Workshop fotografico a Cuba: un’esperienza unica

Foto di Peter Zullo

di Sara Cuscunà, volontaria a Cuba nell’ambito del Servizio Civile Nazionale all’Estero

Pare che fotografia sociale sia un concetto non ben definito, forse persino obsoleto per qualcuno, ma sicuramente il significato umano, a livello esperienziale c’è, ed è forte. È forte anche per le comunità che abbiamo visitato e fotografato, secondo le quali il fatto di essere “fotografati socialmente” significa poter oltrepassare quei monti o quei mari che li dividono dal resto del mondo; qualcuno nelle sue parole ha teneramente lasciato trapelare la speranza che le nostre foto servano a fargli arrivare qualche materasso o qualche “pezza” in più.  Ed è forte anche, e forse soprattutto, per le persone che hanno partecipato come fotografi.

Pare che da entrambe le parti, dei fotografati e dei fotografanti, non ci sia nulla di scontato.

Non è per niente scontato che una comunità rurale o di pescatori, lontana da tutto, sia visitata da un gruppo di quasi venti persone che non vogliono né prendere il sole né bere mojitos sotto una palma da cocco, ma conoscere, entrare nelle case fatiscenti e prendere in prestito un pezzo della loro vita, non per rubare ma per raccontare. E loro c’erano, le loro porte – quando avevano una porta in casa, perché neanche questo è scontato- erano aperte. Sicuramente nessuno di noi dimenticherà il sapore del vero caffè e il forte odore del vero cacao grezzo che nessuno ha indugiato ad offrirci, e all’occorrenza a venderci.

E non è affatto scontato che un impiegato o un lavoratore- non per forza fotografo di professione- venga a Cuba, ed anziché visitare le spiagge caraibiche e paesaggi o quartieri addobbati ed inscenati per il turismo, faccia esperienza della vita vera delle comunità colpite da un ciclone, mangiando quello che mangiano loro.

Tutto questo è stato possibile grazie alla cooperazione tra Arci, ARCS e Hermanos Saìz, la sua “gemella cubana”, i suoi artisti instancabili e pieni di caraibico entusiasmo ci hanno splendidamente accompagnati, dandoci spiegazioni a volte difficili da carpire spontaneamente. L’intercambio c’è stato, anche di là della seppur lieve barriera linguistica talvolta “facilitata” dall’universale linguaggio della fotografia o da due linee di rum. Fatto sta che loro sono stati fondamentali, e belli.

Nessun pacchetto turistico o pseudo tale: un camion del ’58, il più anziano di tutto il gruppo, ci ha portati oltre le poche strade asfaltate di cui gode la provincia di Baracoa, su e giù per le colline con pioggia e fango, calore e sudore, dissesto e stanchezza, ad osservare e conoscere ciò che avevano da raccontarci non solo le voci, ma anche le rughe e i sorrisi di questa gente, la luce che trapela dai loro occhi e dalle loro finestre, le curve delle strade e delle montagne che il ciclone Mattew ha graffiato, strappato, spettinato.

Di fatto tutti non vedevano l’ora di raccontarci di come “el ciclòn acabò con todo”, di come ha spazzato via i tetti delle loro case e il raccolto di caffè – unica fonte di lavoro e sussistenza per molti. Non ho mai percepito un tono realmente critico nelle loro parole, sempre dignitose, anche quando sorridevano a denti stretti. Per fortuna a Cuba pare ci sia tanta povertà e tante difficoltà ma disperazione no. La gente “lucha”, ha lottato e continua a lottare. Il tetto l’hanno avuto tutti, il pavimento più o meno resiste, qualcuno ha avuto dei materassi nuovi, qualcuno delle taniche per raccogliere l’ acqua. Molti sono rimasti senza lavoro retribuito, anche se di lavoro per ricostruire ce n’è tanto, e per quello si ricorre molto al mutuo aiuto. Abbiamo visto terreni devastati, migliaia di palme e alberi sradicati: tutti questi per la maggior parte vengono tagliati a mano per essere portati via. Per fortuna la natura a Baracoa è gentile e la nuova vegetazione cresce abbastanza velocemente, ho osservato una donna guardare i suoi banani e sembrava che cercasse di farli crescere con la forza del suo sguardo. La ricostruzione, in ogni caso, è lenta.

Non sono mancati neanche i momenti di “svago” di queste comunità, la loro corrida: la lotta dei galli. Lo stato l’aveva proibita ma alla luce della sua sussistenza in forma clandestina ha deciso da una decina d’anni di ridarle un minimo di credito perché, almeno per gli uomini, è l’unico momento di sfogo dalla routine quotidiana. Si tratta esattamente di uno sfogo, o ci piace pensarlo così, altrimenti sarebbe difficile spiegarsi il calore e le urla e la vasta partecipazione a un evento così insulso agli occhi di noi occidentali. Le donne cubane alzano gli occhi al cielo, sospirano e non si pronunciano quando si chiede di quest’usanza, perché lì i loro uomini scommettono denaro, ed è difficile talvolta tirare e somme e sapere quanto si perde e quanto si guadagna.

Diversa è la vita della città di Santiago de Cuba, seconda nell’isola, che ha goduto di una lauta ricostruzione in occasione de cinquecentesimo anniversario dalla sua fondazione, e che noi abbiamo potuto gustare un parte, principalmente a causa della pioggia che ci ha lasciato godere giusto di pochi momenti, in ogni caso, almeno da parte mia che opero a L’Havana, una Cuba sempre bella, sempre colorata e calda, ma meno esuberante, meno tesa a rincorrere l’occidente ed il denaro, più semplice se vogliamo, più pulita.

E tutto questo livello esperienziale Giulio Di Meo lo conosce bene, nella sua esperienza decennale, non vantata ma semmai dimostrata, nell’incoraggiarci a entrare nelle case, a essere più sfacciati, a non aver timore di scattare perché il momento passa spietatamente, e in ogni caso la selezione delle immagini sarà ancor più spietata. I tempi di lavoro sono stati molto serrati, stacanovisti se vogliamo. Ma il tempo non è mai abbastanza per entrare realmente dentro queste comunità in cui la gente vive perché ci si è ritrovata, e forse non in molti vogliono restare ma sicuramente tanti di noi vorrebbero tornare.

Condivido sui social media!