Le migrazioni in Serbia e ciò che resta dei conflitti degli anni ’90

Ora di pranzo. Entriamo in un panificio. Ordiniamo tre burek, le famose torte salate farcite con carne macinata. La fornaia scrive l’ordinazione e timidamente ci sorride. È contenta che nel suo locale ci siano dei visitatori. “Qui non ci sono solo ungheresi, la città è multietnica e lo è diventata ancora di più dopo le guerre jugoslave” specifica, mentre segue con lo sguardo una cliente appena uscita dal negozio. “Vedete, quella signora è una serba fuggita dal Kosovo”. Aggiunge che il suo capo non è né ungherese né serbo ma un macedone musulmano.

Così ci appare Subotica in una giornata di aprile. La città, capoluogo della provincia più settentrionale della Serbia, sorge a pochi chilometri dal confine con l’Ungheria. Nei pressi di uno dei valichi frontalieri più vicini, Kelebija, anche il signor Piero commenta la società variegata e in movimento che ha attraversato la sua terra. Sta festeggiando la Pasqua con figli e nipoti in una modesta villetta di campagna. “Questa era un’autostrada per i migranti” dice indicando la stradina sterrata che prosegue verso il confine, oltre i campi e gli alberi. Si riferisce alle migliaia di uomini, donne e bambini provenienti dal Medio Oriente, dall’Asia meridionale, ma anche dall’Africa. Tutti diretti verso l’Europa occidentale. Persone che per due anni sono passate di continuo di fronte a casa sua. “Erano così tanti che una mattina ho trovato un uomo accampato in giardino che diceva “Ghana! Ghana!””. La sua è l’ultima casa prima del famoso “muro”, una doppia recinzione di filo spinato costruita dal governo di Budapest per impedire l’afflusso di migranti dalla Serbia all’Ungheria. Coloro che tentano di oltrepassarlo devono fare i conti con la temibile polizia ungherese. “Lasciamoli passare, tanto non hanno alcuna intenzione di stare né in Serbia né in Ungheria, vogliono andare dove si sta meglio, in Germania per esempio” conclude Piero, che di confini se ne intende avendo lavorato come doganiere a Parenzo, in Croazia, quando ancora esisteva la Jugoslavia.

Dal 2015 il numero di migranti provenienti dal Medio Oriente e dall’Asia meridionale si è moltiplicato. Da novembre 2016, il governo ungherese del premier Orbàn ha imposto un limite agli ingressi: 25 persone a settimana iscritte in una lista redatta dalla polizia di frontiera.

Alcuni ragazzi giocano a cricket nel campo rifugiati di Krnjača, aprile 2017 – foto di Marco Carmignan

Così la Serbia, lo stato di passaggio appena precedente, si è trasformata per migliaia di persone in un grande accampamento provvisorio. Un luogo di sosta e di attesa che ha assunto, a Subotica come a Belgrado, la forma di rifugi di fortuna, localizzati nei centri cittadini o nei boschi e nelle fabbriche abbandonate delle periferie. Questa presenza non è stata, tuttavia, tollerata dalle autorità e ciò ha portato la polizia a procedere con diverse azioni di smantellamento. I migranti che vogliono entrare in Ungheria sono, dunque, obbligati ad attendere il proprio turno all’interno dei campi governativi serbi, centri di grandi dimensioni allestiti nelle periferie urbane, dove attualmente, secondo l’Alto Commissariato ONU (UNHCR), sono accolti 5.400 tra rifugiati, richiedenti asilo e persone in transito.

Scoprirsi penultimi

Questa situazione migratoria ha stimolato una molteplicità di reazioni tra gli abitanti delle regioni serbe maggiormente toccate dal fenomeno. Spaesamento, paura, chiusura, ma anche dimostrazioni di solidarietà e di aiuto. Tra queste, l’azione più sorprendente è accaduta proprio a Subotica.

“Oggi è Pasqua. La città appare deserta. Eppure fino a pochi mesi fa, questa piazza era gremita di tende” afferma Saša Gravorac indicando Piazza della Libertà, gioiello del centro storico, divenuto per molti l’ultimo rifugio prima del confine. Gravorac è il presidente dei Circoli Serbi della Bačka del Nord, un’associazione che nel 2015 partecipò alla distribuzione di vestiti e di cibo destinati ai migranti accampati. Scopriamo le ragioni di questa mobilitazione seguendo a ritroso la storia dei circoli, una federazione di associazioni locali impegnate dal 2013 in un lavoro di recupero di storie e di memorie riguardanti un’altra migrazione.

