L’aria di Cuba profuma di cultura

di Linda Zambelli

Non è facile cambiare un condizionamento, non è facile nemmeno riconoscere di averne uno e a volte l’unico modo per scoprirlo è spingersi fuori dal proprio ‘campo di gioco’ ed entrare in altre scacchiere dove valgono altre regole.

Poche settimane dopo il mio arrivo a Cuba, durante un lungo dibattito sull’importanza dell’arte per l’espressione e la ricerca della propria individualità, ricordo di aver pensato a quanto fosse insensato e inutile quel discorso dal momento in cui, cominciavo a rendermi conto, in questo paese ci fossero problemi molto più urgenti da risolvere, come la carenza di verdure, le condizioni igieniche che spesso lasciavano a desiderare, le case che cadevano a pezzi e il fatto che la gente riparasse ogni cosa per l’impossibilità economica di comprare merce nuova.

Avevo l’impressione che usassero un ordine di priorità assolutamente irragionevole e capovolto rispetto alle evidenti necessità materiali e faticavo ad accettare come potessero essere presi così sul serio dalla società tutti quelli che si definivano ‘artisti’, come scrittori, pittori o artisti visuali, senza aver mai pubblicato un libro, venduto un quadro o proiettato un’opera, senza insomma aver generato un profitto.

Ricordo anche che in quel periodo, a più riprese, come un ritornello, mi tornava in mente la frase di quel politico tonto che diceva: “con la cultura non si mangia!”.

Mi era sembrata una dichiarazione ottusa e indecente quando l’avevo letta sul giornale, però evidentemente in qualche modo si era trovata uno spazio nella mia testa e da lì inquinava i pensieri. C’è voluto del tempo per capirlo. Del tempo, molti chilometri e l’aria di Cuba. Perché a Cuba l’aria profuma di cultura.

In ogni istituzione, scuola, cortile o incrocío di strade c’è un busto di José Martí, un fine intellettuale considerato anche padre della patria, che nei suoi scritti ricorda che “ser culto es ser libre“.

L’ho sempre creduto anch’io, ma probabilmente il costante martellamento mediatico e sociale italiano, volto a screditare questa professione, mi avevano annebbiato la mente. Forse i politici del nostro paese che ci vogliono schiavi del profitto come loro, abituati a mettere l’etichetta del prezzo ad ogni cosa, non possono capire il senso della cultura.

Qui è diverso. Qui un gruppo di artisti può salire su un ‘camion’ insieme a mezzo porco e una dozzina di polli congelati (le cene della settimana), farsi sballottare e sobbalzare per le dissestate e difficili strade dei monti dell’Escambray, dormire sul pavimento e lavarsi con acqua fredda, solo per promuovere la cultura anche nei pueblitos delle montane.

L’accoglienza nelle piccole comunità è sempre stata calda e partecipata, a dimostrazione di quanto, eventi come il Festival del libro della montaña, siano importanti soprattutto per la gente.
A ripagare la fatica di trasferte faticose e notti condivise con mosquitos affamati, c’è il divertimento dei bambini durante i giochi dei pagliacci Miguel e Lázaro, c’è la loro ammirazione nel vedere i numeri circensi dei ragazzini del Circo Perlita Sureña, c’è l’interesse per le narrazioni di Olga e i giochi diparole di Anita e la calca per comprare qualche libro o il dizionario a pochi pesos. Infine c’è l’affinità che nasce all’interno della squadra. Un gruppo di belle persone che ancora credono, non solo che la cultura sia importante, ma fondamentale.

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