OPINIONE. Come Israele usa il gas per radicare la dipendenza palestinese. Parte I

da nena-news.it

L’occupazione israeliana dei Territori palestinesi non esiste solo in superficie. Dal 1967 Israele ha sistematicamente colonizzato le risorse naturali palestinesi e, nel settore degli idrocarburi, ha impedito ai palestinesi di accedere alle proprie riserve di greggio e gas. Tali restrizioni hanno garantito la continuativa dipendenza dei palestinesi da Israele per le proprie necessità energetiche.

Gli sforzi palestinesi per sviluppare un proprio settore energetico non riescono a sfidare l’egemonia onnicomprensiva israeliana sulle risorse palestinesi. Al contrario, rincorrono crescita e state-building dentro una realtà di occupazione, rafforzando – anche inavvertitamente – l’asimmetrico equilibrio tra occupante e occupato.

L’associato di al-Shabaka Tareq Baconi comincia la sua analisi rivedendo il contesto dei recenti accordi sul gas. Va avanti spiegando come i tentativi di sviluppare il settore energetico palestinese non riesce a sfidare questa realtà e si basa principalmente su pratiche che circumnavigano l’occupazione e che tentano di migliorare la qualità della vita in un contesto di occupazione.

Come argomenta Baconi, questi sforzi rinforzano alla fine il ruolo dei Territori palestinesi come mercato prigioniero per l’export energetico israeliano e pavimentano la strada verso la normalizzazione regionale sotto l’ombrello della “pace economica”.
Sottolinea come la pace durevole e la stabilità saranno prodotte solo se questi fattori che mantengono i palestinesi come subordinati al potere israeliano saranno affrontati e muove alcune raccomandazioni per farlo.

L’impatto politico del colpo di fortuna del gas israeliano

Fino a pochi anni fa, sia Israele che la Giordania facevano affidamento sull’importazione di gas dall’Egitto. Nel 2011-2012, e soprattutto dopo la caduta del regime del presidente Hosni Mubarak, l’esportazione di gas egiziano è diventata inaffidabile. Questo a causa sia di fattori interni al settore energetico egiziano sia per la crescente instabilità della Penisola del Sinai, che ospita la principale conduttura di gas verso Israele e Giordania.

Con il crollo delle importazioni dall’Egitto, Israele e Giordania hanno cominciato a cercare fonti di approvvigionamento alternative. Nel 2009 un consorzio di aziende israelo-americane ha scoperto Tamar, un giacimento a circa 80 km dalle coste di Haifa, contenente 10 bilioni di piedi cubi di gas. Con la sicurezza energetica israeliana a rischio, il consorzio si è subito mosso verso la produzione e il gas ha cominciato ad arrivare nel 2013. Un anno dopo la scoperta di Tamar, lo stesso consorzio ha identificato un giacimento ancora più grande, il Leviatano, da 20 bilioni di piedi cubi di gas.

Nel giro di pochi anni, Israele è passato dall’essere un importatore di gas regionale a – potenzialmente – un esportatore. Ha guardato sia ai mercati locali sia ai paesi vicini fino ad identificare le destinazioni estere. Vista la vicinanza fisica, le implicazioni per un avanzamento della normalizzazione economica sono state evidenti: come recentemente dichiarato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, produrre dal Leviatano “fornirà gas a Israele e promuoverà la cooperazione con i paesi della regione”.

La Giordania è stato il primo paese ad impegnarsi ad acquistare il gas israeliano. Le negoziazioni sono iniziate subito dopo la scoperta di Leviatano e un memorandum di intesa è stato firmato nel 2014. lo stesso anno, accordi di vendita di gas sono stati finalizzati anche tra i proprietari di Tamar e due compagnie giordane, la Jordan Bromin e la Arab Potash.

Il memorandum firmato con il governo giordano implica l’impegno di Amman a comprare gas israeliano per un periodo di 15 anni. Una previsione che si è scontrata con consistenti proteste in Giordania: molti attivisti hanno rigettato l’accordo con Israele, soprattutto a causa del massacro della Striscia di Gaza quello stesso anno, e il parlamento giordano ha votato contro l’accordo. All’inizio del 2017 il gas ha cominciato a passare da Israele alla Jordan Bromine e l’Arab Potash, sebbene tali soggetti abbiano mantenuto il basso profilo per evitare una ripresa delle proteste.

La rabbia per il finanziamento giordano del settore energetico israeliano è stata aggravata dal fatto che Amman aveva delle alternative per procacciarsi gas. A seguito del declino di quello egiziano, la Giordania ha costruito un terminal per l’importazione di gas naturale liquefatto a Aqaba, sul mar Rosso, iniziata del 2015. inoltre la scoperta egiziana del super giacimento di gas Zohr nel 2016 ha resuscitato le prospettive di un ritorno dell’Egitto nel ruolo di fornitore regionale di gas.

Tuttavia (senza dubbio influenzata da pressioni esterne) la Giordania ha formalizzato il memorandum con Israele nel settembre 2016, ignorando le obiezioni parlamentari e le proteste popolari.

Israele impone la crisi energetica a Gaza – e alla Palestina

Con Israele inondato di gas, la penosa realtà della Striscia di Gaza diventava più estrema di sempre. Gaza è sotto assedio dal 2007. La Gaza Power Generation Company (Gpgc), la sola compagnia di questo tipo nei Territori palestinesi, attualmente utilizza carburante liquido che è fornito e trasportato dentro la Striscia dall’Autorità Palestinese in Cisgiordania.

Per integrare energia, Gaza riceve elettricità dalla Israeli Electricity Company e dalla rete elettrica egiziana [1]. Anche così il carburante per il generatore di elettricità di Gaza è insufficiente alla domanda locale e la Striscia soffre di carenza cronica di elettricità da quando Israele ha imposto il blocco.