Per raccontarla, bisogna tornare indietro ai primi anni Novanta, quando centinaia di migliaia di serbi originari della Krajina, regione storica della Croazia abitata da una maggioranza serba, emigrarono nell’allora Repubblica di Serbia, acquisendo lo status di rifugiati. Furono tra le prime vittime della radicalizzazione nazionalista che divampò in Jugoslavia. I prečani, cioè i serbi che vivevano in Croazia, subirono le pulizie etniche dell’Operazione Tempesta (Oluja), organizzata dall’esercito croato in funzione anti-serba.

“Grazie a questa nuova crisi migratoria ci siamo rivisti in queste persone e ho pensato che noi, per ciò che abbiamo vissuto negli anni ’90, potessimo capire molto bene le loro sofferenze”. Questo messaggio di Gravorac acquisì una buona visibilità mediatica quando, sulle pagine del giornale locale Subotičke Novine, apparve la notizia che i Circoli avevano inviato un documento al ministro serbo delle Politiche Sociali, Aleksandar Vulin, chiedendo di inoltrare alla Croazia una proposta: che le case e i terreni ancora di proprietà dei serbi fuggiti durante l’operazione Oluja fossero assegnati ai migranti mediorientali. “Siamo disposti a dare le chiavi delle nostre case che ora marciscono vuote, semplicemente per aiutare queste persone”, fu il commento di Gravorac.

Il legame simbolico tra le due migrazioni rivela, dunque, un bisogno tutto politico di fare luce su un problema sociale ancora irrisolto, che riguarda Subotica e, più in generale, la Serbia: quello delle condizioni sociali e abitative dei serbi fuggiti dalla Croazia. Molti, infatti, sono gli esuli cui fu impedito di avere un permesso di soggiorno per tornare nelle proprie case e altrettanti sono coloro che non hanno potuto venderle. Questa situazione ha favorito un selvaggio mercato privato di intermediari immobiliari che, non estranei a favori e a pratiche di corruzione con le autorità croate, hanno acquisito gli immobili a insaputa delle famiglie e senza che i legittimi proprietari prendessero un soldo.

“La guerra è finita nel 1995, ma ci sono segni profondi nelle anime dei serbi emigrati qui. Molti profughi sono riusciti a integrarsi. Molti altri, invece, dopo 20 anni fanno ancora fatica”, denuncia Gravorac, che ci presenta, quasi all’improvviso, le dimensioni di un problema sociale molto complesso. Alcuni rifugiati serbi vivono ancora oggi nei campi profughi allestiti negli anni ‘90. “So che il campo di Krnjača ha ospitato fino a qualche mese fa alcune di queste famiglie”.

Krnjača, incontro di destini

Percorrendo la E-70 da Belgrado fino al Danubio e lasciandosi il quartiere di Krnjača sulla sinistra, si resta in una trafficata arteria metropolitana di quattro corsie. L’ambiente della capitale lascia il posto ai boschi della riviera danubiana, intervallati da alcuni complessi industriali. Alcuni di questi sono attivi. Quelli in disuso sono di epoca jugoslava. Il campo profughi di Krnjača era in origine un villaggio per gli operai e gli impiegati della Ivan Milutinović-PIM, una grande industria statale fondata nel 1952, che si occupava, prima di fallire, di costruire infrastrutture portuali.

Giunti al cancello d’entrata, un guardiano dall’aspetto informale ci controlla i passaporti e ci accompagna verso gli uffici del Commissariato per i Rifugiati e le Migrazioni, organo governativo responsabile, ieri come oggi, della gestione dei campi per rifugiati e migranti. Si cammina su stradine di cemento e terra che collegano una ventina di baracche, prefabbricati bianchi usati sia come dormitori che per le attività educative e ricreative. Mentre visitiamo il campo, alcuni operai stanno costruendo due nuove baracche.

Nel 1993 Krnjača divenne uno dei 700 centri collettivi allestiti per ospitare i serbi fuggiti dai conflitti in Croazia, in Bosnia e in Kosovo. In un rapporto del Commissariato si indica a 5 il numero di questi centri oggi attivi in Serbia. 153 sono i rifugiati ancora all’interno di queste strutture.

