Ascoltare Cuba

di Silvia Gabbatore, volontaria nell’ambito del Servizio civile nazionale all’Estero

Il mio servizio civile a Cuba si è concluso da poco più di un mese. Dopo il ritorno in Italia, non è stato difficile tornare alle mie vecchie, più o meno sane, italiane abitudini: una certa alimentazione, la connessione ad internet sempre disponibile, l’essere finalmente vicini agli amici e alle persone amate, e moltissime altre cose che, inutile negarlo, a Cuba mi sono parecchio mancate. Ho potuto così lasciar sedimentare ed elaborare bene questa esperienza, pensare a cosa ho vissuto, con calma e lucidità.

Un anno lontani da casa è qualcosa che, da giovani ed entusiasti, si pensa di poter trascorrere senza nessun intoppo, e probabilmente per la maggior parte di noi è così. Cuba però ha delle peculiarità che la rendono davvero un paese unico, nel bene e nel male, e che occorre tempo per conoscere. Vivere qui non può essere una scelta neutra o presa troppo alla leggera, perché non sempre lo stile di vita cui siamo abituati verrà rispecchiato. Altrove (purtroppo) basta avere i soldi per ottenere certi servizi; a Cuba questi potrebbero mancare del tutto.

Il mio servizio civile a Cuba si è caratterizzato per una grande curiosità di capire come andassero davvero le cose lì. Ho scelto Cuba per tanti motivi, ma soprattutto per una ragione politica e sociale. Volevo mettere alla prova le mie idee e le mie pratiche, tornare ancora più convinta di prima sulle motivazioni del mio impegno politico, dimostrare a me stessa e poi agli altri che, a conti fatti, Cuba ha vinto.

Credo che molti di noi si approccino a Cuba con una serie di pregiudizi, positivi e negativi, molto amplificati rispetto a quelli che abbiamo per altri luoghi. Un giudizio su Cuba sembra per forza dover abbracciare questioni universali, sulla possibilità o meno del socialismo, sui suoi successi e sui suoi fallimenti globali.

Dopo aver passato qualche tempo nell’isola, la prima cosa che mi sentirei di dire a me stessa (ed eventualmente al nuovo volontario) è di lasciare Cuba un po’ più sola. Non nel senso che occorra interrompere progetti di sviluppo, collaborazioni internazionali e aiuti collettivi, ma nel senso che è giusto che i cubani e le cubane possano continuare a costruire la loro storia autonomamente, nella specificità della loro situazione, eredi della loro storia di schiavitù e liberazioni, senza costringerli a tenere sulle spalle anche il peso di una missione universale che, in realtà, non hanno mai scelto di incarnare.

Torno qui in Italia con le mie stesse idee, la stessa convinzione politica, la stessa voglia di impegnarmi, ma tutto questo ha più a che fare con me stessa che con Cuba. Dopo tutto, come diceva Levins, uno studioso marxista, il socialismo non è un “qualcosa”, ma un processo in evoluzione e in cambiamento costante, la cui soluzione non ci è data in anticipo e la cui “forma finale” non è prevedibile. Come siano andate e come vadano le cose a Cuba non dovrebbe influenzare la riuscita successiva di questo processo né fornirci risposte definitive.

È molto meglio cercare di immergersi in questo paese giudicandolo con un metro interno, entrando nelle sue dinamiche e cercando di porsi in suo ascolto. Moltissime sono le contraddizioni che lo animano, e queste vanno osservate con attenzione prima che possano assumere un contorno di senso. Come giudicare la convivenza delle avanguardistiche riforestazioni di Las Terrazas con la sporcizia dei complessi industriali di Moa? Che significa che il paese non vive alcuna crisi abitativa, ma che allo stesso tempo molte delle case dei cubani sono sotto il livello di decenza? Che senso ha possedere una sanità all’avanguardia ma un salario degno di un paese del terzo mondo? Cosa sia Cuba non è semplice da capire, e ben presto ci si renderà conto che persino i cubani continuano ad interrogarsi e ad abbozzare risposte non sempre convincenti. Una cosa però mi sembra certa: la lezione da apprendere è gigantesca, affascinante, davvero nuova e profonda per chi, come noi, è abituato ad un mondo più o meno uniformizzato, troppo carico di informazione e risposte pronte.

Cuba ha moltissime cose da dirci ed insegnarci, ma occorre smettere di parlare per poterle sentire.

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