GERUSALEMME. «Israele non può manipolare la storia e negare i diritti palestinesi

da nena-news.it

La storia passata e recente di Gerusalemme e la rilevanza della città per ebrei, musulmani e cristiani sono al centro dell’attenzione dopo la dichiarazione di Donald Trump volta a realizzare soltanto le aspirazioni di Israele. Su questi temi abbiamo intervistato Salim Tamari, sociologo e storico di Gerusalemme. Direttore dell‘Institute of Jerusalem Studies e della rivista internazionale Jerusalem Quarterly, Tamari dopo la conferenza di Madrid del 1991 ha partecipato all’unico negoziato ufficiale – senza alcun risultato – tenuto sino ad oggi da arabi e israeliani sul diritto al ritorno per i profughi palestinesi della guerra del 1948.

La maggior parte degli israeliani quando parla di Gerusalemme sottolinea esclusivamente il legame della città con l’Ebraismo e il premier Netanyahu (ieri) ha descritto la dichiarazione di Trump come un’enfasi dell’identità storica e nazionale d’Israele. Eppure Gerusalemme ha uguale importanza per i palestinesi e gli arabi e per i musulmani e i cristiani in tutto il mondo.

Per gli arabi Gerusalemme non è solo una identità. E’ stata ed è il luogo della passione di Cristo e di preghiera per i palestinesi cristiani. E per i musulmani Gerusalemme è la città del viaggio notturno di Maometto e il sito della Spianata di al Aqsa, il terzo luogo santo dell’Islam. Pertanto i sentimenti e l’attaccamento degli arabi e dei palestinesi, che sono musulmani e cristiani, per Gerusalemme non sono meno importanti e significativi di quelli che provano gli ebrei. La storia di Gerusalemme parla chiaro, Israele non può manipolarla come crede e, in definitiva, non può vantare sulla città un diritto esclusivo.

Intanto Trump, contro le risoluzioni internazionali e a rischio di scatenare una grave crisi, l’ha riconosciuta come capitale di Israele e l’ambasciata americana, presto o tardi, sarà trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme. Cosa cambia in concreto la dichiarazione del presidente Usa.

Siamo di fronte ad una svolta della posizione americana (su Gerusalemme) che in termini pratici non cambia molto rispetto alla situazione che già conosciamo. Sul terreno vedremo manifestazioni di collera di palestinesi e arabi contro questa azione di forza degli Stati uniti ma i riflessi maggiori a mio avviso si avranno sullo status di Washington nella mediazione tra israeliani e palestinesi. Il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele manda in mille pezzi la posizione mantenuta dagli Usa per decenni, ossia che lo status della città sarebbe stato definito da negoziati finali tra israeliani e palestinesi. Gli Stati uniti, ancora più di prima, non hanno i titoli e la credibilità per presentarsi come mediatori tra le due parti.

Siamo giunti alla fine del processo diplomatico che proprio gli Stati uniti avevano avviato a Madrid e che nel 1993 era confluito negli accordi che Israele e Olp avevano in segreto raggiunto in Oslo.

Questa iniziativa statunitense, basta guardasi intorno, è fallita da lungo tempo. E Trump già da un anno si muove fuori dal percorso tracciato dai suoi predecessori dopo Oslo. A inizio anno ha mandato in pensione la soluzione a Due Stati, Israele e Stato palestinese, che è stata la colonna portante del negoziato sostenuto in particolare da Usa e Europa. Il presidente americano lavora al suo “Grande accordo” tra Israele e mondo arabo e procede seguendo linee diverse da quelle note sino ad oggi. Trump punta a raggiungere obiettivi non inseguiti, almeno non così apertamente, dai suoi predecessori. Eppure, senza volerlo, Trump ha innescato un movimento che non è a favore di Israele. Con la sua mossa ha riportato l’attenzione su Gerusalemme, ha suscitato nuove passioni nei palestinesi. Trump indirettamente ha costretto i Paesi arabi ed occidentali a prendere di nuovo posizione a sostegno dei diritti dei palestinesi su Gerusalemme e sul futuro della città. E non tarderanno a emergere le gravi discriminazioni che Israele attua nei confronti degli arabi a Gerusalemme. Non penso di essere un ottimista ma questo sdegno internazionale non si vedeva da tempo e potrebbe ritorcersi contro chi oggi in Israele festeggia le parole di Trump. Nena News

 

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