I programmi di volontariato come ponti per l’inclusione

di Ana Maticevic

Sono passati sette mesi dal mio ritorno dall’Italia ed è un periodo lungo quasi quanto la mia permanenza lì. Per nove mesi Lecce è stata la mia casa e Arci e ARCS la mia famiglia. Io e la mia collega libanese abbiamo fatto uno SVE presso ARCI Lecce all’interno del progetto Bridges for Inclusion. Il nostro ruolo è stato quello di aiutare i nostri colleghi nelle lezioni di italiano per i migranti e i rifugiati di mattina, mentre di pomeriggio passavamo il tempo con i bambini afghani e siriani.

Mentre scrivo questo articolo, mi rendo conto che noi due eravamo veramente dei ponti per l’inclusione, il filo che connette due parti diverse del mondo. Io e Zeinab, volontarie provenienti da determinati contesti, io un’antropologa degli agitati Balcani e Zeinab una ragazza madre lingua araba proveniente dal Libano, siamo diventate mediatrici tra i nostri colleghi e i beneficiari dei progetti SPRAR e CAS. Abbiamo tradotto in italiano, in inglese o in arabo a seconda delle esigenze,  insegnato inglese, matematica e italiano ai bellissimi bambini con cui abbiamo lavorato (e che mi sono mancati tantissimo durante questi sette mesi),  giocato a calcio con “i tre moschettieri” (tre ragazzini afghani di 12, 10 e 7 anni) e  danzato sulla spiaggia con le 12 piccole principesse, anche loro afghane.

Abbiamo partecipato a diversi eventi organizzati da ARCS e Arci. Ricordo ad esempio quando in occasione della Festa della Donna, l’8 Marzo, abbiamo parlato della condizione femminile nei nostri Paesi insieme ad altre donne beneficiarie dello SPRAR e del CAS. Oppure quando siamo state invitate a partecipare ad un workshop organizzato dal Servizio Civile di ARCI per parlare agli studenti di argomenti riguardanti l’immigrazione.

Tutte queste attività che abbiamo fatto fino al 4 Agosto sono state attività di volontariato, coinvolte e ispirate dall’entusiasmo dei nostri colleghi in ufficio e degli studenti che abbiamo incontrato. Tutti si sono resi conto di quanto sia importante e delicato lavorare con persone provenienti da zone di guerra o da paesi in via di sviluppo: il nostro ruolo di operatori sociali ha un’influenza diretta sulle vite delle altre persone, anche solo con qualche parola premurosa.

I nostri colleghi di ARCS e Arci  ci hanno supportato come hanno potuto. Oltre al loro modo di lavorare, che io ammiro molto, si sono messi a nostra disposizione per qualsiasi problema avessimo, si sono presi cura di noi in ogni momento. E’ stata una grande opportunità che noi abbiamo cercato di cogliere, grazie a loro abbiamo fatto nuove esperienze e acquisito conoscenze, ci hanno coinvolto molto nel loro lavoro e ci siamo sentiti parte di una comunità:  torneremo sicuramente a Lecce, ormai la nostra seconda casa e famiglia.

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