gioca su dinamiche complesse, in cui l’UE cercherà, come dichiarato nel progetto del ROCK, “il giusto equilibro fra il sostegno a agenzie di sicurezza e l’approccio dei diritti umani”.

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