CISGIORDANIA. Rilasciato l’attivista Amro

da nena-news.it

È stato rilasciato ieri su cauzione (1.400 dollari) l’attivista Issa Amro arrestato la scorsa settimana per aver criticato l’Autorità palestinese (Ap) sui social netwtork. A riferirlo è stata Youth Against Settlement (Yas), l’organizzazione attiva nell’area di Hebron di cui Amro è coordinatore. Una soddisfazione però parziale per il gruppo: Yas ha infatti riferito che le accuse contro di lui non sono ancora cadute.

L’attivista palestinese, noto per le sue pratiche non violente e già sotto processo in una corte militare israeliana per il suo attivismo, era stato convocato dalle autorità locali lunedì scorso per un suo post su Facebook in cui aveva denunciato l’arresto del direttore della stazione radio Manbar al-Hurriya, Ayman Qawasmeh. Qawashmeh, che sarebbe stato rilasciato dopo 3 giorni di detenzione, sempre su Facebook aveva chiesto le dimissioni del presidente palestinese Abbas, del primo ministro e del governatore di Hebron e aveva esortato il governo di Ramallah a rispettare e proteggere la legge internazionale.

“Questo arresto non fermerà la mia lotta contro l’occupazione israeliana e [in difesa] della libertà di espressione – ha detto Amro una volta rilasciato – Sono stato arrestato soltanto per aver pubblicato un post sul Facebook in cui chiedevo la fine delle intimidazioni contro i giornalisti e i difensori dei diritti umani palestinesi”. Il coordinatore di Yas ha poi esortato il presidente Abbas a rivedere la Cyber Crime Law in modo che “vengano rispettate la libertà di espressione e di parola di tutti i palestinesi”.

Gli arresti di Qawasmeh e Amro sono giunti, infatti, dopo quelli di Mamduh Hamamra   (corrispondente di Al-Quds News), Tareq di Abu Zaid e Ahmad Halayqa (al-Aqsa Tv), di Amer Abu Arafe dell’agenzia Shehab e dei freelance Islam Salim, Qutaiba Qassem e Thaer al Fakhouri. Tutti, secondo Ramallah, “rei” di aver pubblicato articoli su alcuni dei 30 siti d’informazione chiusi dall’Ap perché vicini al movimento islamico Hamas o a Mohammed Dahlan, l’ex “uomo forte” del partito Fatah e ora avversario di Abu Mazen.

I giornalisti arrestati in Cisgiordania sono stati accusati di aver violato l’articolo 20 della Cyber ​​Crimes Law che prevede un anno di carcere o una sanzione pecuniaria da 280 a 1.400 dollari per chi “crea o gestisce un sito web o una piattaforma dell’informazione che mette in pericolo l’integrità dello Stato palestinese, dell’ordine pubblico e la sicurezza esterna dello Stato”. Si parla anche d’informazioni passate a “parti ostili” non meglio precisate.

La Cyber Crimes Law – firmata il 9 luglio dal presidente Abbas – non colpisce solo i giornalisti. Sono infatti presi di mira tutti coloro che, secondo i servizi dell’Ap, mettono a rischio l’unità nazionale e la “sicurezza dello Stato”. Persino con un post su Facebook come i casi Qawasmeh e Amro dimostrano.

Il provvedimento ha destato dure critiche da parte delle organizzazioni locali e internazionali. Amnesty International ha detto che la legge rappresenta una “escalation drammatica compiuta dalle autorità di Ramallah contro la libertà di espressione”. L’ong per i diritti dei prigionieri (Addameer) ha invece osservato come “questo caso sia molto di più che una grave violazione della libertà di espressione”. “Quello che ci sta dicendo a tutti noi palestinesi – ha sottolineato l’organizzazione – è che l’Ap, il nostro presunto governo, ritiene più importante la sua sopravvivenza [politica] ai diritti del suo popolo”. Addamer ha chiesto pertanto a Ramallah di far cadere immediatamente le accuse contro Amro, annullare la Cyber Crimes Law e a rispettare le leggi internazionali sui diritti umani. Nena News

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