Cisgiordania, quel muro altissimo e il check-point simbolo di Qalandiya

Mauro Pompili su Repubblica.it

Sono le 4,30 del mattino, quando arriviamo in vista del check-point di Qalandiya, ma la fila di persone e di mezzi pronti ad attraversare il valico è già molto lunga. “Penso che i giornalisti e i pellegrini che vengono in Terra Santa dovrebbero venire anche qui, passare qualche ora sul lato palestinese del check-point di Qalandiya. Un modo semplice per capire cosa vuol dire vivere nei Territori Occupati”. A parlare è Ahmed, che con il suo piccolo banchetto vende frutta alle persone in fila per attraversare il posto di controllo. L’orizzonte è chiuso da un muro altissimo di cemento e acciaio. Dalle torrette blindate, i militari israeliani sorvegliano, pronti a intervenire mentre in basso barriere e recinzioni in metallo bloccano il traffico dei veicoli e dei pedoni. Come negli anni della guerra fredda check-point Charlie a Berlino era diventato il simbolo di quell’altro muro che divideva la città, il check-point di Qalandiya è diventato il simbolo dell’occupazione per le migliaia di palestinesi che lo devono attraversare quotidianamente.

Il luogo dove si gestisce un terzo dei movimenti. Il valico collega la Cisgiordania occidentale e Gerusalemme Est, ed è una strada obbligata per chi deve andare a lavoro, a scuola o all’università, per raggiungere un ospedale o vedere i parenti. “Purtroppo il nostro check-point non è famoso come check-point Charlie e il mondo se ne disinteressa”. Dice amareggiato Ahmed. Circa 26.000 palestinesi passano attraverso Qalandiya ogni giorno, secondo le autorità israeliane, a piedi, in auto o in autobus. I controlli sono a volte rapidi, ma a volte i palestinesi subiscono lunghi interrogatori per la verifica dei permessi. Tra le decine di punti di controllo lungo le centinaia di chilometri della barriera, Qalandiya è il più importante, gestendo ogni giorno un terzo di tutti i movimenti dei palestinesi dentro e fuori dalla Cisgiordania.

Due ore per passare dall’altra parte. Ogni giorno le code si formano sul punto di controllo prima dell’alba. “È come se fossimo in una prigione. Arrivo qua alle 5 del mattino, con l’obiettivo di superare i controlli in meno di un paio d’ore e incontrarmi con il mio capo dall’altro lato alle 7”, dice Fadi, un giovane lavoratore che passa da Qalandiya ogni mattina. “Quando i soldati israeliani chiudono il check-point, nessuno può andare o venire. Questo accade spesso, ogni volta che pensano ci sia una minaccia per la loro sicurezza”.

Un muro che non coincide con la “linea verde”. Il punto di controllo ha preso forma nel 2001, quando Israele ha iniziato a costruire una barriera da 700 chilometri di muri e recinzioni in calcestruzzo per separare la Cisgiordania da Gerusalemme e Israele. Solo una parte della barriera segue la “linea verde” che demarca il confine preesistente della guerra del 1967. In molte aree il muro si estende attraverso i villaggi palestinesi, soprattutto intorno a Gerusalemme e nelle aree ricche di fonti d’acqua. Alto 8 metri, in alcuni tratti circondato da fossati, il muro è protetto da reti di filo spinato e torri di controllo poste ogni 300 metri. Lungo il suo tracciato sono state costruite strade di aggiramento riservate ai coloni, una quarantina di valichi agricoli e molti check-point.

Una barriera “inumana” anche per la Corte Suprema israeliana. Nel luglio 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha condannato l’illegalità del muro denunciando che: “L’edificazione del muro che Israele, potenza occupante, è in procinto di costruire nel territorio palestinese occupato, ivi compreso l’interno e intorno a Gerusalemme Est, e il regime che gli è associato, sono contrari al diritto internazionale”. Nel 2005 anche la Corte Suprema israeliana ha giudicato all’unanimità che la parte della barriera di separazione edificata in territorio occupato è illegale. Il muro costituisce inoltre una violazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese definiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come il diritto alla libertà di movimento, al lavoro, all’accesso ai servizi pubblici. Rappresenta anche una violazione della IV Convenzione di Ginevra (art. 53), per la demolizione di case, la distruzione di terre e proprietà, e perché si delinea come forma di punizione collettiva. Viola poi un numero ben nutrito di trattati, accordi e risoluzioni internazionali, sottoscritte anche da Israele “Se fosse stato un qualunque altro Stato, e non Israele,a costruire questo orrore e a commettere questi soprusi, la comunità internazionale e i governi avrebbero reagito con la stessa colpevole indifferenza?” Chiede Sarah, in fila per raggiungere l’Università di Bir Zeit e sostenere un esame di diritto internazionale.

Condivido sui social media!