Il signor Ljuba, un anziano dipendente dell’azienda, si ricorda dei primi rifugiati serbi a Krnjača. Era il 1993. Da allora, le sue mansioni riguardano la pulizia e la manutenzione del campo. “Li ho accolti io per primo. Che immagine triste!” ricorda mentre guarda una partita di tennis alla tv nel suo mini-appartamento di 9 m2, all’interno di una delle baracche del campo. Ljuba vive e lavora a Krnjača da sempre. Ci parla del 1991, della dissoluzione jugoslava, del fallimento della PIM e dell’inizio della maturazione del credito verso l’azienda mai corrisposto. Ha personalizzato la sua stanza con alcuni quadri e delle icone sulle pareti. Dalla finestrella, ammantata di rosso, si scorge l’ampio spazio di cemento al centro del campo. Ci sono dei ragazzi che giocano a pallacanestro. “È passato tutto così in fretta. Alcuni me li ricordo da bambini, ora sono padri. Sono contento per loro perché ce l’hanno fatta ad uscire da qui!”.

Anche la signora Zorica, 30 anni di lavoro alla PIM, ricorda l’accoglienza tra le baracche dei rifugiati fuggiti da Croazia e Bosnia: “Abbiamo accolto le loro sofferenze per 23 anni. Molti hanno trovato la propria strada, comprando casa, altri hanno usufruito degli appartamenti sociali”. Specifica che molti rifugiati provenienti dalla Bosnia sono riusciti a vendere le proprie abitazioni e a comprare casa in Serbia. Non è stato possibile, invece, per i serbi di Croazia, trasferiti in massa in appartamenti sociali: “Negli ultimi anni non avevano voglia di parlare con i giornalisti. Erano arrabbiati. Hanno vissuto 20 anni nel campo!”.

Dalla finestra dell’ufficio di Zorica si scorgono ragazzi giocare. Non sono serbi, ma alcuni dei 900 migranti ospitati oggi nel campo: in maggioranza afghani, ma con un numero rilevante di siriani, pakistani, iracheni e curdi. Non sono richiedenti asilo. Quasi tutti aspettano il proprio turno per entrare in Ungheria. Zorica si ricorda di quegli ultimi mesi del 2016, quando tra i nuovi ospiti e i rifugiati serbi iniziò l’inedita convivenza. “Le zone del campo erano divise e tra loro all’inizio c’è stata un po’ di diffidenza reciproca. Poi si sono aperti, riconoscendosi nelle stesse condizioni. Hanno fatto amicizia”.

Da tempo la direttiva del governo serbo è far uscire al più presto tutti i rifugiati serbi dai centri collettivi ma da circa un anno il fenomeno ha subito un’accelerazione. Oggi Krnjača è uno dei più capienti centri d’accoglienza per migranti. Si chiamano asylum center. Le pressioni europee su questa politica sono notevoli e prendono la forma di cospicui aiuti progettuali e finanziari. Infatti, se da un lato, con il programma EU Assistance to Migrants and Refugees in Serbia, l’Unione Europea ha stanziato 7.000.000 € per ristrutturare i campi e renderli idonei per l’accoglienza dei nuovi migranti, dall’altro ha supportato nuovi interventi d’assistenza sociale e abitativa per i rifugiati serbi in uscita.

Perdurante assistenza

Khatera è una ragazza afghana di 16 anni. Durante la sua permanenza a Krnjača ricorda di aver conosciuto dei rifugiati serbi che vivevano nello stesso campo da molto prima. Non riesce a spiegarsi come mai un periodo così lungo. La sua famiglia è in cima alla lista d’attesa che li porterà tutti insieme in Ungheria. I 9 mesi nel campo le sono piaciuti. Ha apprezzato le attività educative e ricreative organizzate dai volontari di alcune ong. Come lei, anche altri migranti che intervistiamo dicono di sentirsi al sicuro e in una situazione di relativo benessere: “Siamo scappati perché l’ISIS iniziò a rapire i bambini e le nostre donne. Mi sento più al sicuro qui, ma la strada da fare è ancora molta” racconta Omar, un curdo che viaggia con la famiglia dal nord dell’Iraq verso la Germania. “Qui rispetto ad altri luoghi d’attesa ci sono aspetti positivi: il cibo è buono e abbiamo dove dormire” rivela Adrakmo, afghano dalla provincia di Parwan. A gennaio gli sono nati due gemelli.

