La nuova costituzione cubana: un vero esercizio di democrazia partecipativa

di Federico Mei, coordinatore Progetti Cuba

Sicuramente non troverà tutti d’accordo, ma il percorso che si è instaurato per l’approvazione della nuova costituzione di Cuba, rappresenta senza dubbio un importante novità nel processo di trasformazione avviato dal 2010 nel paese caraibico.

Se dal punto di vista dei contenuti non sono mancati commenti pro e contro da parte della maggior parte della stampa internazionale, pochi invece si sono soffermati sull’importanza del processo di riforma che culminerà con un referendum confermativo il prossimo 24 febbraio quando i cubani saranno chiamati a dare la loro accettazione al testo rivisto e approvato dall’Assemblea Nazionale lo scorso dicembre.

Mentre infatti tutti davano per scontato che si trattasse di un testo già approvato dall’alto, tra luglio ed ottobre dello scorso anno si è assistito ad un ampio dibattito esteso a tutti i livelli della popolazione (includendo i residenti cubani all’estero) che ha coinvolto più di 8.5 milioni di persone.

Quasi 1.7 milioni di persone hanno chiesto di poter esprimere la propria opinione nelle assemblee organizzate da scuole, centri di lavoro, comitati di quartiere ecc, e sono stati più di 780 mila i suggerimenti raccolti di modifica, eliminazione o aggiunta di articoli sui temi più vari. Tutti i suggerimenti sono stati poi analizzati e riuniti secondo logica portando a definire una lista di circa 9500 proposte delle quali la metà sono state accettate mentre il restante 50% è stato scartato per non essere di carattere costituzionale o giuridicamente accettabili.

Con il processo di consultazione, 134 articoli della proposta presentata a luglio, circa il 60%, sono stati quindi modificati e tra questi anche molti che l’opinione pubblica internazionale dava ormai come definitivi.

Come era logico immaginare, anche se la nuova costituzione introduce importanti modifiche in moltissimi settori, dall’organizzazione amministrativa dello Stato con ad esempio l’introduzione della figura del governatore per le provincie o la limitazione dei mandati delle cariche politiche, ad un’ampia riforma del sistema giudiziario e molti altri, il dibattito si è concentrato soprattutto su quei temi che la gente sente più vicini. Parliamo ad esempio del tema mercato e proprietà privata, del lavoro indipendente, del diritto di famiglia e delle questioni migratorie tra i principali.

Non sono mancate sorprese che hanno avuto abbondante risalto nella stampa internazionale e che, a mio modesto giudizio, non possono che confermare la genuinità del processo.

Da un lato il “matrimonio misto” che, previsto espressamente in un articolo nel disegno di costituzione di luglio, è stato poi diluito in vari articoli del capitolo dedicato al diritto di famiglia e possibilmente sarà affrontato in maniera più diretta con le leggi e i decreti attuativi. Se è vero che la chiesa cattolica e le chiese evangeliche hanno giocato un ruolo importante in questa decisione va anche riconosciuto che la società cubana, in particolare quella rurale, è ancora molto conservatrice e l’articolo in questione era stato uno dei più dibattuti e avversati proprio nelle assemblee cittadine.

Dall’altro, forse ancora più sorprendentemente, la reintroduzione, sempre su richiesta popolare, del termine comunismo che nella prima versione della costituzione sottoposta al volere popolare, era invece stato eliminato.

Del resto, la nuova costituzione, vuole segnare proprio una discontinuità con il passato e la volontà del governo di rimettere la decisione finale sulla sua promulgazione proprio nelle mani del popolo rappresenta una scommessa non di poco conto anche verso quella comunità internazionale sempre critica sulla bontà del processo di riforma avviato.

Che sia il popolo quindi a dimostrare che Cuba è tale e vuole rimanerlo.

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