Viaggio tra le Ong: «Così noi giovani volontari ricostruiamo post terremoto»

di Marta Serafini, da Corriere della sera –  Buone notizie

Alla voce «youthquake» dell’Oxford Dictionary si legge: «con questa espressione vengono indicati cambiamenti culturali, politici e sociali che solo la forza dei giovani è in grado di mettere in moto». Ma non è solo teoria. Youthquake, in Italia, ha davvero a che fare con i fenomeni sismici e la capacità dei ragazzi di cambiare il mondo. Prendi 140 giovani europei tra i 18 e i 30 anni, mettili al lavoro nelle aree del centro Italia colpite dai terremoti del 2016-2017 e avrai un progetto nuovo, intelligente e che ha il grande merito di dare un’opportunità e mandare a un segnale chiaro a chi non crede nell’integrazione. A lanciarlo, nel settembre 2017, Arcs, organizzazione non governativa dell’associazione Arci. «L’obiettivo è dare una “scossa” sociale e culturale e mandare un segnale, soprattutto alle generazioni più giovani. Per fare domanda non sono necessarie particolari skills. Fondamentale è avere un atteggiamento positivo e la volontà di interagire con persone provenienti da contesti differenti dal proprio», spiega a Buone Notizie Adriana Persia, coordinatrice del progetto. Le attività che vedono impegnati i volontari sono tante. «Si va dalla tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, al supporto ad attività ricreative, di assistenza psico-sociale per le categorie più fragili (bambini, anziani, migranti), al recupero di simboli identitari della memoria, alla cura del territorio e la promozione ambientale e turistica, al supporto alla gestione di processi partecipativi per la creazione di nuovi luoghi di aggregazione».

Erasmus +

Un’idea ambiziosa dunque ma assolutamente realizzabile. Youthquake nasce nell’ambito del servizio volontario europeo ed è parte del programma Erasmus+ finanziato dall’Unione europea e dall’Agenzia nazionale giovani che copre 330.560 mila euro sui 342.080 totali del progetto. A volerlo fortemente in primis il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker che da sempre si è speso per le zone colpite dal sisma in Italia. «In media i periodi di permanenza sul campo sono di quattro mesi. E possono aderire tutti i Paesi europei aderenti al Servizio civile europeo. L’obiettivo per chi vi partecipa è arricchire il curriculum, ma soprattutto permette di familiarizzare con una cultura diversa dalla propria e di essere disposti a interagire con persone in situazioni disagiate o comunque difficili da un punto di vista psicologico, economico o sociale». Il piano prevede l’accoglienza entro il 2020 di 140 volontari. Di questi, 60 vengono coinvolti a lungo termine (dai 2 ai 12 mesi) e 80 di breve termine (da 2 settimane a 2 mesi). Poi, saranno inviati anche 12 volontari italiani all’estero. Coinvolte nel programma — per partecipare bisogna mandare una mail a arcs.youthquake@gmail.com e segreteria_arcs@arci.it — ci sono associazioni ed enti pubblici di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo. Sono loro che ricevono i giovani, selezionati a loro volta da una serie di partner europei. Da Arcs invece viene fornito tutto il supporto economico e finanziario con un coordinatore del progetto a tempo pieno, mentre gli enti locali si preoccupano di individuare un tutor locale che vigili sui ragazzi.

Tradotto in pratica, Youthquake ha già dato i suoi frutti. Fino ad oggi sono arrivati nei comuni di Rieti, Silvi Marina e Macerata almeno 18 giovani che hanno pulito strade, organizzato attività ricreative, organizzato e tenuto in ordine i sentieri delle riserve naturali o anche solo semplicemente chiacchierato con gli abitanti delle zone colpite dal sisma parlando dei segni che un terremoto lascia sulla popolazione. «Ero all’Aquila quando c’è stato il terremoto del 2009 e ho fatto ricerca all’università proprio con un taglio antropologico. E non c’è alcun dubbio: se i segni di un sisma rimangono nella terra per anni, anche l’anima degli abitanti mostra a distanza di tempo delle cicatrici molto profonde ed ecco perché la presenza dei giovani è importante, fosse anche solo come un segno di speranza», sottolinea Persia.

Anche Alessandro Battoni, 34 anni, presidente dell’associazione Gruca onlus che fino ad oggi ha ricevuto 14 ragazzi a Camporotondo di Fiastrone, 3 a Fiastra e 1 a Macerata è convinto che il primo passo sia cercare di ridare fiducia. «Me ne sono accorto lavorando sul campo. All’inizio i residenti erano un po’ scettici, c’era diffidenza verso questi ragazzi che non parlavano italiano. Poi quando li hanno visti aiutare a ridipingere la segnaletica, tagliare l’erba dei sentieri, aiutare a fare i traslochi dei magazzini danneggiati o anche solo organizzare delle cene in cui ciascuno cucinava un piatto del suo Paese si sono aperti e li hanno accolti subito». Qualche esempio concreto? «Il momento di maggiore integrazione a Fiastra è stata la sagra della bruschetta dove i ragazzi sono riusciti ad entrare in contatto con gli abitanti. Da lì è scattata la scintilla. E i volontari, che sembravano aver apprezzato la bruschetta, si sono trovati con sacchi e sacchi di pane gratuito solo per loro».E non ci sono solo le ferite del sisma da curare. Macerata è anche la terra dove il 3 febbraio 2018 Luca Traini ha sparato i colpi di un’arma contro sei migranti. «C’è bisogno più che mai di far comprendere quanto l’integrazione e il rispetto l’uno dell’altro sia fondamentale per la convivenza», continua Battoni. Non a caso nel prospetto del progetto di Arcs si legge: «Obiettivo è creare un effetto moltiplicatore, aumentando la solidarietà reciproca, stimolando i giovani del territorio ad avere esperienze di volontariato, coinvolgendo le comunità locali per aumentare la propria partecipazione».

Fondamentale per gli operatori coinvolti è dunque ricreare un contesto ricreativo per evitare che i giovani residenti decidano tutti di abbandonare la loro terra per cercare fortuna altrove. «Tanti se ne vanno perché dicono che qui non è più rimasto nulla. Oppure perché pensano che ricostruzione significhi far diventare un posto quello che non è mai stato. Ma a volte basta davvero poco, un gelato, un po’ di musica e la voglia di scappare passa. Fondamentalmente Youtquake qui ha fatto questo: ha riportato un po’ di gioia». E il divertimento non è mancato anche per i volontari. «Sotto la supervisione di un tutor hanno avuto anche dei momenti di svago, senza che mai ci fossero problemi », conclude Battoni. Oltre al significato simbolico e ludico, sono tanti i risvolti pratici di questo progetto. Particolarmente importante è anche la sensibilizzazione in Italia ed in Europa, sul tema della prevenzione dei rischi legati a disastri naturali e ambientali per mitigare l’impatto di disastri futuri. Ed ecco perché a ciascuno volontario viene chiesto, a esperienza finita, di inviare un video rappresentativo della loro esperienza. Un’idea sulla falsariga di «Italy in a Day» di Gabriele Salvatores che vuole riassumere il senso di tutto e che si chiamerà 1minute4youthquake . «Abbiamo creato un vademecum illustrato e in lingua inglese per ottenere dei filmati utilizzabili. Poi alla fine, monteremo un video con i ritratti e le immagini di tutti i partecipanti», chiosa Persia. E chissà che qualcuno di loro non decida di trasferirsi per sempre e di aiutare a ricostruire queste terre bellissime e così martoriate.

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