Hariri si è dimesso. Le proteste continuano

di Giuseppe Cammarata

Ieri il primo ministro Saad Hariri ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica Michel Aoun, affermando che “Nessun uomo è più importante del proprio paese” (una frase che diceva spesso il padre Rafik, anche lui ex primo ministro).

Prima e dopo il suo breve discorso di commiato, diverse decine di sostenitori di Amal e di Hezbollah (i due maggiori partiti politici di espressione sciita) hanno attaccato in diversi punti di Beirut i dimostranti che pacificamente continuavano a presidiare le piazze e le istituzioni, bruciando e distruggendo ogni cosa al loro passaggio. I poliziotti anti sommossa, spauriti ed in numero insufficiente, non sono riusciti ad evitare questi attacchi fin quando non è intervenuto l’esercito. Per fortuna, si sono fin qui contati soltanto diversi feriti.

Questo nonostante sia Hassan Nasrallah (leader politico e religioso di Hezbollah) che Nabih Berri (leader politico di Amal) abbiano chiesto a gran voce ai propri sostenitori di mantenere la calma. Hanno però al contempo aspramente e pubblicamente criticato le dimissioni di Hariri, non condividendole.

Il presidente della Repubblica Aoun ha a sua volta affermato che si “prenderà tutto il tempo necessario” prima di accettare le dimissionei di Hariri ed eventualmente indire le consultazioni al fine di formare un nuovo governo.

Ma ciò nonostante, le proteste non si fermano. Anche oggi, per il quattordicesimo giorno, gli uffici pubblici, le scuole e le banche sono rimaste chiuse ed i diversi “comitati rivoluzionari”, come si firmano sui social media, invitano la popolazione alla disobbedienza civile fino a quando non si dimetteranno anche il presidente della Repubblica, il parlamento ed il presidente della Banca Centrale e non verrà nominato un governo tecnico di transizione che porti il paese a nuove elezioni.

I dimostranti, infatti, continuano a chiedere la “rivoluzione”, ossia un cambiamento totale del sistema che considerano corrotto ed inefficiente nel suo complesso. Rimane ancora non chiaro quale possa essere il percorso proposto verso questo cambiamento, dal momento che gli uomini forti del paese sembrano ancora ben saldi in sella e non è ancora emerso ufficialmente alcun leader alternativo, nè una piattaforma unitaria di proposte.

Il consenso verso la protesta rimane però massiccio e trasversale a tutti gli strati della popolazione e, nonostante le violenze di ieri, senza grandi distinzioni fra gli appartenenti alle diverse religioni. Molti ieri affermavano che la protesta  “è contro la corruzione e per una vita più dignitosa. Questi che ci hanno attaccati sono a favore della corruzione e per una vita meno dignitosa? E’ triste che costoro continuano a voler difendere, anche con la violenza, le comodità dei loro leader politici di riferimento”.

Come segno di buona volontà, però, stamattina alcune delle maggiori vie di comunicazioni di Beirut sono state aperte anche se in altre zone del Paese i blocchi stradali permangono.

Per tali ragioni, nonostante lo staff espatriato di ARCS continui a lavorare (da casa o dall’ufficio, a seconda della situazione), lo staff locale continua a non poter raggiungere l’ufficio di Beirut e le attività di tutti i nostri progetti risultano congelate. Tutte le organizzazioni partner di ARCS continuano infatti a mantenere chiusi i propri uffici, sia per motivi di sicurezza sia perchè condividono lo spirito della protesta e l’invito alla disobbedienza civile.

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