Minorenne palestinese ucciso in Cisgiordania. Polemiche interne all’Onu per un rapporto critico di Israele

da nena-news.it

Un morto e un ferito: è questo il bilancio degli scontri avvenuti ieri sera nel campo profughi di al-Arrub (Hebron, sud della Cisgiordania) tra un gruppo di palestinesi e l’esercito israeliano. A confermare la morte di Murad Yusif Abu Ghazi (16 anni) è stato ieri il ministero della salute palestinese con un breve comunicato. Il minorenne, si legge nella nota, è deceduto all’ospedale al-Ahli di Hebron alle 21:30 locali per le gravi ferite riportate al petto. Non destano molta preoccupazione, invece, le condizioni di Saif Salif Rushdi (17 anni) che non è in pericolo di vita.

Il 16enne palestinese Abu Ghazi ucciso ieri ad al-Arroub (Fonte foto: social network)

Il 16enne palestinese Abu Ghazi ucciso ieri ad al-Arroub (Fonte foto: social network)

Secondo un portavoce militare israeliano, “l’incidente” è avvenuto dopo che “erano state lanciate alcune bombe incendiare contro alcuni veicoli che transitavano su una strada vicina al villaggio di al-Arrub. In risposta a questa minaccia, le forze armate hanno sparato ai sospetti”. L’esercito ha ammesso l’uccisione e il ferimento dei due palestinesi e ha fatto sapere che sta indagando su quanto è accaduto.

Abu Ghazi è la 13esima vittima palestinese dall’inizio dell’anno e, nello specifico, è il secondo minorenne a perdere la vita in circostanze più o meno simili. La sua morte presenta molte somiglianze con quella di Qusay Hassan al-Umour, il 17enne palestinese morto a gennaio dopo essere stato colpito al petto tre volte da proiettili veri sparati dai militari israeliani. Una morte, quella di al-Umour, che è stata giustificata dallo stato ebraico con il fatto che il giovane (“il principale istigatore tra centinaia di palestinesi”) stava lanciando in direzione dei soldati alcune bombe molotov. Una versione che la ong israeliana per i diritti umani israeliana B’Tselem ha sempre respinto definendola “prima di ogni fondamento”: non solo non sarebbero state lanciate le molotov, ma la situazione si era anche calmata prima che il giovane venisse ucciso. Secondo B’Tselem, inoltre, al-Umour e gli amici si trovavano a 80-100 metri dalle forze di sicurezza quando il minorenne è stato colpito mortalmente. Una distanza, spiega l’ong, troppo grande per poter rappresentare una “minaccia” per i militari.

Brutte notizie per i palestinesi giungono anche in campo internazionale. Tre giorni fa un rapporto Onu dell’Escwa (Commissione sociale ed economica dell’Asia occidentale) aveva accusato Israele di imporre “un regime d’Apartheid”. Un’accusa gravissima – la prima di tal genere proveniente da un organismo collegato all’Onu – che aveva prontamente scatenato le ire di Washington e Tel Aviv. Neanche il tempo di festeggiare la notizia nei Territori Occupati che immediato è giunto ieri un segnale di segno diametralmente opposto: la Segretaria generale dell’Escwa, Rima Khalaf, ha annunciato infatti le sue dimissioni. “Sostengo quanto affermato nel rapporto, Israele sta compiendo il crimine dell’Apartheid – si legge in un suo comunicato – Sono incapace di accettare le pressioni subite nell’ultimo periodo. Il Segretario generale dell’Onu [Guterres] ha chiesto ieri di ritirare il rapporto e io mi sono rifiutata [di farlo]”.

Dimissioni accolte prontamente dall’Onu che, con il suo portavoce Dujarric, ha duramente attaccato il lavoro di Khalaf. “Il problema – fanno sapere dal Palazzo di Vetro – non era sul contenuto [del report], ma sul processo. Il Segretario Generale non può accettare che un sottosegretario o un ufficiale delle Nazioni Unite pubblichi un rapporto sotto il nome Onu, sotto il logo dell’Onu senza che prima vengano consultati i dipartimenti competenti o finanche lui stesso. “Lo studio [in questione] non riflette le opinioni del Segretario Generale ed è stato scritto senza che sia stato consultato”.

E se Ramallah non sorride più, di tutt’altro umore sono invece ora Usa e Israele. “Il Segretario ha fatto bene a prendere le distanze da questo rapporto, ma deve andare oltre ritirandolo” ha affermato l’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Nikki Haley. Scontata la gioia israeliana. “Il tentativo di diffamare ed etichettare erroneamente l’unica vera democrazia in Medio Oriente [Israele, ndr] creando una fasulla analogia è spregevole e rappresenta una palese bugia” ha dichiarato Danny Dannon, l’ambasciatore dello stato ebraico alle Nazioni Unite.

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