All’inizio del 2017, proteste sono esplose in tutta Gaza perché nell’enclave costiera l’elettricità c’era solo per 3-4 ore al giorno. Al di là delle tremende restrizioni che questa carenza impone alla quotidianità, i tagli hanno un impatto terribile sull’attività economica del settore privato, sulla salute, l’educazione e infrastrutture come gli impianti di purificazione dell’acqua.

Le colpe per la crisi di Gaza vengono sparate in tutte le direzioni. I manifestanti che hanno riempito le strade in inverno hanno accusato il governo di Hamas, l’Anp e Israele. La rabbia è stata diretta ad Hamas per aver presumibilmente spostato i fondi per la fornitura del carburante necessario a far funzionare il solo impianto di Gaza verso altre attività, tra cui la costruzione di tunnel.

I manifestanti frustrati hanno accusato l’Anp di sostenere l’assedio controllando le forniture di carburante e i trasferimenti dentro Gaza. La compagnia elettrica stessa, privata, è stata ripetutamente criticata per aver apparentemente fatto profitto sulle spalle dei gazawi che soffrono di tali carenze.

Per mitigare l’inverno particolarmente freddo della fine del 2016 e l’inizio del 2017, interventi a favore del settore energetico di Gaza sono stati promossi da Turchia e Qatar sotto forma di rifornimenti che hanno permesso la ripresa del generatore della Gpcp. Queste misure sono palliativi di breve termine che spingeranno i gazawi verso un altro capitolo di una crisi cronica.

In questa ondata di rabbia e recriminazione popolare l’impatto del blocco israeliano sulla Striscia e la più ampia colonizzazione e controllo delle risorse palestinesi da parte di Israele è diluito, se non spinto in seconda fila.

Eppure i palestinesi hanno scoperto riserve di gas almeno un decennio prima del colpo di fortuna di Israele. Nel 1999 è stato individuato il giacimento marino di Gaza e la licenza per l’esplorazione e la produzione è stato vinto dal Bg Group, la più grande compagnia britannica di greggio e gas acquistata dalla Shell. Nei primi giorni dopo la scoperta, questo tesoro nazionale è stato accolto come una svolta che avrebbe potuto offrire ai palestinesi un guadagno inatteso. All’epoca, quando gli Accordi di Oslo firmati nel 1993 sembravano ancora plausibili, la scoperta fu vista come qualcosa che avrebbe fornito ai palestinesi il supporto necessario verso l’autodeterminazione.

Con un bilione di piedi cubi di gas stimati, il Gaza Marine non è sufficientemente ampio da permettere esportazioni. Ma il volume è abbastanza da rendere il settore energetico palestinese interamente autosufficiente. Non solo i palestinesi non dovrebbero importare gas israeliano o egiziano, ma la Striscia di Gaza non soffrirebbe di alcuna carenza elettrica. Inoltre, l’economia palestinese godrebbe di una significativa fonte di entrata.

Ma questa mossa verso la sovranità non c’è stata. Nonostante i continui tentativi dei proprietari del giacimento e degli investitori a sviluppare il Gaza Marine, Israele ha messo in piedi restrizioni irremovibili che hanno impedito a tali misure di realizzarsi. Questo nonostante il fatto che l’esplorazione e la produzione dal Gaza Marine sarebbe trasparente vista la bassa profondità della riserva e la sua locazione, vicino alle coste palestinesi [2].

Secondo documenti scoperti da al-Shabaka, Israele ha inizialmente impedito lo sviluppo del giacimento perché questo aveva termini commerciali molto favorevoli. Dopo aver scoperto le proprie risorse, ha cominciato a parlare di “preoccupazioni per la sicurezza” legate al governo di Hamas sulla Striscia.

Sebbene Netanyahu avrebbe considerato di permettere ai palestinesi di sviluppare Gaza Marine nel 2012 come parte di una più ampia strategia di stabilizzazione di Gaza, questi tentativi non si sono mai materializzati. Vista la recente acquisizione di Bc Group da parte di Shell e il programma globale di disinvestimenti di quest’ultima, è probabile che il Gaza Marine venga liquidato.

Fino a quando Israele manterrà la stretta sull’economia palestinese, questo asset palestinese è destinato a rimanere lettera morta. Infatti, il modo in cui le scoperte di gas israeliane e palestinesi hanno modificato lo sviluppo economico in Israele e nei Territori Palestinesi mette a nudo la disparità di potere tra le due parti.

A differenza di Israele, che rapidamente si è garantito indipendenza energetica dopo la scoperta dei giacimenti, i palestinesi non sono in grado di accedere alla risorsa scoperta quasi due decenni fa.

Invece di affrontare le cause profonde del blocco e del regime di occupazione che ha impedito il controllo di risorse come il Gaza Marine, i palestinesi sono costretti a prendere misure immediate per mitigare la miseria pressante in cui vivono. Se è comprensibile in un contesto di occupazione brutale, gli sforzi per migliorare le condizioni di vita sotto occupazione sottovalutano l’obiettivo strategico di lungo periodo di garantirsi indipendenza energetica all’interno della più ampia lotta per la libertà e la realizzazione dei diritti palestinesi.

[continua]

Traduzione a cura della redazione di Nena News

[1] Le misure sulla fornitura e il trasporto di carburante sono in linea con il Protocollo sulle Relazioni Economiche, noto come Protocollo di Parigi, firmato da Israele e Olp nell’ambito degli accordi di Oslo
[2] Il Gaza Marine non è la sola risorsa che i palestinesi non possono esplorare. I giacimenti di greggio in Cisgiordania incontrano le stesse restrizioni da parte israeliana.

Condivido sui social media!