Ora il campo è costellato di bandiere e targhe di ringraziamento all’Unione Europea, ad associazioni caritatevoli e a numerose ong internazionali che hanno finanziato la nuova manutenzione. Si contano 24 baracche abitative e diversi container, organizzati per ospitare nuovi uffici, infermerie, cucine e stanze per le attività a disposizione degli abitanti. Con l’entrata dei nuovi migranti e la fuoriuscita dei serbi, i servizi si sono ampliati. C’è un centro ricreativo per bambini, un’aula dove i volontari Caritas insegnano il serbo, l’inglese e la matematica, alcuni laboratori di sartoria e d’arte, corsi d’informatica e d’orientamento geografico. Oltre al wi-fi è presente un internet point, dove alcuni volontari organizzano dei corsi di formazione online. Fino al luglio scorso c’è stato anche un sostegno d’inclusione finanziaria: ogni ospite del campo ha ricevuto dalla Čovekoljublje, fondazione filantropica della Chiesa Ortodossa Serba, una carta prepagata di 50 € mensili. Per i migranti è, infine, attivo un progetto a finanziamento europeo per l’inserimento di alcuni minori richiedenti asilo nel sistema scolastico serbo.

All’interno della ludoteca incontriamo Miroslav, dipendente della Fondacija Ana i Vlade Divac, organizzazione umanitaria che gestisce lo spazio. La fondazione propone dal 2007 interventi sociali anche a favore dei rifugiati serbi: “La nuova migrazione lungo i Balcani riporta con sé tutta una serie di memorie di migrazioni forzate del passato. Adattarsi a una nuova società è un percorso molto lento perché ti obbliga a cambiare” esordisce Miroslav. Ci racconta che uno dei primi interventi della Fondacija è stato l’acquisto e la ristrutturazione di case, poi donate ai serbi che ancora vivevano nei campi. Miroslav ci aiuta a decodificare un’altra chiave di lettura che mostra gli effetti, questa volta negativi, di una prolungata assistenza ricevuta dai soggetti all’interno del campo: “La convivenza è durata due mesi. Poi i serbi hanno dovuto lasciare il campo. Alcuni di essi protestarono. Non volevano andarsene perché lì avevano tutto quello che era necessario per sopravvivere: il cibo, un alloggio, erano esentati dalle tasse”. Essere beneficiari di un aiuto sociale è una condizione che si fa fatica a modificare. “I pochi rifugiati rimasti oggi nei centri sono coloro che non hanno voluto muoversi, mentre a quasi tutti è stata data l’opportunità di trasferirsi in case o in appartamenti. Sono spaventati, hanno paura di non farcela, di non resistere da soli fuori dal campo”. E aggiunge, quasi per avvertirci: “Se li incontrerete non parlate mai di politica. Ne hanno il disgusto! Per anni nessuno ha più voluto parlare delle loro condizioni. Erano scomparsi dal dibattito pubblico nazionale. E così è anche adesso”.

Emarginati da vent’anni

Varna è un piccolo villaggio rurale a 11 km dalla città di Šabac. Siamo nella Serbia occidentale. Sono 42 i serbi che vivono qui in un campo per rifugiati da oltre 20 anni. Di proprietà della Croce Rossa Serba, il campo fu costruito nel 1993 quando nella sola provincia di Šabac si contavano 18 mila profughi provenienti da Croazia e Bosnia. Al limite tra il villaggio e l’aperta campagna dieci casette in muratura bianca si allineano su due file. Otto sono abitazioni da due unità l’una, una funge da cucina e sala comune. L’ultima ospita l’ufficio della direzione. Un piccolo prato costeggia la stradina ghiaiosa che porta alle case e a un grigio parco giochi. Alcuni alberi rendono lo scenario meno desolato.

La vicenda del campo di Varna è importante per legare la condizione di assistenza cronica al trauma dell’emarginazione sociale. Questa volta la fragilità interiore e il senso di esclusione sono condivise in una comunità.

Ad accoglierci ci sono Slavko, Croce Rossa di Šabac, e Daniel, 34 anni, abitante del campo dal 1998. Daniel è un serbo fuggito dalla Croazia. Ci racconta di Zagabria, dove abitava con la famiglia. “Nel mio palazzo il 95% degli inquilini era croato, quelli che noi chiameremmo ustaša. Ci bussavano alla porta dicendo “četnici vi sgozzeremo stasera!””. Nel 1995 fuggì in Serbia con la famiglia seguendo la lunga colonna di esuli. La sua vita cambiò e ora ha l’odore di rabbia e amarezza: “Il 70% dei serbi che lavoravano all’estero è rimasto in Occidente a dar aria alle chiappe; loro ora sono signori mentre io sono ancora qui”. Dopo l’esodo le difficoltà aumentarono e nel 1998 la sua famiglia chiese di entrare nel campo di Varna. Negli anni successivi persero sia il diritto a tornare in Croazia che l’abitazione di famiglia. Ora Daniel non vuole più vivere nel campo, considerato un luogo d’isolamento ed emblema dell’etichettamento sociale di cui si definisce vittima: “Non sono riuscito a finire la scuola dell’obbligo. Durante il tragitto per la scuola mi picchiavano e gli studenti m’insultavano perché ero rifugiato e perché venivo dalla Croazia”.

