Libano: 22 novembre, Festa dell’Indipendenza.

di Giuseppe Cammarata

Il Libano ci arriva, come altre volte nella sua storia, in uno stallo istituzionale del quale al momento non si intravede la fine.

Il governo presieduto da Hariri è dimissionario. Le voci che indicavano in Mohammad Ahmad Safadi, ex ministro delle finanze all’epoca del governo presieduto da Najib Mikati, un possibile candidato a ricoprire il ruolo di primo ministro sono state respinte al mittente dal movimento di piazza con imponenti manifestazioni.

La motivazione è sempre la stessa: “tutti significa tutti” e Safadi è stato “uno di loro”. Ovvero uno dei rappresentanti politici che più ha contribuito, per ruolo e per relazioni, a creare il pesantissimo deficit economico e finanziario che il Libano si trova ad affrontare e che ha scatenato le proteste il 17 ottobre scorso.

Il Presidente della Repubblica Michel Aoun continua rimandare le consultazioni per l’affidamento dell’incarico di Primo Ministro che possa portare alla formazione del nuovo governo. Il motivo vero è che non vuole cedere alle richieste dei manifestanti, che chiedono un governo di sole personalità non politiche (i “tecnocrati”, come sono definiti) con un mandato a termine: rivedere la costituzione in maniera non settaria, eliminare il segreto bancario per politici ed amministratori pubblici di alto livello, creare una commissione indipendente che indaghi sulla corruzione e sui furti di denaro pubblico, sganciare la lira libanese dal tasso fisso con il dollaro e poi andare a nuove elezioni.

Lunedì scorso i manifestanti hanno impedito ai deputati di recarsi in Parlamento per una sessione nella quale, fra le altre proposte di legge, si sarebbe dovuto discutere della concessione di un’amnistia anche per reati fiscali e finanziari. Ai più tale proposta è sembrata una vera e propria provocazione.

Nel frattempo le banche hanno riaperto al pubblico dopo oltre 3 settimane ponendo a 1.000 dollari il limite mensile dei prelievi in valuta, il cambio reale della lira contro il dollaro si è attestato fra 1.800 e 2.000 (mentre il tasso ufficiale è a 1.507,5), i prezzi aumentano, gli stipendi diminuiscono, le merci cominciano a scarseggiare e le proteste contro “il regime” continuano.

Oggi è il turno degli studenti superiori ed universitari, con grandi manifestazioni in tutto il paese. A Beirut davanti al Ministero dell’Istruzione gli studenti bruciano i libri chiedendo la “caduta del regime” e di pagare le tasse scolastiche in lire e non in dollari, come invece recentemente ha imposto l’Università Americana di Beirut, unanimente considerato il miglior ateneo del Paese.

Molte ONG libanesi condividono e sostengono attivamente le ragioni della protesta. Quelle internazionali, fra le quali ARCS, continuano il proprio lavoro quotidiano di sostegno agli strati più vulnerabili della popolazione, sia essa libanese o rifugiata, pur con i limiti operativi e di movimento imposti dalla situazione in corso.

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