Covid-19: dal Senegal all’Italia #restiamoumani

di Giovanni Baccani, volontario Servizio Civile Universale

Sono le 8:05. Oggi è sabato. Il sole è già spuntato e la camera già illuminata di un rosa tenue, il colore delle tende. Di solito sono sveglio già da un’ora, perché il sole sorge un’ora prima. Senza sveglie artificiali impostate, apro gli occhi quando il sole inizia a spuntare e la penombra della mia stanza inizia via via a lasciare spazio alla luce. Ma oggi no.

É sabato e non si lavora, ed il mio corpo sa che ci si può concedere un’oretta in più a letto. E così, ancora assonnato prendo il telefono per vedere quali sono le ultime notizie. Anche se lontani migliaia di chilometri, la testa è chiaramente rivolta a ciò che succede in Italia e nel mondo. Coronavirus, pandemia, emergenza, zona rossa, decreti, lavarsi le mani, stare a casa sono le parole che riecheggiano nella nostra testa  da quando siamo arrivati, perché i primi casi accertati nel Nord Italia sono comparsi pochi giorni dopo il nostro arrivo in Senegal. Nelle ultime due settimane poi, si sono fatti più pressanti.

Ma alle 8:18 un messaggio “mi alza” dal letto: Ragazzi, dovete rientrare tutti”. Non è un fulmine a ciel sereno. Ma era un’ipotesi da tempo. Quando però diventa realtà, assume contorni diversi: quelli dell’ansia, dell’insicurezza, della preoccupazione e del fastidio. In meno di tre ore, i biglietti sono prenotati, e l’indomani un viaggio di 36 ore per raggiungere le nostre case in Italia ci aspetta.

Scrivo adesso che il viaggio è finito. Adesso che la quarantena è iniziata guardo in retrospettiva le ultime due settimane. Le vedo come una porta aperta, che piano piano, giorno a giorno si chiude. Dentro quella stanza è come se ci fossimo stati noi, in servizio civile, e il capo progetto: al di fuori invece c’era l’equipe locale. Gradualmente, seguendo le misure di sicurezza arrivate dall’Italia, siamo stati costretti progressivamente a diminuire i contatti, poi a limitarli, fino in ultima istanza purtroppo ad evitarli. Prima uscivamo liberamente per andare a mangiare fuori, fare la spesa o fare delle passeggiate. Poi le uscite sono diventate più rade, fino a limitarsi a quelle esclusivamente necessarie, quelle per fare scorte. Analogamente è successo con l’equipe. Le riunioni si sono svolte meno frequentemente. Al tempo stesso, per prudenza, si è evitato di stare vicini e così come i contatti, dalle pacche sulle spalle alle strette di mano. É stato difficile. Il doversi distanziare, estraniare dai colleghi di tutti i giorni, quelli appena conosciuti da tre settimane. Questo per evitare di contagiarli così come di essere contagiati.

Questo virus provoca questo effetto: la perdita di fiducia nel prossimo. Il fatto che il virus sia asintomatico e al tempo stesso contagioso rende chiunque vulnerabile e potenzialmente pericoloso. Non ci sono i bubboni della peste o le vesciche della varicella. I primi giorni dopo il contagio si è nello stato dei giorni precedenti. Si possono poi avere colpi di tosse, che sono i sintomi di una qualsiasi influenza stagionale. Ma c’è un altro aspetto che ha determinato in me così come in altri “non-senegalesi”, un senso di distacco nei confronti della popolazione locale: l’approccio con il quale i locali hanno trattato lo scoppio dell’epidemia globale. In questo caso, si deve dare spazio ad un’altra considerazione: la comprensione delle crisi in un contesto multiculturale.

Partiamo da un dato di fatto: il 14 marzo, il giorno in cui siamo stati avvisati del nostro rimpatrio, i dati segnalavano 17.660 casi in Italia e 10 casi in Senegal. É logico pensare che la percezione del rischio fosse differente. L’Italia aveva già agito con misure estreme come la chiusura di moltissime attività commerciali, le scuole, gli uffici amministrativi. Cosi come la riduzione della libertà delle persone alle sole attività essenziali e strettamente necessarie. Il Senegal per il momento, data la pochezza di casi accertati, si era limitato a rimandare e sospendere eventi con alta partecipazione  di persone per evitare possibili diffusioni del virus. Ma solo alcuni sono stati rimandati, come quelli sportivi ad esempio, mentre quelli religiosi non ad altissima affluenza si sono regolarmente svolti. Il venerdì le moschee come sempre erano piene e non ci sono state riferite misure cautelative. Del resto, in tutto il Senegal, per quanto ne sapessimo, la vita procedeva regolarmente.

