La restaurazione di Trump: farsa o realtà?

di Federico Mei – Rappresentante ARCS a Cuba

Mentre in Italia Cuba viene indicata come una delle 10 mete imperdibili per le vacanze estive, c’è un popolo, quello americano, che nel fine settimana si è risvegliato ancora una volta con il divieto di poter viaggiare per turismo sull’isola caraibica.

Questo è per ora l’unico vero risultato dello show Trumpiano, andato in onda venerdì scorso a Miami, di fronte ad una folla di nostalgici della linea dura contro i Castro al grido di slogan stantii e pieni di retorica rispolverati per l’occasione.

Un Trump in forma, sorridente, convinto di aver in poco tempo dato seguito ad un’altra delle tante promesse elettorali: stralciare l’accordo voluto da Obama e spingere Cuba a tornare al tavolo delle trattative per ottenere negoziati più “giusti”. Ma a ben vedere l’unico vero cambio è quello nel linguaggio tornando a definire Cuba “un regime brutale” e tornando ad impartire condizioni di busciana memoria sotto l’idea “dell’esportazione della democrazia”. Quindi elezioni libere, maggiore potere ai cubani, liberazione dei prigionieri politici e infine una “Cuba libera” per poter andare avanti nel dialogo.

Retorica ostile da guerra fredda”, ha risposto il governo Cubano che ha rispedito ogni accusa al mittente e ribadito una cosa sacrosanta: qualsiasi cambiamento del sistema politico sarà deciso dal popolo cubano e non certo dai diktact di Trump o di chicchessia.

E quindi? E quindi poco o niente perché in fondo nulla è cambiato anche perché sono troppi gli interessi economici e finanziari già in atto.  Le catene di Hotel americane continuano a fare affari a Cuba un po’ dappertutto, i diritti acquisiti dalle compagnie aeree e marittime rimangono assolutamente intatti e anche la volontà di separare la possibilità di fare affari con l’imprenditoria civile piuttosto che con quella militare si presenta come una mezza bugia visto che a Cuba, essendo un paese socialista e statalista, non una dittatura militare,  tutto fa riferimento allo stato compreso l’esercito.

Mezze verità che però potranno avere delle conseguenze reali visto che la paura di molti è che questa atmosfera porterà a rialzare l’attenzione e magari a l’irrigidimento di processi che al contrario avevano dimostrato una dinamica positiva anche grazie alla libertà di azione concessa dal governo stesso.

Il lavoro per conto proprio o “cuentapropismo”, ad esempio, come viene chiamata a Cuba l’iniziativa privata, ha fatto un balzo in avanti tanto da arrivare a toccare punte del 30% degli occupati nel 2016 mentre solo nel 2010 non superava il 4/5% ed era permesso solo in pochissimi settori tra cui quello della ristorazione e dell’accoglienza (case particolar).

Il settore che ha mostrato il maggior dinamismo con il fiorire di attività “particolar” cioè private, collegate all’aumento del numero di visitanti sull’isola, è proprio quello del turismo e cioè quello maggiormente colpito dall’editto Trump. Ristorantini, caffetterie, negozi, atelier, hanno riempito le vie dell’Avana Vecchia mentre i servizi al turismo “alternativo” a quello dei grandi Hotel e alle agenzie statali sta facendo enormi progressi.

Certo, l’impatto del turismo made in USA è ancora limitato se pensiamo che nel 2016 i visitatori americani non superavano gli 80.000 e se ne prevedevano il doppio per il 2017, ma è nei servizi internazionali che questo potrebbe avere un impatto più vistoso dato che molti operatori turistici hanno capitali americani e potrebbero tornare a non offrire servizi su cuba per non imbattersi nelle sanzioni per aver violato il blocco.

E ora? Ora tutto rischia di tornare indietro o magari no visto che Trump in questa nuova crociata si ritrova isolato tanto a livello internazionale che a casa propria, ma certo è che la decisione non aiuta al dialogo e quindi di fatto un mezzo pasticcio, dettato ancora una volta da una visione distorta e antistorica della realtà,  dove a perderci sono un po’ tutti, a partire dai cittadini e le cittadine di questi due paesi così vicini ma allo stesso così lontani.

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