Incontriamo anche altri abitanti del campo. Sono i rappresentanti delle famiglie. Ci chiedono di scrivere su di loro e sul bisogno di liberarsi di quel fantasma sempre presente che è la loro condizione di eterni abitanti di un campo per rifugiati, ancora considerati come fannulloni e approfittatori spesati dallo stato. In realtà, la loro capacità d’agire è da anni limitata, come in una sorta di limbo. Possono, infatti, ricevere assistenza solo nella provincia in cui sono stati registrati (Šabac nel loro caso). Non possono, inoltre, ottenere la cittadinanza e la carta d’identità serba senza perdere immediatamente lo status di rifugiati e la relativa protezione sociale.

“Nessuno ascolta i nostri interessi. Non lo fa il Comune di Šabac. Non lo fa il Commissariato per i Rifugiati e le Migrazioni”, organo che, secondo gli abitanti, dovrebbe rappresentare il loro interesse nell’esecuzione delle politiche sociali di integrazione socio-abitativa. “L’anno scorso, in questo periodo, erano circa 80 le persone all’interno del campo. Alcuni hanno ottenuto degli appartamenti, mentre qui sono rimasti i più vulnerabili” afferma Slavko. Ora le famiglie stanno lottando per far sentire la propria voce. Vogliono uscire dal campo ed entrare nelle nuove case, ma a condizioni ragionevoli. “Siamo contenti di poterne parlare con qualcuno. Il sindaco di Šabac si è rifiutato 4 volte di vederci!” dice un anziano rappresentante della comunità sventolando il dossier cartaceo del progetto a cui si riferiscono: For a Better Life.

La pressione politica per chiudere il campo è altissima. Agli abitanti è stato chiesto di siglare un accordo: il progetto, circa 275.000 €, prevede 17 prefabbricati con 36 piccoli appartamenti. Il capofila del progetto è l’ong serba Housing Center , che lo realizzerà in collaborazione con la realtà non-profit Initiative for Development and Cooperation (IDC), il Comune di Šabac e il Commissariato per i Rifugiati e le Migrazioni. Il motivo della protesta sarebbe il mancato rispetto degli accordi iniziali e il continuo ribasso della qualità delle soluzioni promesse. “Senza alcun preavviso il progetto è stato spostato a 3,5 km dalla città, in aperta campagna, e sono cambiate le condizioni d’acquisto: prezzi maggiori per appartamenti più piccoli e più scadenti” protestano i rappresentanti delle famiglie di Varna. “Dobbiamo pagare più di 150 € a metro quadro per vivere in prefabbricati simili a container con il tetto in lamiera! E un vicino ha già sollevato una recinzione”. Si sentono isolati. Affermano che nessun avvocato vuole difenderli. “Il problema è nella coscienza comune. Inizialmente la gente ci ha accettati a braccia aperte ma dopo 20 anni le cose sono cambiate”.

Si tratta dunque, di uscire dal campo, ma a testa alta e con tutte le rassicurazioni del caso.”Per il passato c’è tempo per dimenticare o divulgare, anche se non si può riparare, ma l’importante è risolvere il presente. Per i vecchi avere un posto dove morire in pace. Per i giovani un punto da cui partire”, ricorda uno dei rappresentanti più anziani.

Il poeta

«… ché tutto l’oro ch’è sotto la luna / e che già fu, di quest’anime stanche / non poterebbe farne posare una».

Con questi versi dell’Inferno di Dante, citati in serbo-croato, Rade Belić presenta il suo inferno quotidiano. Ex abitante del campo di Krnjača, ora abita in un minuscolo appartamento a Veliki Mokri Lug, piccolo sobborgo di Belgrado. Il progetto Let’s All Help è un tipico esempio di programma di reinsediamento. Sono interventi di trasferimento dei soggetti più vulnerabili dai campi per rifugiati ad appartamenti sociali. Finanziate dalla Fondacija Ana i Vlade Divac, coadiuvata da Unicredit e organizzazioni internazionali (Danish Refugee Council, la tedesca ASB), le abitazioni si strutturano su quattro edifici con 20 nuclei abitativi ciascuno e sono destinate alle persone che vivevano nel campo di Krnjača.