Nei giorni precedenti al rimpatrio, prima, dopo o durante le riunioni ci sono stati alcuni confronti informali riguardo lo scoppio della pandemia. Il pericolo non veniva considerato come imminente, anzi. Inoltre, va fatta un’ulteriore considerazione: noi eravamo in pieno deserto. Può sembrare superfluo, ma non lo è. Essendo abbastanza isolati, ma non del tutto, si ha, e non nascondo che per certi versi posso averla avuta anche io, la sensazione di essere protetti, riparati, più al sicuro. Essendo stati i casi riscontrati a Dakar, ossia nel contesto più urbano del Senegal, si può percepire il virus come un problema delle città, dove si vive a stretto contatto. Per di più, l’elemento religioso, e se vogliamo anche quello mistico giocano il loro ruolo. Da un lato infatti il forte senso di religiosità che è presente in Senegal spinge a dedicare l’attenzione maggiormente verso le figure religiose e i loro dettami, piuttosto che verso le istituzioni pubbliche statali. Dall’altro l’affidarsi a delle dicerie, come quelle che gli africani sono immuni, oppure che il virus non si potrebbe diffondere nel deserto perché il caldo fa sì che non ci sia una propagazione delle infezioni. In ultima istanza, c’è un altro aspetto da non sottovalutare: come è arrivato il virus in Senegal? Non è comparso da un giorno all’altro, ma i primi casi su i dieci che ho citato sopra, sono “d’importazione”, ossia inizialmente stranieri (europei) sono stati trovati infetti, anche se in seguito sono stati trovati positivi senegalesi di ritorno dall’Europa.

Questo fatto ha determinato una reazione nell’opinione pubblica senegalese: il 4 marzo il quotidiano L’Evidence chiede retoricamente se la Francia “coronizzi” il Senegal, poiché i casi riscontrati positivi erano in arrivo dalla Francia. Non è un sentimento confinato al Senegal. Sempre lo stesso giorno in Kenya si è manifestato per chiudere i voli diretti tra il Paese e la Cina, additando il paese orientale come l’unico focolaio nel mondo. Queste sono manifestazioni che ovviamente non definiscono il sentimento di tutti, ma solo di alcuni che soffiano sul fuoco della pandemia per rinvigorire alcuni sentimenti anti-colonialisti, per quelli di ieri come gli europei, e quelli di oggi, individuati nei cinesi.

Non c’è da stupirsi. In Italia, così come in Europa e altrove, le situazioni di crisi ed emergenza sono da sempre state le occasioni migliori per fare leva sulle paure e le insicurezze delle persone per insinuare l’odio e l’accusa verso il diverso. In Italia nei giorni successivi allo scoppio dell’epidemia in Cina, ci sono stati degli episodi razzisti ai danni di cittadini di origini asiatiche. Così come nell’equipe alcuni colleghi hanno suggerito di ripetere frasi in arabo suggerite da un imam o di fare gargarismi con acqua e sale per immunizzarsi.

Questo è per dimostrare che il detto “tutto il mondo è paese” è più vero che mai, e queste situazioni lo confermano. In momenti come questi, ci rendiamo conto che le barriere, i confini, le etichette, che continuano a definire le differenze tra noi essere umani non sono altro che artifici retorici che davanti alle paure e le insicurezze delle persone svaniscono e mostrano la realtà precaria della nostra condizione: quella di esseri umani.

Chissà se ritorneremo mai in Senegal, se proseguiremo il nostro servizio civile e chissà che cosa faranno i nostri fratelli e sorelle delle equipe a Linguere. Ma adesso tutto questo va in secondo piano. Quello che è importante è espandere un grido dal Senegal all’Italia, e così in tutto il mondo: #restiamoumani e sopratutto #restiamouniti (figuratamente adesso, ci mancherebbe) e alla fine tutto andrà bene.

Inshallah!

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