Scontri a Ramallah e Betlemme nel “Giorno della Nabka”

Manifestazioni, presidi, marce in Israele e nei Territori Occupati sono in corso oggi in Israele e nei Territori Occupati per commemorare il 69esimo anniversario della Nakba, “il giorno della Catastrofe” quando è stato dichiarato la nascita dello stato israeliano. Durante gli eventi bellici del 1948-1949 800.000 palestinesi sono fuggiti (ma per lo più espulsi dalle truppe sioniste) dai villaggi, paesi e città di quello che sarebbe diventato lo Stato d’Israele. In quella guerra, che la storiografia israeliana chiama “d’Indipendenza”, sono stati distrutti 524 villaggi e cittadine palestinesi.

Secondo alcuni studiosi, in particolar modo il noto storico israeliano Ilan Pappé, la cacciata della popolazione palestinese e la distruzione dei loro insediamenti erano parte di un piano ben congegnato dalla dirigenza sionista per potersi disfare degli “arabi” presenti nei territori del futuro Stato d’Israele. Pappé ha parlato a tal proposito di “pulizia etnica” della Palestina volta a cancellare non solo la presenza fisica palestinese, ma anche culturale, storica e politica. Una “catastrofe” che, afferma, sebbene in forme diverse, continua ancora oggi.

E all’interno di questa “Nakba ancora in corso” molti analisti e storici leggono i provvedimenti avanzati negli ultimi anni dai governi israeliani guidati da Benjamin Netanyahu. Tel Aviv ha infatti reso sempre più difficile la commemorazione pubblica della Nakba attraverso una legge del 2011 che autorizza il ministro delle Finanze a ridurre i fondi statali o il sostegno ad un’istituzione se questa conduce un’attività che nega l’esistenza d’Israele come “Stato ebraico e democratico” o commemora “il giorno d’Indipendenza” come “giorno di lutto”.

Secondo Adalah, il centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele, questo provvedimento “viola i diritti dei palestinesi, restringe la loro libertà di esprimere la loro opinione, causa un danno sostanziale alle istituzioni culturali ed educative rafforzando così la discriminazione [della comunità araba in Israele]”.

Visto il significato di lutto che questo giorno ha per i palestinesi, la discriminazione che sostengono di subire in Israele in quanto cittadini non ebrei in uno Stato che si definisce come “ebraico” e l’occupazione sempre più asfissiante nei Territori Occupati, è chiaro che la commemorazione della Nakba ha spesso dato vita a scontri anche violenti con le forze di sicurezza israeliane. Nel 2014, un ufficiale di polizia israeliano uccise due giovani palestinesi nel tentativo, disse allora Tel Aviv, di “disperdere una rivolta”.

In una nota, l’esercito ha detto che quest’anno avrebbe utilizzato misure preventive mandando ulteriori soldati nelle aree dove già in passato si sono verificate le proteste.“Negli ultimi due anni, la situazione è stata relativamente calma. L’Idf [acronimo per “Esercito di difesa d’Israele”, ndr] ha preso tutte le precauzioni di sicurezza possibili nelle zone dove si attendono gli scontri”, si legge nel comunicato. “Siamo preparati ad ogni evenienza”, ha poi aggiunto laconicamente la portavoce dell’esercito.

La tensione è ancora più alta quest’anno perché il Giorno della Nakba giunge nel 29esimo giorno di sciopero della fame dei prigionieri palestinesi: i presidi e cortei che da settimane si susseguono in sostegno alla lotta dei detenuti sono stati repressi con forza dai militari israeliani. Ieri ad intervenire sulla questione Nakba è stato anche Marwan Barghouthi, il leader della protesta nelle carceri, che ha esortato per oggi la popolazione palestinese alla “disobbedienza civile”.

Così, in questo clima carico di tensione, gli scontri erano prevedibili. Qualche ora fa una marcia di protesta è stata soppressa con gas lacrimogeni dall’esercito israeliano a Betlemme. I militari, raccontano i palestinesi, avrebbero fatto uso anche di granate stordenti e avrebbero sparato pallottole di metallo ricoperte di gomma verso i manifestanti. Il bilancio qui sarebbe di almeno 3 persone ferite.

Sette, invece, i palestinesi feriti nella marcia che dalla tenda a Piazza Arafat nel centro di Ramallah si è diretta verso il checkpoint di Beit El. Secondo la portavoce dell’esercito, “gli scontri violenti hanno visto la partecipazione di centinaia di palestinesi che hanno bruciato pneumatici e lanciato pietre contro le forze israeliane”.

A inizio mattinata migliaia di palestinesi si erano radunati nei pressi del memoriale di Arafat a Ramallah per prendere parte alla manifestazione della Nakba. Molti manifestanti indossavano t-shirt nere con il numero 1948 (in riferimento alla “Catastrofe”) e portavano una larga bandiera palestinese e una nera con la scritta “Noi ritorneremo” in arabo. Dopo aver raggiunto a mezzogiorno il centro della città, i palestinesi sono rimasti in silenzio per 69 secondi (un secondo per ogni anno trascorso dalla Nakba) accompagnati dal suono delle sirene.

Anche Hamas ha organizzato una marcia a Gaza per commemorare la “Catastrofe”. “ Se alcune persone hanno dimenticato la nostra causa – ha detto il leader di Hamas Haniyeh – noi diciamo che non l’abbiamo dimenticata e che l’occupazione [israeliana] sarà spazzata via presto, se Dio vuole, e la Palestina resterà araba e islamica”.

Anche il negoziatore dell’Autorità palestinese, Saeb Erakat, aveva rilasciato ieri un commento sulla Nakba. Secondo Erakat, lo Stato ebraico deve riconoscere che la sua nascita nel 1948 è stata una “catastrofe” per i palestinesi e pertanto si deve scusare. Solo così, ha aggiunto, è possibile “raggiungere una pace giusta e durevole tra Israele e la Palestina”. L’alto diplomatico ha poi aggiunto che questo giorno per i palestinesi è “un interrotto viaggio di dolore, perdita e ingiustizia”. Nena News

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