La casa di Rade è composta da una stretta anticamera con un piccolo bagno sulla sinistra. L’altra stanza è insieme camera da letto, soggiorno e cucina. Non vi è, tuttavia, alcun piano cottura. Rade cucina con un fornello da campo alimentato a gas. In un angolo alcune valigie custodiscono i suoi effetti personali: “Non ho i soldi per un armadio”. Su un tavolino vicino al letto svariati farmaci, disposti secondo un ordine quotidiano, incorniciano un suo ritratto da giovane. Sono passati appena 4 anni da quando ha lasciato il campo di Krnjača per trasferirsi in questa nuova soluzione abitativa, ma ora si lamenta della pessima qualità della costruzione: “Già si vedono le crepe, il riscaldamento non funziona, devo riscaldare l’appartamento con la legna e se lascio la porta dell’anticamera aperta si congela la casa immediatamente”.

Rade Belić ha 57 anni e l’aria di chi è invecchiato precocemente. E’ nato in Croazia, nella regione di Lika, ma ha vissuto a Zagabria. Così Rade si racconta sul quotidiano belgradese Blic : cantautore, promettente attore, giornalista, cintura nera di karate, calciatore al Rotterdam. Tutto questo è stato Rade Belić. “In una notte ho perso tutto, la famiglia, la proprietà, la mente e quello che mi rimane ora è vivere in questo minuscolo e squallido appartamento. Nella fuga ho dovuto abbandonare la mia vita e una ragazza che portava in grembo mio figlio. Di loro non ho mai saputo niente”, ci confida mentre guarda il cellulare, filtro per la sua identità reale e immaginaria. Mostra la foto di un altro Rade, Rade Šerbedžija, attore famoso nato nel suo stesso villaggio, Korenica, ma che ha avuto una sorte ben più rosea.

Di Krnjača ha un pessimo ricordo: “Il cibo era scarso e ci davano fagioli con costine ma al posto della carne c’erano solo ossa di maiale. Il campo era pessimo, terribile”. Con lo stesso tono si scaglia contro chi ha costruito quel minuscolo appartamento, che ripropone molte delle caratteristiche del campo. Sono luoghi in estrema periferia, lontani dalla città; aggregano gruppi di persone per la sola qualità di essere rifugiati, come fossero una colonia; le unità abitative replicano l’isolamento delle baracche, o delle tende, con la sola differenza che in appartamento spesso non si è più seguiti dall’assistenza sociale. Il fatto che oggi nelle baracche del campo di Krnjača, dove ha vissuto per 20 anni, vivano dei migranti afghani sembra non riguardarlo. “Io non voglio parlare di questi migranti, scappano dalle proprie guerre, non devo essere io a combatterle per loro”.

Le storie e i destini dei penultimi rifugiati, dei penultimi abitanti dei campi, possono, invece, aiutare a comprendere l’influenza dei dispositivi e delle politiche d’accoglienza sui migranti e i richiedenti asilo di oggi. L’isolamento all’interno dei campi, il senso di declassamento e di paralisi dovuto a una condizione costante di fragilità interiore, di dipendenza dall’aiuto sociale e di emarginazione sono aspetti da considerare per comprendere gli effetti delle politiche nazionali ed europee sulle migrazioni di oggi.

I Balcani sono terre sensibili agli esodi, alle sofferenze dei conflitti e all’asilo. È anche grazie al passaggio di chi emigra e si sposta che i problemi di queste società tornano ad emergere, quasi all’improvviso. In un confronto tra presente e passato, si rivelano le forme e le dimensioni di questioni sociali anestetizzate, spostate al margine o addirittura dimenticate. A volte, vedersi riflessi nelle migrazioni di coloro che vengono dopo aiuta i penultimi a non essere relegati in un passato senza voce.

Mentre lo salutiamo, Rade si congeda con dei versi di sua composizione traducibili pressappoco così: “Sulla mia spinosa via, se non avessi incontrato voi, non avrei avuto a chi dirlo”.

 

Reportage realizzato nell’aprile 2017

Gli autori del reportage possono essere contattati ai seguenti indirizzi: Lorenzo Scalchi, ricercatore sociale, lorenzo.scalchi@gmail.com; Davor Marinković, regista, marinkov.davor@gmail.com; Marco Carmignan, fotografo, m.carmignan@gmail.com

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