Israele, divieti e restrizioni limitano il lavoro degli operatori umanitari

da repubblica.it

“Se Israele vuole che il Tribunale penale internazionale ritenga adeguate le sue indagini penali, un buon primo passo sarebbe quello di consentire ai ricercatori dei diritti umani di far luce sulle informazioni di rilievo. Ostacolare il lavoro delle ong solleva dubbi non solo sulla volontà delle autorità israeliane di condurre indagini genuine, ma anche sulla capacità di farle”. Così Sari Bashi, ricercatore di Human Rights Watch attacca il governo israeliano in seguito alle difficoltà documentate nel rapporto “Non vogliono o non riescono” e  imposte agli operatori umanitari di entrare nei territori di Gaza.

Dentro e fuori. Sono passati dieci anni dalla battaglia di Gaza e dalla presa di potere del territorio da parte del movimento di Hamas. Una vittoria che ha coinciso con la chiusura da parte di Israele ed Egitto degli ingressi al territorio. Tali restrizioni hanno colpito la popolazione priva di accesso a istruzione, servizi sanitari, offerte di lavoro e in alcuni casi anche ricongiungimenti familiari. Limiti inaspriti negli ultimi giorni in seguito all’uccisione di un militante di Hamas. Il movimento incolpa Israele di essere il mandante dell’omicidio e dal 26 marzo scorso ha bloccato quasi interamente le vie di ingresso alla Striscia per evitare che gli assassini lascino il territorio.

Un porto. Impossibilitati a costruire un aeroporto o un porto, gli abitanti di Gaza sono del tutto dipendenti dalle strutture esterne per muoversi. Così, con la chiusura progressiva dal 2013 anche della frontiera egiziana, milioni di persone sono a dir poco intrappolate nel lembo di terra che si affaccia sul Mediterraneo.  Oltre a violare la libertà di movimento dei residenti a Gaza, queste restrizioni impediscono anche ad attivisti, esperti e operatori umanitari palestinesi di svolgere il loro lavoro, coordinarsi con colleghi e trovare informazioni sulle violazioni. Esempio di tale mancanza sono gli scontri dell’estate del 2014 durante i quali è stato vietato l’ingresso a Gaza di esperti di armi che avrebbero dovuto raccogliere prove dell’uso di armi chimiche o bombe a grappolo da sottoporre al tribunale internazionale.

Nessuno è innocente. In seguito agli scontri del 2007 le organizzazioni umanitarie hanno accusato Hamas e Israele di crimini e violazioni dei diritti umani, accuse su cui sta indagando il tribunale penale internazionale. Il procuratore della corte internazionale sta infatti valutando se i crimini documentati rientrino o meno nell’area di competenza dell’organo giuridico e se le autorità coinvolte stiano conducendo delle indagini complete e accurate per rivelare eventuali violazioni.

Non siete i benvenuti. L’Ong americana denuncia che dal 2008 solo una volta è stato permesso il passaggio di operatori internazionali attraverso Israele per la striscia, mentre dal 2012 nessun esperto o attivista ha potuto oltrepassare la frontiera egiziana. Un destino comune a molte altre organizzazioni internazionali come Amnesty International. A complicare ulteriormente la situazione c’è anche l’ostilità di Hamas verso coloro che criticano il suo operato o la presenza dei gruppi armati nell’area. Un problema di sicurezza che limita la possibilità di denunciare le violazioni dei diritti umani subite dal popolo palestinese.

Considerazioni “di parte”. Il divieto di ingresso per gli operatori umanitari è stato definito dall’ufficio militare del procuratore generale israeliano ‘inevitabile per questioni di sicurezza e politiche’ mentre ‘di parte’ e affetti da gravi ‘carenze metodologiche’ sono stati etichettati alcuni report sottoposti all’autorità dalle ong.

“Israele, Hamas ed Egitto – conclude Bashi – dovrebbero cambiare le loro politiche per proteggere il lavoro vitale degli operatori per i diritti umani che cercano di proteggere i palestinesi e gli israeliani dagli abusi da parte delle autorità e dei gruppi armati”.

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