Carovana Arci in bolivia sulle tracce del Che

di Ugo Zamburru

Che ci fanno sette soci Arci in Bolivia per i 50 anni dalla cattura e uccisione di Che Guevara?

Un workshop fotografico, ma soprattutto cercano di rinverdire il pensiero guevariano dell’hombre nuevo, solidale, disponibile e pronto a mettersi in gioco.

Siamo andati fino al remoto paesino di La Higuera per incontrare i nostri simili, ma soprattutto per scrollarci di dosso quello che lo psicoanalista Benayasang definisce “l’epoca delle passioni tristi” che caratterizza i nostri tempi.

Tempi nei quali un senso pervasivo di impotenza e incertezza tende a farci rinchiudere in noi stessi e a pensare che niente e nessuno possono cambiare la realtà.

Un mondo senza speranza che fa il gioco dei poteri finanziari che con la globalizzazione ci omologano ed appiattiscono, spezzando le reti sociali che sono l’unico antidoto, l’unico anelito di ribellione.

E così ci siamo trovati laggiù con l’esortazione di Tom Benettollo ad essere dei lampadieri, coloro che nella notte buia con un bastone sulle spalle cui appendevano una lampada, camminavano nell’oscurità illuminando la strada a chi seguiva.

Partiti il 5 ottobre siamo arrivati a Santa Cruz, capitale economica della Bolivia, dove abbiamo affittato 2 camionette e siamo partiti sulle tracce del Che.

Una sosta a Samaipata, da lì l’arrivo in serata a Vallegrande, la piccola cittadina coloniale dove è stato esposto il corpo del Che quel 10 di ottobre del 1967.

Lì abbiamo incontrato la nostra guida, Gonzalo Guzman, con il quale abbiamo visitato la lavanderia dell’ospedale, ove il Che era stato immortalato nella famosa foto in cui sembrava il Cristo del quadro di Mantegna. Siamo stati nella morgue, dove gli hanno tagliato le mani e in entrambi i luoghi abbiamo letto con commozione le frasi che in tanti anni tanti compagni di tutto il mondo hanno scritto.

Lì abbiamo conosciuto Susana Ozinaga, l’infermiera 84enne che ha lavato il cadavere del Che e l’abbiamo intervistata, così come Jorge Gonzales, il coordinatore degli antropologi cubani che nel 1998 hanno ritrovato i resti del Che.

Siamo partiti poi per una strada sterrata e sinuosa che ci ha portato a Pucarà, paesino da cui partiva la marcia fino a La Higuera. Lì abbiamo incontrato compagni brasiliani, argentini, venezuelani, boliviani, vari italiani e dopo la partenza abbiamo raccolto sul cassone delle nostre camionette quelli che non resistevano ai 14 km sotto un sole implacabile a oltre 2000 metri.

A La Higuera abbiamo fraternizzato nel ricordo del Che, visitando la escuelita dove è stato tenuto prigioniero e poi assassinato dal sergente Mario Teran.

In quella stessa giornata abbiamo conosciuto Juan Martin, il fratello 74enne del Che e ci siamo lasciati con la promessa di reincontrarci.

La sera ci siamo fermati in questo paesino di 15 case.

Abbiamo fatto la strada fino alla Quebrada del Churo, 900 metri di dislivello attraverso arbusti spinosi per arrivare alla spianata dove il Che è stato catturato. Ci siamo commossi vedendo la roccia cui si era appoggiato ferito e quella dove lo hanno seduto per interrogarlo. Abbiamo conosciuto Florencio Aguilar, l’ottantenne padrone del campo che aveva affittato a 8 contadini tra cui Pedro Pena, colui che denunciando la presenza del Che ai militari lo fece catturare.

Altri passaggi ad Abra del Picacho, un’intervista a Don Alcide, testimone di quegli eventi, una giornata ad Alto Seco nella quale abbiamo conosciuto il testimone dell’unico villaggetto dove i guerriglieri erano riusciti a parlare con i contadini,

Infine in aereo a Cochabamba da Oscar Olivera, il portavoce della famosa e vittoriosa guerra dell’acqua del 2000 contro la privatizzazione ad opera di un consorzio statunitense spagnolo e italiano,

Tre giorni con lui a vedere il lavoro nelle scuole elementari in cui educa alla democrazia attraverso gli orti comunitari, il recupero delle tradizioni anche alimentari, un modo con il quale ha messo insieme 500 famiglie.

Il tempo di tornare a Santa Cruz, ripensare alle esperienze vissute e alle persone incontrate, poi il rientro in Italia, pronti, attraverso i nostri presidi territoriali Arci, a raccontare la nostra esperienza e il rinnovato desiderio di contribuire per quanto possiamo alla costruzione di quel mondo che il Che ci aveva indicato.

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